Che si dice in Italia

La frenata del Cavaliere

Gabriella Patti

Marcia indietro. Non lo ammetterà mai, perché gli sembra inconcepibile che qualcuno lo contrasti e possa persino avere la meglio su di lui, ma Silvio Berlusconi ha dovuto fare marcia indietro sul piano casa. Sì, quello che - per la gioia dei costruttori e degli "abusivi" di professione - avrebbe permesso agli italiani di ingrandire le proprie case fino al 20 per cento, infischiandosene di piani regolatori e del buon senso, per non parlare dell’estetica. Il piano resta, ma solo per le costruzioni mono e bifamiliari fuori dai centri urbani e storici. E, anche - come si è affrettata a sottolineare trionfalisticamente la stampa "amica" del premier - per le abitazioni a schiera ("Pronti, via: si può costruire" hanno titolato gongolanti alcuni quotidiani di destra). Ma le realtà è un po’ diversa. La realtà è che, grazie ai buoni uffici del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha dato l’altolà "alle insidie per i beni artistici", il governo si è dovuto fermare. Una cosa è "favorire una ripresa delle attività produttive" in questi tempi di crisi economica e occupazionale; a Milano, per dirne una, sono oltre 72mila all’ultima conta i metri quadrati sfitti dei palazzi per ufficio. Ben altra, ha detto il Capo dello Stato, è salvaguardare il patrimonio artistico, culturale e paesaggistico dell’Italia: "Sono valori che la Carta costituzionale tutela e di cui impone il rispetto". Bravo Napolitano!

Un vescovo architetto? Sì, ed è pure bravo. La storia forse l’avrete letta. Ma ve la racconto lo stesso perché è divertente. E anche per dimostrarvi che non sono aprioristicamente contraria a costruzioni e cemento. Purché servano per opere utili e, possibilmente belle e non stravolgenti l’ambiente. Dunque: monsignor Simone Giusti, un 53enne dalla faccia allegra, è il vescovo di Livorno. Ma è anche laureato in architettura. Serviva una nuova chiesa a Salviano, popolare rione alla periferia della città toscana di cui è pastore. Quella esistente è troppo piccola. E già questa è notizia: si dice che la fede sia in crisi, che le messe vadano deserte. E invece qui bisogna costruire un nuovo centro di culto, perché l’attuale non basta più. Bene. Ma che ha pensato il monsignore? "L’architetto lo so fare. E allora, risparmiamo parcelle onerose: la disegno io". Non è nuovo a queste imprese, il vescovo: in passato aveva già disegnato altri due luoghi di culto. Questa di Salviano "non sarà né alta né squadrata, avrà forme morbide e una corte davanti". Insomma: dovrebbe sposarsi bene con l’ambiente intorno, il monsignore ha "uno stile romatico" approva soddisfatto il sindaco cittadino che è del Pd, cioé di sinistra. Già questo accordo alla Don Camillo e Peppone dovrebbe farci sorridere. Ma la vera notizia è un’altra. Monsignor Giusti, vescovo di Livorno, è ... pisano. Altro che cani e gatti. Per chi non lo sapesse, tra pisani e livornesi la rivalità è da sempre feroce. In passato si sono fatti le guerre. Toscanacci come sempre, ora si limitano a non risparmiarsi battutacce. E’ passato alla storia del giornalismo italiano il titolo che, qualche anno fa, campeggiò sul Vernacoliere, linguacciuto e irriverente foglio livornese: "Soncerto mondiale: è nato un pisano furbo". Vatti a fidare della storia: oggi l’intera Livorno applaude un pisano.

"Eh no: la pro patria va salvata!". Sento il coniuge, sprofondato nella lettura dei giornali, bofonchiare questa frase per me misteriosa . Mi incuriosisco. Scopro così che la Pro Patria è la squadra di calcio di Busto Arsizio, operoso centro tra Varese e Milano. Milita nelle serie inferiori ma ha un passato molto glorioso: è stata in serie A ed è tra i primi team creati agli inizi del Novecento. E ora, dopo decenni di campionati deludenti, è a un passo dalla promozione in serie B. Sarebbe il ritorno sotto i riflettori. Ma è senza soldi e rischia il fallimento. I calciatori sono più i mesi che non ricevono lo stipendio di quelli in cui portano a casa dei soldi. Ma continuano a giocare con impegno. Rischiano, però, di non riuscire a dribblare un avversario difficile: il debito societario. Una somma tutto sommato modesta: 150mila euro. Reclamata da creditori di paese. Due ristoranti, qualche azienda locale di articoli sportivi. I tifosi sono comprensibilmente in ansia. Possibile che non si possa fare qualcosa?