LETTERATURA/PERSONAGGI/Peppino, bambino poeta

Franco Borrelli

I nidi d’uccello erano il suo capriccio-passione di bambino. Bonaviri ne amava collezionare a decine e, quando andai a fargli visita nella sua casa di Frosinone, dinanzi ad essi si soffermò a lungo, per parlarmene - una curiosità per ognuno di essi -; assai più che dinanzi ai tantissimi libri che, - molte le edizioni originali e\o storiche degli stessi -, affollavano stanze e corridoi fino al soffitto. In essi, infatti, nei nidi non nei libri, si celava e si schiudeva secondo lui il segreto della vita. Non solo quelli di rondine, i primi che iniziò a raccogliere, ma anche d’altre specie. Se ne portò uno con sé anche quando venne lui a trovarmi nella mia casa tra i boschi della Morris County, a Mount Arlington. Faceva freddo quel giorno, con qualche fiocco di neve. Ma dopo aver pranzato, facemmo ugualmente due passi perché lui doveva "ricongiungersi alla natura", e poi raccogliersi in poltrona, a riposare un po’ ad occhi socchiusi, e a sognare.

Parlavamo quel giorno di scoiattoli e cervi, di aquile e falconi, e anche di orsi che mi capitava di vedere spesso. D’un tratto, mentre passeggiavamo, l’occhio suo vigile gli cadde su un piccolo nido di passeraceo, abbandonato tra i rovi. Volle prenderlo per portarselo in Italia, se la dogana glielo avesse consentito. Ma amava raccogliere anche sassolini, perché in essi, come nei nidi, era possibile cogliere il significato primigenio dell’esistenza.

Il suo narrare notturno e lunare, nonché il suo modo di vivere, sono stati sempre una sorta di mediazione onirica fra il reale e il favoloso. La sua mente sapeva cogliere e render palpitanti i fantasmi di creature vissute nella notte dei tempi, appartenenti ad una sua Sicilia (era nato a Mineo, nei pressi di Catania, nel ’24) abitata nei secoli da mille culture, l’araba e la normanna, la greca e la romana, l’africana e quella che veniva dal Nord d’Europa. E il tutto sapeva poeticamente travasare nei suoi racconti, nelle sue poesie e persino nei suoi saggi critici.

Prolifico e abnorme affabulatore, Peppino era costantemente ammaliato dalla natura. Quando, trovandomi un’altra volta in Italia in vacanza, venne a trovarmi nella casa ov’ero ospitato nella terra degli Aurunci, sull’Ausente, volle che ci si fotografasse sotto un albero d’albicocco. Era il tempo in cui si preparava a dare alle stampe «E’ un rosseggiar di peschi e d’albicocchi». E quella pianta lì, nel giardino dove bevemmo caffè e mangiammo pasticcini, gli sembrò di buon auspicio. E il romanzo, infatti, venne poi molto positivamente accolto da lettori e critici.

Quando venne qui in America, - una volta per una serie di incontri accademici e tavole rotonde [all’Istituto Italiano di Cultura con, tra gli altri, anche la Maraini ("è sempre una bambina curiosa e imprevedibile" diceva di lei, "sempre pronta a volare"), nonché al Baruch College della CUNY] e un’altra volta per degli incontri editoriali (si stava per pubblicare in inglese «Notti sull’altura») -, mi chiese di fargli ripercorrere le tracce della madre emigrata nell’Upper East Side agli inizi del secolo scorso; volle perciò che l’accompagnassi sulla East 97th Street, perché voleva respirare e rivivere le atmosfere ove si era trovata a vivere la genitrice; non ritrovammo la casa - troppo il tempo passato da allora -, ma il suo fiuto gli fece tuttavia "sentire" d’esserci arrivato molto, molto vicino.

Nel trasferirci poi da Manhattan (in Central Park volle anche ammirare i laghetti ricordati ne «Il dormiveglia») nel Garden State volle soffermarsi lungo l’Hudson, sulla Palisades Parkway, per cogliere il colore delle acque scorrenti, con Yonkers e Riverdale sull’altra riva, in religioso silenzio nel guardare da lontano la villa e il parco ove dimorò Arturo Toscanini. Ci tenne a fermarsi anche nella nostra prima redazione, al 41 di Bergenline Avenue: conosceva attraverso la nostra corrispondenza le ragioni per cui avevamo fondato questo giornale, le nostre pene e i primi sacrifici; e con noi volle anche collaborare nel tempo che la professione di cardiologo e la missione di narratore gli consentivano.

La sua corrispondenza avveniva su ricette mediche; le tante decine di sue lettere - custodite gelosamente - erano\sono degli squarci di confidenza di tanto in tanto sulla sua attività di scrittore, ma soprattutto lampi sui suoi affetti. Nonni entrambi, si finiva spesso per parlare dei nipotini, dei loro primi passi, delle loro prime parole, delle loro prime scritture. Quando seppe che il mio primo portava il nome di Dante s’esaltò e non faceva che domandarmene in continuazione, segno non solo del reciproco amore per chi avrebbe continuato il nostro percorso sulla terra, ma anche dell’altro amore che ci accomunava, quello per le nostre lettere e l’affetto per i grandi del nostro passato-presente interiore.

La nostra corrispondenza, purtroppo, s’era sempre più in questi ultimi anni andata diradando. Di quel buio di cui spesso si lamentava - e della fatica che i suoi occhi dovevano sempre più fare per "vedere" - doveva essere vittima, e alla cecità s’è aggiunta poi anche una lunga fastidiosa malattia che lo portava a desiderare proprio quella morte che temeva; una sorta di desiderio-odio verso di essa, una voglia d’averla e tuttavia il terrore che arrivasse. Ironia della sorte, il suo momento è arrivato proprio allo schiudersi della primavera, lo scorso sabato sera, quando le valli e i fiori da lui tanto cantati s’apprestano a una nuova festa di colori e di umori, esaltandosi tra l’altro proprio in un "rosseggiar di peschi e d’albicocchi".