SPECIALE/PERSONAGGI/Fiat, il sogno avverato di Alfredo

Enzo Miglino

Guardando il salone dalla strada, a Larchmont, poche miglia a nord del Bronx, si vede ancora la vecchia insegna: Alfredo’s foreign cars. Ma il salone è vuoto, niente più macchine. Solo gli uffici della contabilità della nuova rivendita e un piccolo museo dell’auto italiana conservato dal proprietario.

La nuova rivendita, poco più giù, porta il marchio Chrysler-Jeep, il proprietario è Alfredo Gulla, calabrese, e il piccolo museo, ovviamente, riguarda la Fiat.

Alfredo racconta di aver aperto la concessionaria nel 1961. "Un anno dopo la Fiat arrivò l’Alfa Romeo - dice - poi nel ’67 la Lancia. Gli affari andavano benissimo, negli anni ‘70 qui c’era la fila. Con la crisi del petrolio in tanti compravano le macchine italiane, perché consumavano meno".

Clienti italiani, italo-americani, ma anche americani. Alfredo ricorda perfettamente i vecchi modelli. "Abbiamo cominciato con la 600 multipla, poi la 1.000 e la 1.200 special e la 124 spider. Nei primi anni ’70 è arrivata la Bertone 850, sia berlina che sportiva. Erano macchine competitive, macchine da classe media, accessibili a tutti".

Nelle stagioni del successo, Alfredo vendeva 700 vetture l’anno. C’erano tante concessionarie in zona, da White Plains a Brooklyn, e tante in tutti gli Stati Uniti, fino in California, ma quella di Larchmont è sempre stata una delle prime per vendite.

Le Fiat vendute qui erano prodotte in Italia e adattate per il mercato americano, ad esempio con una pompa anti-inquinamento. Alcuni modelli non ebbero successo, su tutte la versione americana della Ritmo, la "Strada".

In realtà la storia delle auto torinesi a New York comincia ben prima, nel 1910. Allora c’era addirittura una fabbrica Fiat, a Poughkeepsie, prima ancora delle catene di montaggio di Henry Ford. Ma il vero boom, come ricorda Alfredo, c’è stato negli anni della crisi iraniana del combustibile. Gli americani, coi prezzi della benzina alle stelle, preferivano le macchine di taglia piccola. Con 2.000 dollari ti portavi a casa una 850 berlina, con 4.000 un’Alfa sportiva. "Tutti compravano Fiat, fornivo la diplomazia italiana all’Onu e anche Henry Kissinger ne aveva una, era una spider rossa che usava la moglie", dice il nostro rivenditore.

E i difetti? Chi non ricorda il Fix It Again Tony, la presa in giro ricavata dalla sigla Fiat. Il signor Gulla dice che lo sfottò era di moda tra i concorrenti delle macchine italiane, tra i rivali di Fiat, Lancia e Alfa. Ma ammette che qualcosa di vero c’era. C’erano problemi abbastanza seri, ad esempio quello della ruggine sulle carrozzerie. E pare che la proprietà non si decise a risolvere in tempo il gap sulla qualità. "Ci sono stati diversi cambi di amministrazione alla Fiat in quegli anni, forse è stato per quello", spiega Alfredo.

Gli Stati Uniti tornarono ad avere benzina a basso costo, le macchine giapponesi entrarono con aggressività sul mercato, e nel 1983 la Fiat abbandonò l’America. L’Alfa Romeo ha resistito un po’ in più, fino al 1994.

Nel piccolo museo dell’auto c’è la Alfissimo boutique. Vecchi volanti Alfa Romeo, foto con macchine sportive fiammanti, un gagliardetto, sempre Alfa, e dietro un poster a parete dell’impianto di Mirafiori. Nell’officina ci sono ancora delle 164, e persino alcuni ricambi dell’epoca resistono sugli scaffali, viti e bulloni Lancia, ad esempio. Alfredo racconta della Chrysler: "Non avrei mai lasciato le auto italiane. Ho conosciuto l’avvocato Agnelli, giù negli uffici di Manhattan, e rifiutato proposte allettanti di altre case, americane, tedesche e giapponesi. Poi quando la Fiat è andata via, ho scelto Chrysler".

Tre storie che si intrecciano quelle di Fiat, Chrysler e di Alfredo. Che ricorda che nel 1990 le fabbriche di Detroit e Torino erano già vicine ad un accordo. "I manager italiani erano in America, tutto era pronto quando l’amministratore delegato Cesare Romiti bloccò la trattativa, come mi dissero gli amici della sede Fiat di Park Avenue".

Ma il matrimonio, questa volta, dovrebbe celebrarsi. Fiat è pronta a rilevare il 35% di Chrysler, la scadenza per presentare il piano è a fine mese. Gli italiani insegnerebbero agli americani come costruire le utilitarie e le macchine a basso consumo, in cambio Chrysler otterrebbe una migliore distribuzione sul mercato europeo. "Sarebbe un’ottima cosa – sottolinea Alfredo – perché non è vero che agli americani piacciono solo le jeep. C’è anche grande richiesta di macchine di medie dimensioni, ad esempio una Fiat 500 o una Mito potrebbero competere direttamente con la Mini, che qui è la più venduta nella categoria".

Nel salone ci sono due esempi di motori di vecchie Fiat. Uno è quello della 128, a trazione anteriore. "Perciò era ottima nella neve", spiega Alfredo. Chissà che non rivedremo davvero le auto torinesi a New York, allora. Il signor Gulla è già pronto: "Riabbraccerei subito la Fiat, l’emozione sarebbe quella di una volta, sarebbe come tornare agli inizi dell’attività, a quasi 50 anni fa".