LIBRI/NARRATIVA/Tradimento all’ombra dei nuraghi

Franco Borrelli

Sembra venire dalla notte dei tempi questa storia che Salvatore Niffoi ci racconta ne «Il pane di Abele» (Adelphi). Non tanto, e non solo, perché già il titolo ci ricorda uno dei delitti più orrendi e antichi che si conoscano, quanto perché il potere evocativo della parlata dello scrittore sardo è tale che ti dà subito il sapore epico e selvatico di cose e uomini e passioni di là dal tempo e dalla geografia. Siamo, sì, nella Sardegna barbaricina che è quella dei nostri giorni, ma le sue ombre, i suoi profumi, i suoi attori sembrano scolpiti nella pietra dei nuraghi, parti di valli scoscese ed aride, ove le capre s’arrampicano in cerca d’un ciuffo d’erba, e dove lo scoppiar dei tuoni sottolinea e coincide con i battiti del cuore. Anche "L’Infedeltà" del Veronese in copertina serve a dar subito idea di cosa ci si debba aspettare.

E’ la cupa vicenda di due "vrades por sempere" (fratelli per sempre) che per una Columba (ironico il riferimento alla purezza e al candore del volatile) finiscono con l’odiarsi e col meditare il delitto liberatorio e vendicativo. Zumasio e Nemesio s’incontrano adolescenti, l’uno figlio di pastori e pastore per la vita, l’altro giunto dal continente con la famiglia (il padre essendo stato inviato per lavoro sull’isola). Il loro è un "coming of age" abbinato, quasi da gemelli. Il caso vuole, tuttavia, che tra di loro si ponga una fanciulla bella e seducente della quale il pastore s’innamora e sposa e pensa di averla sua donna per l’esistenza intera. Il guaio è che l’altro, il continentale, pure ha gli stessi intenti, più carnali però, e, prima del matrimonio con l’amico, di lei coglie il frutto prima dell’altro, in giornate di sole, tra calori, umori corporali e rosseggiar di ciliege. La passione fra i due continua in segreto anche dopo che Numasio e Columba son marito e moglie ed hanno figli, e quando l’altro torna in paese dietro un progetto politico per guadagnarsi voti gli amanti non sanno controllarsi, illudendosi che nulla trapeli e che riescano a non lasciar, come una volta, traccia alcuna del loro amarsi.

Tra segnali della natura, magiche presenze, sortilegi e voglie, si consumano così giorni all’apparenza quieti e senza scosse, con personaggi che tramano e agiscono nell’ombra (compreso il prete del paese); ma tutti comunque sanno e la polvere persino ha occhi per vedere e lingua per parlare. Tutto e tutti, però, come in una tragedia greca, continuano a vivere il loro destino, sapendo che a nulla serve l’opporvicisi, vittime sacrificali come sono di un rito troppo grande e incomprensibile per loro poveri cristi. Non resta, perciò, che il sangue e la morte, il regolamento di conti, il desiderio di farsi giustizia da sé; l’unico modo, forse, per trovar pace con la propria coscienza.

V’è crudezza negli animi di questa gente, per le sofferenze patite di generazione in generazione, per un’esistenza avara di soddisfazioni, per un vivere che illude e toglie proprio quando sembra dare quel che più si desidera. E Niffoi ritrae queste realtà di vinti con un’aderenza (anche linguistica) a un mondo che non ha e non cerca definizioni temporali perché questi sentimenti, queste passioni, queste oscurità dell’anima, quest’inferno son parte dell’assoluto umano. E anche l’uso ricorrente del sardo (o di certo dialetto sardo) contribuisce a tali umori e atmosfere e colori ove gli uomini (e le donne) si (s)perdono per ritrovarsi poi, delusi e più soli che mai, con l’affidarsi a un coltello tagliente per sbudellarsi o a un colpo di rivoltella per ammazzarsi. Che poi si riesca o meno a soddisfare questa sete di giustizia e questa voglia di vendetta è cosa altra; conta infatti, per queste povere creature, almeno il desiderio di pensarla la vendetta, di volerla e di cercare d’ottenerla.

Un Niffoi intenso e suggestivo ancora una volta questo de «Il pane di Abele», che fa del "crasau", simbolo com’è di unione e d’amore (fraterno ma anche fra un uomo e una donna), un mezzo invece di divisione e di odio profondo. Si trovano anche qui le presenze ataviche incontrate altrove («La leggenda di Redenta Tiria», «La vedova scalza» e «Ritorno a Baraule» ad esempio), quel senso di appartenenza-lontananza dal continente, di attaccamento alla roba e alla persona amata, la parabola dell’andare e del ritornare; e le sue creature, pur se uscite dalla fantasia e viventi in paesi introvabili sulle cartine, hanno tuttavia una sanguignità e una terrignità rimarchevoli, che l’uso della "loro lingua" rende assai vive al narrare, coinvolgenti come sono grazie soprattutto alla pietrosa poesia che le anima e ne rivela l’umanità, le debolezze e l’impotenza dinanzi a forze ineffabili, di memoria biblica. Una "sardità" esemplare insomma, questa di Niffoi, che si fa naturalmente parte dell’essere di chi legge e che, oltre a stupire e ammutolire, finisce col suscitare un senso di pietà per questi poveri esseri che, dopo tutto, son dilaniati da tormenti e passioni universali, appartenenti a tutti, qualunque sia il tempo o la geografia.

 

«Il pane di Abele», di Salvatore Niffoi, pp. 168, Adelphi,

Milano, 2009, Euro 18,00