LETTERATURA & MODA/A COLLOQUIO CON CINZIA FELICETTI/L’abito non fa l’eleganza

Erica Vagliengo

Cinzia Felicetti risponde con foga alle domande, quella foga tipica di chi fa tutto con passione e vuole condividerla con gli altri. Giornalista, scrittrice, consulente di stile per alcune aziende di moda e bellezza, ha lavorato ad Amica, Moda, Tutto, prima di approdare a Cosmopolitan, che ha diretto per quattro anni e mezzo. Attualmente è responsabile del sito elle.it, sul quale tiene un blog molto seguito, un "mignon" di pasticceria da gustare durante la giornata, per alleggerire le pene quotidiane. Noi di Oggi7 l’abbiamo intervistata un giorno di forte vento e abbiamo scoperto che…

Buongiorno Cinzia, buon lunedì. Mi chiedevo, per uno shopping "poco ma buono", a prova di crisi, dove consigli di andare ad acquistare e cosa, in particolare?

«Questa è la domanda che mi sento fare più spesso durante il periodo dei saldi. Ma la regola che secondo me vale sempre - sconti o non sconti - è quella della "piramide sartoriale". Si tratta di una "rielaborazione moda" della piramide alimentare, dove il 70% del guardaroba è costituito da capi eterni, senza data di scadenza e necessariamente no logo (o comunque non appartenenti a una collezione palesemente riconoscibile). Queste basi "neutre" possono essere rivitalizzate all’occorrenza attraverso gli accessori (di norma meno costosi rispetto agli abiti), il cui compito è proprio quello di regalare il sapore della stagione in corso.

Quindi, se avete un guardaroba costituito per il 70% da classici senza tempo - soprattutto quelli che hanno una storia da raccontare, come il tubino nero, il trench, la camicia bianca o un cardigan in cashmere - il restante 30% potrà essere rappresentato da quelli che amo definire i "complementi", ovvero bijoux, scarpe e borse dal ruolo strategico. Questa razionalizzazione dell’armadio costituisce il primo passo verso un’ottimizzazione del budget. E ricordatevi la frase-mantra dell’architteto Mies Van Der Rohe "Dio è nei dettagli", che in una versione laica diventa "è il dettaglio a fare la differenza". Ecco un paio di esempi pratici… Colpo di fulmine per una camicia bianca nelle catene low cost? Ve la concedo, ma promettetemi di sostituire i bottoni in pura plastica con quelli in madreperla! Avete individuato un tubino in perfetto stile Audrey? Sinceratevi che sia sufficientemente lungo per il bonus extra dell’orlo rifinito a mano: con una spesa massima di 8 euro l’eleganza è salva!»

Sul retro di copertina di "Assolutamente glam!" troviamo questa frase: "Lo stile è come un diamante: è per sempre. Ma costa molto meno". Unico problema: e chi non c’è l’ha? Si può imparare, stoicamente, ad avere stile?

«La buona notizia è questa: assolutamente sì, si può imparare. Durante i corsi che tengo in Bocconi e nel libro "L’abito fa il manager" insegno proprio le regole fondamentali per costruirsi uno stile impeccabile. Premessa doverosa: noi italiani spesso tendiamo a confondere lo stile con la tendenza; cerchiamo la scorciatoia del logo allover, dalla testa ai piedi, nel vano tentativo di acquisire una certa autorevolezza. Quello che succede, invece, è esattamente il contrario: il marchio ostentato viene letto come un segno inconfutabile di debolezza. Il messaggio implicito è: "Non ho una personalità così forte da permettermi uno stile autonomo e quindi delego la questione al mio stilista di riferimento". La prova del nove? Chi ha stile non viene ricordato per l’abito che indossa ma per il fascino che emana».

Allora per avere stile bisogna esser ricchi?

«Paradossalmente no. Conosco persone ricchissime che si coprono di griffe e gioielli, quasi in preda a un virus dell’ostentazione. Oppure sfoggiano i total look visti sulle pagine dei giornali di moda, sfiorando spesso il ridicolo. Chi ha a disposizione un budget limitato - al contrario - tende necessariamente a "scegliere" (verbo fondamentale!) e a spendere in maniera più oculata. La vera eleganza è sottrazione, selezione, rarefazione. Da fan appassionata di Diana Vreeland - direttore di "Vogue" America dal ’62 al ’71 - vi passo un suo dogma: "Prima di uscire di casa, toglietevi almeno una cosa: un orecchino, un anello, la cintura…", perché il problema è che noi donne tendiamo a esagerare con gli "extra"».

Una domanda personale: sei ancora "elegantemente sul lastrico" dopo "Assolutamente glam!"?

«In realtà non più. La scrittura dei miei libri si è rivelata - miracolosamente - una forma di "psicoterapia autogestita", che mi ha insegnato a dribblare trappole molto insidiose, come quella dello shopping compulsivo. Diciamo che nel frattempo ho imparato a spendere; lo faccio in maniera più mirata e spesso come "forma di investimento", con una predilezione per le borse. Scelgo capi che non appartengono a collezioni facilmente identificabili, punto molto sulla qualità e sugli accessori "trasversali". Ecco, la trasversalità ti fa risparmiare».

Questa risposta mi fa collegare al vintage: ti riporto una citazione di Holly Brubach del NY Times: "Il Vintage non ha tempo perché la moda rivisita continuamente la sua storia: il suo passato, lo coniuga al presente, per inventare il futuro". Che rapporto hai con il vintage?

«Non molto caldo, purtroppo. A causa del mio segno zodiacale (Vergine) sono un’igienista "fondamentalista" e non riuscirei a indossare un abito già usato neppure con una rivoltella puntata alla tempia. Però il tema mi interessa molto, soprattutto dal punto di vista creativo. Quando mi trovo a Los Angeles, in particolare, seguo un itinerario di negozi second hand strepitosi, fonte di idee e ispirazione. Vintage nel mio caso fa rima soprattutto con accessori: borse e foulard, che colleziono appassionatamente».

Passando, invece, a "Principesse si diventa": principessa come sinonimo di eleganza, garbo, gentilezza… tutto l’opposto di veline e troniste, mi sembra. Qual è il trend "giusto", secondo te?

«Se vuoi avere stile, il trend da percorrere - oggi più che mai - è l’antitrend. Le Principesse sono arrivate dopo i miei manuali di moda perché avevo bisogno di far capire che l’eleganza non è solamente quella dell’abito; coincide, più in generale, con un modo di "viaggiare" nella vita e relazionarsi agli altri. L’idea di scriverci su un libro è scattata girando per Milano, osservando le persone che non ti lasciano scendere in metropolitana e si scagliano nel vagone come arieti, sfidando la legge di incompenetrabilità dei corpi; quelle che non ringraziano, non salutano, sono sempre di malumore, sbraitano nel cellulare. Avevo voglia di spiegare che l’eleganza è metaforicamente la spina dorsale che uno deve avere dentro di sé, perché il vestito non è altro che la trasposizione più esterna di una postura comportamentale».

Sei anche responsabile del sito elle.it, dove tieni un blog curioso, frizzante, molto commentato. Com’è il tuo rapporto con le blogger? Non sembra un poco il club di Jane Austen?

«Prima di approdare a elle.it, ho diretto per quattro anni e mezzo "Cosmopolitan", dove scrivevo degli editoriali molto seguiti dalle mie Principesse. Questo ha dato vita a un piccolo esercito di fan, che oltre a leggermi su "Cosmo" erano delle vere e proprie adepte dei miei manuali. Finita l’esperienza con la rivista, l’esigenza è stata quella di creare un luogo di ritrovo per queste amiche affezionate e per le nuove che vorranno arrivare, una sorta di "club di Jane Austen" (che adoro, sai, mi sono laureata in letteratura inglese approfondendo il romanzo femminile dell’Ottocento), un’oasi di pace e piacevolezza, in cui scambiarsi opinioni e sensazioni, rilassarsi, uscire per un attimo dalle incombenze e dalle responsabilità quotidiane; un salotto in cui trovarsi alle cinque del pomeriggio a prendere una tazza di tè. Qualche mese fa c’è stato anche il "summit" delle mie blogger, organizzato alla Terrazza Martini di Milano. È stato un pomeriggio memorabile!»

Sei friulana doc, ma dal ’87 vivi a Milano. I tuoi posti preferiti in città: caffè, negozi, musei…

«Ho abitato per tanti anni in una piccola mansarda sui Navigli; poi mi sono spostata in una casa più comoda in Porta Romana. Sono affezionata al sud della città, perché lo trovo caldo e accogliente; e poi amo il suo DNA artigianale, che purtroppo fa sempre più fatica a rimanere in vita. Il mio "raggio d’azione" comprende i Navigli, corso di Porta Ticinese, la zona delle colonne di San Lorenzo, dove adoro rilassarmi, passeggiare e andare a caccia di spunti. E non mi perdo una mostra alla Triennale, anche perché è il museo che più di tutti mi ricorda New York, la mia città del cuore».

E per finire: il mondo dell’editoria è in crisi da anni, le riviste vengono vendute a prezzi stracciati, eppure ci sono ancora ragazze che sognano di lavorare in un magazine di moda. Allora, cosa consiglieresti a queste ragazze?

«In questo momento l’editoria è un enorme punto di domanda. La mia sensazione - dopo aver lavorato per circa vent’anni nella carta stampata ed essere approdata recentemente nel web - è che il futuro non potrà prescindere da internet. Questo non significa che le riviste spariranno, soprattutto quelle di moda, perché la Rete non riesce ancora a soddisfare il lato estetico delle fashion addict. Ma la strada maestra sarà legata necessariamente all’evoluzione del web e l’Italia dovrebbe iniziare a farsene una ragione, perché siamo davvero indietro da matti. Il rovescio (positivo) della medaglia? Proprio perché quello dei siti è un mondo in costante trasformazione, c’è un gran bisogno di giovani e di idee. Ovviamente ci vogliono molta umiltà e voglia di imparare. Consiglio di iniziare con uno stage, perché - lo vedo anche a elle.it - le stagiste in gamba poi si fermano».