CINEMA/L’INTERVISTA/Quando gli anziani tristi ridono

Gina Di Meo

Applausi per il film di Gianni Di Gregorio al New Directors, New Films, la rassegna del Lincoln Center organizzata insieme al MoMA dedicata ai cineasti emergenti che si chiude oggi. Il suo film Pranzo di Ferragosto (che abbiamo recensito nell’edizione del 22 marzo, ndr) ha vinto il Premio Venezia Opera Prima "Luigi De Laurentiis" alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nella pellicola, Di Gregorio - noto anche come sceneggiatore di Gomorra di Matteo Garrone - è anche attore protagonista e naturalmente sceneggiatore. Lo abbiamo incontrato alla vigilia del suo debutto a New York.

Di Gregorio, un debutto da regista che avviene a 60 anni, come mai solo ora?

«Diciamo un po’ per la mia natura tra virgolette timida. La mia attività principale è quella di sceneggiatore, però ogni volta che finivo una sceneggiatura mi veniva voglia di fare un film. Ci ho messo un sacco di tempo a decidermi a fare il grande passo. Pensi che lo stesso Pranzo di Ferragosto era destinato ad qualche altro regista ma dopo un po’ mi sono reso conto che era meglio se lo facevo io. Tra l’altro la sceneggiatura ha avuto una "gestazione" decennale. E poi a questa età ho avuto modo di far confluire tutte le mie esperienze fatte negli anni, compreso il lavoro come aiuto regista».

Quanto c’è di autobiografico nel suo soggetto?

«Moltissimo. Io ho veramente vissuto con una vecchia mamma per più di dieci anni. Ero figlio unico di una madre vedova e molto possessiva nei miei confronti, voleva che stessi sempre con lei. È stato così che ho imparato a conoscere il mondo degli anziani e da lì è nata anche l’idea del film. È un mondo interessante, gli anziani sono pieni di vita ma allo stesso tempo anche molto vulnerabili e soprattutto nelle grandi città. Anche la scena dell’amministratore di condomio è avvenuta in parte realmente. Nel 2000 questo signore è venuto da me chiedendomi di badare alla mamma e lui voleva darmi le chiavi di casa sua. Io però nella realtà mi sono rifiutato, non me la sono sentita. Tuttavia ho comunque pensato che era una situazione verosimile».

Quale chiave di lettura preferisce per il film, quella comica che suscita il comportamento delle anziane signore, oppure diciamo tragica, legata allo stato di abbandono degli anziani?

«Io preferirei che si vedesse la grande vitalità che è in loro e parlare anche della loro solitudine ma attraverso la comicità».

Nel film sono state utilizzate attrici non professioniste, com’è stato lavorare con loro e come sono state reclutate?

«È stato difficile gestirle. Comunque Grazia (Grazia Cesarini Sforza) è veramente mia zia, ha 90 anni e non può mangiare. Mia madre (Valeria De Franciscis) ha 93 anni ed è un’amica di famiglia, Maria (Maria Calì) e la mamma di Luigi (Marina Cacciotti) sono state reclutate nei centri per anziani. Ho fatto un casting con un centinaio di loro, mi piacevano tutte, ma alla fine ne ho dovuto scegliere quattro. Quando abbiamo iniziato le riprese, ho capito subito che sarebbe stato difficile dirigerle, così ho buttato la famosa sceneggiatura scritta in dieci anni e ho lasciato loro la massima libertà. Di solito organizzavamo una scena per dare un senso, ma poi loro improvvisavano».

Come mai ha deciso di essere sia attore che regista del film?

«È stata anche una questione di budget. Se avessi utilizzato un attore vero, il suo cachet sarebbe costato tutto il film (500mila euro) e poi ci sarebbe anche potuto essere uno squilibrio con le altre protagoniste, essendo non professioniste. Alla fine la produzione mi ha detto: Serve uno di mezza età, che beve, che ha avuto problemi finanziari, problemi con la mamma, perché non lo fai tu? E questo a soli due giorni dall’inizio delle riprese. Mi sono buttato, non ho avuto il tempo di rifletterci su».

Primo film da regista e subito debutto a New York, cosa si aspetta? Pensa che possa esserci una distribuzione del film?

«È una cosa bellissima e sono emozionato e anche onorato. Il Lincoln Center ed il MoMA sono due monumenti. Ma sento anche un grosso senso di responsabilità e ovviamente spero che il film possa essere distribuito negli Stati Uniti».

Ipotizza un futuro come regista allora?

«Sì, io andrei avanti, ma anche contemporaneamente come attore e sceneggiatore e sono pronto anche a lavorare con altri registi, anche più giovani».

Cosa ha significato per lei Gomorra?

«È stato il lavoro più importante della mia vita. Il film è molto lontano dal libro, ma in qualche modo sono complementari. La pellicola ha un approccio più duro, più realistico e anche antropologico. È un film sulla gente, non sulla criminalità in sé».

E l’Oscar che non è arrivato...?

«Mah, comunque il film ha avuto una sua vita, non so quali sono le dinamiche degli Oscar».

E ora che progetti ha?

«Non so ancora. Sono troppo preso da Pranzo di Ferragosto. Il film sta uscendo in mezzo mondo, inizierò a pensare ad altro quando mi sarò distaccato da questo».