ANALISI/POLITICA&GIUSTIZIA/Intercettazioni e il rischio censura

Valentina Soluri

"Non c’è alcuna contrarietà sulla decisione di contenere entro termini ragionevoli il fenomeno delle intercettazioni, con garanzie procedurali, vaglio di un collegio giudicante, nonché sulla scelta di prevedere sanzioni penali più severe a carico dei soggetti tenuti alla conservazione del segreto istruttorio". Così dichiarava il 5 Febbraio, in un’intervista al Corriere della Sera, il Presidente della Federazione Editori Giornali Carlo Malinconico: oggi il suo intervento, assieme a quello di altri giuristi, magistrati e giornalisti, è diventato un piccolo e severo volume edito dall’Unione Nazionale dei Cronisti Italiani (UNCI), dal titolo eloquente, "Ddl Alfano: se lo conosci lo eviti".

Un’espressione a effetto, eppure le parole di Malinconico dimostrano lo spirito del lavoro. Non una sterile critica al governo, né una lotta senza esclusione di colpi al Guardasigilli, sul cui lavoro anzi vengono riconosciuti dei punti di accordo, ma un appello sincero, pur nella cornice di un quadro a tinte fosche, alla ragionevolezza di maggioranza e opposizione di fronte a un grave rischio per la libertà di stampa in Italia. Anche all’opposizione, senz’altro: perché un analogo ddl Mastella (bloccato prima del passaggio in Senato solo dalla caduta del governo Prodi), aveva lasciato le aule della Camera dopo un’imbarazzante approvazione bipartisan: 447 favorevoli, 7 astenuti, nessun contrario, e, beffa ulteriore, in un parlamento composto in maggioranza da iscritti o ex iscritti all’Ordine. "È grave che Gasparri, che è un giornalista, esulti a proposito del ddl affermando che ‘il carnevale è finito’", lamenta Gerardo Bombonato, presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna. E di "innovazioni grottesche" parla anche il Procuratore generale del Veneto Ennio Fortuna, che scrive: "ogni iniziativa liberticida sarebbe possibile perché la libera stampa non potrebbe denunciare il fatto e neppure registrarlo". Ma esattamente in che modo?

Tra le critiche principali rivolte dal mondo della stampa al ddl Alfano, troviamo in primo luogo la disciplina delle rettifiche: per ogni giornale, sito web o programma televisivo diventerebbe obbligatorio pubblicare qualsiasi rettifica senza ulteriore replica, una norma che di fatto lascerebbe inevitabilmente l’ultima parola alla parte "offesa", vietando la possibilità di una contro-smentita ("se uno stupratore assassino venisse condannato a trent’anni, e dal carcere mandasse una smentita sostenendo che in quel momento sta facendo gli esercizi spirituali ad Assisi, il giornale sarebbe obbligato a pubblicarla tale e quale", denuncia il presidente dell’UNCI Guido Columba). In secondo luogo le spropositate sanzioni pecuniarie per gli editori, oltre che lo spauracchio, addirittura, del carcere per i giornalisti. Infine, e soprattutto, il divieto per legge di pubblicare, fino al momento dell’udienza preliminare, notizie relative a qualsiasi "attività" giudiziaria: un termine fin troppo generico che può arrivare a includere interrogatori senza garanzie o perquisizioni senza mandato, e a segnare la fine della cronaca, privando il cittadino, ad esempio, di qualsiasi informazione relativa ad arresti e avvisi di garanzia. Nelle parole del Procuratore Capo di Torino, Gian Carlo Caselli "malasanità, mala-amministrazione, malapolitica, malagiustizia, corruzione, collusione con la mafia, furbetti del quartierino, scalate alle banche, risparmiatori truffati scompariranno di colpo e miracolosamente, insieme a omicidi, stupri, sequestri di persona...".

Con preoccupante e mussoliniana memoria, viene in mente a più di un opinionista, dei tempi lontani in cui di nera e giudiziaria non si poteva scrivere, perché il racconto di furti o di assassinii avrebbe leso l’illusione fascista di uno Stato perfetto.

Se la stampa italiana accetta un mea culpa sui casi clamorosi di violazione della segretezza delle comunicazioni, che in tempi anche recenti sono spesso sfociati in mera pruderie, il ddl Alfano viene quindi, comunque, giudicato eccessivo e inefficiente, nonché gravemente lesivo dei diritti garantiti tanto dall’articolo 21 della Costituzione italiana quanto dalle convenzioni internazionali sul diritto all’informazione. "I veri criminali hanno capito da tempo che non si usa il telefono", suggerisce il giornalista Claudio Santini; è invece proprio una certa classe, o una certa casta, a ritenersi così tanto al di sopra di ogni sospetto da rischiare di venire smascherata dalla pubblicazione di dialoghi troppo disinvolti. Così, mentre il paese degli elettori paranoici dormirebbe sonni tranquilli e ingenui, cullato dalla certezza del segreto riguardo a proprie conversazioni probabilmente prive di ogni interesse giudiziario e giammai intercettate, l’altra Italia continuerebbe indisturbata a usufruire degli innumerevoli vantaggi delle telecomunicazioni moderne, senza la scomoda paura di finire sui giornali. Siamo ancora in tempo per invertire la rotta?

Non esprime ottimismo l’ex magistrato Luigi De Magistris, intervenuto a Bologna in occasione della presentazione del libro di Antonella Beccaria "Il programma di Gelli, una profezia avverata" e per rispondere alle domande sulla sulla sua candidatura politica alle europee, a fianco dell’Italia dei Valori ("Io avrei voluto fare il magistrato tutta la vita, ho sacrificato qualsiasi cosa per quella passione, ma non sono più nelle condizioni di farlo: lavorando in un certo modo sapevo che sarei andato incontro a ripercussioni gravissime, ma ingenuamente ho pensato che sarei stato in grado di difendermi", spiega De Magistris). L’ex titolare dell’inchiesta "Why not" mostra una copia del volume dell’UNCI al braccio e spiega perché, anche dal punto di vista della magistratura, il ddl rappresenti un tentativo di limitare l’azione giudiziaria, anziché di aiutarla come dovrebbe. "È un disegno di legge pessimo perché sostanzialmente annulla un mezzo di ricerca della prova. Oggi è possibile richiedere un’intercettazione quando ci siano gravi indizi di reità: il che significa, gravi indizi che sia stato commesso un reato (ad esempio quando un incendio apparentemente fortuito potrebbe nascondere invece un’intimidazione mafiosa, n.d.r.). Io posso intercettare varie persone per capire chi sia il colpevole. Invece, con le modifiche, si potrà intercettare solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza: quando cioè si sa già chi è stato, quando l’intercettazione ormai è inutile". "La maggioranza ha i numeri per fare passare la legge – prosegue - poi la strada diventerà l’appello all’incostituzionalità o il referendum."

Ma la stampa resta sul piede di guerra: bisogna agire adesso, o quando la norma entrerà in vigore potrebbe essere troppo tardi per avere, anche solo, il diritto di parlarne ancora.