SPECIALE/CONFERENZE/TEMI E SCOPI DEGLI INTERVENTI/Esuli dentro e fuori

V.C, A.M. e J.M.

Abbiamo raccolto le reazioni di alcuni dei partecipanti al termine del convegno. Seguono i commenti della professoressa Teresa Fiore, che ha partecipato alla roundtable finale, e quelli degli studenti che hanno presentato un "paper", ovvero un saggio, durante le due giornate d’incontro.

 

"Esuli dentro e fuori" di Teresa Fiore (Assistant Professor of Italian, California State University Long Beach e New York University)

Il convegno della scorsa settimana a NYU per me ha avuto una doppia valenza. Da un lato, ha abbracciato la questione della denuncia come contenuto, esaminando le svariate forme del termine - resistenza, rifiuto, documentazione, rivelazione, consapevolezza - in testi di natura diversa, dal film al romanzo alla satira politica, per citarne solo alcuni. Dall’altro, il convegno ha rappresentato uno spazio di denuncia esso stesso, la ha contenuta per così dire, non come tema, ma come momento. Intendo dire che la fase di indagine accademica si è svolta parallelamente ad una di riflessione collettiva, in cui ci si è trovati a "leggere" l’Italia in senso critico da un altrove, denunciandola.

Lo si è fatto in un luogo, come un dipartimento di italianistica all’estero, deputato all’analisi a distanza dell’Italia nelle sue manifestazioni culturali passate come contemporanee, ma lo si è fatto attraverso una categoria critica particolare: quella di esuli, per ritornare al concetto proposto da Paul Ginsborg nel suo discorso. Lui, inglese trasferitosi a Firenze, e pertanto esterno e interno al tempo stesso, nel parlarci degli "esuli dentro" (gli italiani alienati da una sfera politica che li rende afasici o isolati), ha reso coloro di noi che sono "esuli fuori" consapevoli della complessità di questo termine. Non solo l’essere ex solis rende esuli, ma un contesto socio-politico problematico come quello attuale. In questo disagio, l’esterno fa parte dell’interno e viceversa: questo mi pare sia emerso durante il convegno.

E noi studenti, ricercatori, professori, giornalisti, ecc. che ce ne siamo andati per provare a pensare diversamente e che per due giorni eravamo lí a rendercene conto insieme, abbiamo cominciato a capire che forse la sfida è cercare di collegare questi esuli, dentro e fuori. L’Italia che critica l’Italia da fuori non è una categoria nuova storicamente (Mazzini, Salvemini, Negri, ecc.), ma questa sembra emergere in modo più articolato perché non è né organizzata né strutturata ideologicamente. La forza di resistenza e rivoluzione dell’esodo è stata teorizzata ampiamente. Ma qual è il potere della denuncia di quelli che se ne sono andati se legata a quella di coloro che sono rimasti? Questo convegno, modello per un modus operandi impegnato nell’ambito accademico, ci ha dato tanto, ma per me questo è stato il punto di riflessione più fertile che ha fatto emergere.

 

Dominic Holdaway (Dottorando, University of Warwick, UK)

La conferenza ha colpito la mia attenzione perché il suo tema mi sembrava molto rilevante: lo scambio di denunce fra i campi politici e culturali – le derisioni dei politici da parte di Sabina Guzzanti, per esempio, e la critica seguita dalla "censura" della comica – è molto attuale. Il mio intervento ha esaminato il ruolo del cinema in relazione alla denuncia, sopratutto delle mafie, che, a mio avviso, è essenziale. Nell’esempio ormai famoso di Peppino Impastato, interpretato da Luigi Lo Cascio ne I cento passi di Marco Tullio Giordana, si vede chiaramente il potere del cinema nel risvegliare la coscienza dello spettatore per quanto riguarda la concussione e corruzione della criminalità organizzata, e questo film segue gli esempi notevoli del cinema politico degli anni ’70, ossia i film di grandi autori come Francesco Rosi e Elio Petri.

 

Elisabetta Fay (Dottoranda, Cornell University)

Lo scopo del paper che ho portato alla conferenza ("La morale mancata: Leonardo Sciascia’s Favole della dittatura") era di indagare il tema delle denunce letterarie: i modi in cui esse si differenziano dalle denuncie più esplicitamente politiche e gli effetti che hanno sia sulla società che sull’autore, e sul suo pubblico. Sciascia, si potrebbe dire, ha fatto carriera denunciando la corruzione che sembra quasi strutturale in Sicilia e in Italia, impiegando a tal scopo una moltitudine di stili, voci, e generi letterari. Il suo cosidetto "primo lemma", le Favole della dittatura, è fra i più ambigui, e mi sono interessata a questo piccolo libro come punto di partenza per uno scrittore così fecondo, una prima voce accusatoria che tenta di esprimere non solo le ingiustizie subite dal popolo italiano durante il ventennio fascista, ma soprattutto i meccanismi di potere corrotto ancora visibili cinque anni dopo la liberazione, quando il libro fu pubblicato. La scoperta, per Sciascia, che la dittatura (come la intende lui) non è finita con il fascismo è fondamentale per la sua opera, ed è uno dei modi in cui, credo, le sue denunce si separano da quelle più concrete, di quelle che hanno un obiettivo (spesso politico) preciso. Certo, Sciascia ha partecipato anche lui a questo tipo di denuncia, ma io sostengo che la sua era una denuncia molto più ampia, che si focalizzava sugli usi e abusi del potere, e della capacità del potere di corrodere e corrompere i rapporti umani.

 

Bendetta Tobagi (Independent Scholar, Milano)

Il call for papers per una conferenza interdisciplinare sul tema della denuncia in Italia mi è parso straordinariamente stimolante. Per me si è trattato di un’opportunità unica: poter toccare un tema poco spesso affrontato, il ruolo di un segmento particolare di opinione pubblica organizzata, la voce delle vittime come forma di denuncia e insieme come motore per azioni costruttive, di alto valore civile per la promozione dei valori fondanti della democrazia; nel mio paper ho trattato i presupposti storici, ideali e teorici alla base del loro impegno e alcune forme d’azione concreta elaborate a livello locale e nazionale. Ho trattato principalmente delle vittime delle stragi e del terrorismo, ma il discorso che ho sviluppato è valido anche per le vittime di mafia, tanto più dopo quello che Saviano ha definito un "evento epocale": la manifestazione del 21 marzo 2009, che ha visto scendere in piazza a Napoli centinaia di migliaia di persone in memoria delle vittime della criminalità organizzata. Incontrare tanto interesse e attenzione per un tema simile oltreoceano è stato per me un dono, mi sono caricata di nuove energie per proseguire le mie attività di ricerca e di impegno civile in Italia, dove vivo e lavoro. La conferenza è stata al di sopra delle aspettative, sia per il livello degli interventi, che per il contributo preziosissimo del professor Ginsborg.

 

Alex Standen (Dottoranda, University of Birmingham, UK)

Sono una studentessa inglese che frequenta il secondo anno di dottorato all’università di Birmingham (UK); la mia tesi tratta dell’impegno politico nell’opera di Dacia Maraini. Il call for papers della New York University è stato per me entusiasmante: prendendo come punto di partenza le parole ispiratrici di Pasolini e di Roberto Saviano, la conferenza si è spinta ad analizzare un intero secolo di "denunce politiche" nella cultura italiana. In questo senso la stessa scelta del Professor Ginsborg come keynote speaker è stata fondamentale per approfondire e sviluppare il campo della discussione. Nel mio paper ho deciso di concentrarmi su due testi di Dacia Maraini degli anni settanta: il romanzo Memorie di una ladra e l’opera teatrale Il manifesto. A mio parere questi due testi testimoniano come la Maraini sia un’autrice che ha rotto il silenzio delle donne che non hanno voce, affrontando così a viso aperto la denuncia femminile del secolo scorso. Come dimostrano le sue recenti opere, questo suo progetto continua anche oggi ed è per questo che mi sembrava molto importante che la sua opera fosse inclusa in una conferenza sugli italiani che "speak up". Da molto tempo volevo partecipare ad una conferenza negli Stati Uniti per comprendere come il sistema universitario americano si distingua da quello inglese, ma anche per essere ispirata dagli studenti americani – che ci sembrano qui in Inghilterra molto dinamici. Non sono rimasta delusa – il lavoro che hanno fatto per organizzare la conferenza e il livello di impegno che hanno dimostrato sono stati ammirevoli. Grazie a loro posso dire di essere tornata in Inghilterra rinvigorita!

 

Camilla Zamboni (Dottoranda, Ohio State University)

Ho deciso di partecipare alla conferenza e di occuparmi di attualità italiana, perché è di fondamentale importanza cercare di capire in profondità una realtà socio culturale e politica che ci viene di fatto negata in patria, attraverso un controllo parziale dei media e la tendenza ad "indorare la pillola" tipica della retorica dei nostri politicanti. Guardando indietro ai fatti relativamente recenti della storia italiana, analizzati da vari studiosi con lucidità e inevitabile critica, mi sorge spontaneo un dubbio: che resterà del nostro presente, nel futuro prossimo? Cosa diranno dei primi anni del Duemila i giornalisti e gli storici nel 2050? Il passato recente è grigio quanto il piombo che ha dato il nome a un intero periodo storico. Che dire invece del presente? In Italia abbiamo perso anche la capacità di farci ascoltare. E così fioccano leggi che servono solo a mettere in regola e legalizzare gli interessi di pochi, mentre l’economia si ammala sempre di più e viene coperta di notizie fiduciose che abbagliano il sempliciotto e dipingono un sorriso amaro sulle labbra dell’informato. Per questo ritengo necessario un impegno serio e costante da parte dei giovani, i quali non sono una categoria oppressa, derubata delle aspettative per il futuro e che ha perso tutti i valori, come amano ripeterci televisione e giornali, ma una leva su cui contare per un futuro che schiarisca un po’ il grigio piombo che per troppo tempo ormai ha caratterizzato l’informazione in Italia, attraverso un impegno attento e sempre in prima linea.