MUSICA LIRICA/Rivoluzionario d’un Mascagni

Franco Borrelli

Basta una Lola qualsiasi a rovinarti la vita. Quando si dice il destino! Mascagni ne decantò la seduzione attraverso la passione che per lei provò Turiddu, un triangolo "aperto" (v’entrò anche Alfio, infatti), esploso per la folle gelosia della povera Santuzza, sedotta prima e abbandonata poi dal giovane vinaio. Tutto quel che venne dopo il maggio del 1890, quando la «Cavalleria rusticana» andò la prima volta in scena al Costanzi di Roma, è... silenzio (direbbe il poeta). Eppure, dopo questo capolavoro verista, il Livornese compose ben quindici altre opere, confermando sempre più quanto pregevole fosse la qualità della sua musica e come sapesse scendere nelle pieghe più profonde dell’anima. Eppure Mascagni, volenti o nolenti, è pur sempre e solo (purtroppo) «Cavalleria». Purtroppo, perché davvero c’è ben altro... non solo «L’amico Fritz», «I Rantzau» e «Iris», ma anche le "sconosciute" «Silvano», «Le maschere», «Isabeau», «Lodoletta», «Pinotta», etc. etc. Stupisce quindi non tanto conoscerne l’innegabile profondità della fede artistica, quanto il fatto che altri lavori, come quelli appena citati, siano ingiustamente passati (e restati) nel dimenticatoio dei più.

Pensiamo, fra i tanti, a «Il piccolo Marat», opera in tre atti composta su libretto di Giovacchino Forzano e andata in scena la prima volta a Roma, nel 1921 (a maggio, come accadde con la «Cavalleria»), allo stesso Teatro Costanzi. Per il piccolo rivoluzionario francese ci sarà ora una "prima" non solo newyorkese ma nordamericana in assoluto, grazie al Teatro Grattacielo, alla sua XV stagione consecutiva e diretto da Duane D. Ptintz. L’appuntamento è per il prossimo 13 aprile, all’Avery Fisher Hall del Lincoln Center (tel. 212\721-6500, oppure 212\595-7127)

In un’intervista, Mascagni aveva così spiegato le novità di questo suo lavoro: «"Il Piccolo Marat" è forte, ha muscoli d’acciaio. La sua forza è nella sua voce: non parla, non canta; urla! urla! urla! Ho scritto l’opera coi pugni tesi, come l’anima mia! Non si cerchi melodia, non si cerchi cultura: nel "Marat" non c’è che sangue! È l’inno della mia coscienza». E nella Roma del ’21, dove le tensioni del dopoguerra stavano per sfociare nelle elezioni, l’opera venne accolta con un successo trionfale al grido di «Viva Mascagni! Viva l’Italia!».

Qui di seguito, in breve, la trama. Siamo in piena Rivoluzione Francese quando il principe Fleury, sotto mentite spoglie, salva Mariella, nipote dell’Orco, presidente del comitato rivoluzionario: la folla affamata l’aveva aggredita perché portava un paniere pieno di cibo allo zio. Il giovane chiede di essere arruolato nei Marats, le guardie rivoluzionarie, e viene quindi soprannominato il Piccolo Marat. Il carpentiere mostra all’Orco il modello dell’imbarcazione sulla quale saliranno i prigionieri: il perverso progetto dell’Orco per liberare le carceri è infatti quello di imbarcare i prigionieri, e poi far esplodere la barca. Ma il carpentiere chiarisce all’Orco che lui è un artigiano, non un boia; e l’Orco, per punirlo, lo condanna ad assistere a tutte le esecuzioni. Il piccolo Marat riesce a parlare attraverso una grata con la madre, la principessa di Fleury, rinchiusa in prigione, e le promette che la salverà. Nella casa dell’Orco, egli rivela a Mariella la sua vera identità e le confessa di amarla; la ragazza, spesso maltrattata dallo zio e disgustata dalla sua crudeltà, giura di essere fedele al piccolo Marat. L’Orco si è addormentato: il piccolo Marat lo lega e lo costringe a firmare un salvacondotto per lui, la madre, Mariella e il carpentiere. L’Orco firma, ma con il braccio rimasto libero riesce a impossessarsi di una pistola e ferisce il principe di Fleury. L’uomo supplica Mariella di fuggire e di salvarsi insieme alla madre. Arriva il carpentiere e con un candelabro uccide l’Orco; quindi si carica sulle spalle il piccolo Marat ferito e fugge con lui verso la libertà.

Al Lincoln Center, tra i tanti personaggi che daranno vita al dramma mascagniano in versione concertante, Arnold Rawls vestirà i panni e darà voce al Piccolo Marat, con lui ci saranno anche Burak Bilgili (l’Orco), Paula Delligatti (Mariella), Andrew Oakden (Carpentiere) ed Elisabeth Batton (la Principessa); la Teatro Grattacielo Orchestra sarà diretta dal maestro David Wroe, mentre i Cantori New York ed il Long Island University Chorus seguiranno i dettami di Mark Shapiro.

Vicenda politica e attualissima, questa de «Il piccolo Marat», anche se costruita come fosse una favola, con i buoni da una lato (il piccolo Marat, l’innamorata Mariella e il falegname con coscienza) e i cattivi dall’altro (con l’Orco, ovviamente, su tutti) - nel libretto si fa anche cenno, per restare in tema, anche a Cappuccetto Rosso e ad un orco vero e proprio. Ma questa della favola è solo una cornice entro la quale Mascagni dipinge il quadro del Terrore, il regime che gettò nella disperazione e nel caos la Francia, con le folle affamate di pane e assetate di sangue. Nulla, quindi, come in una favola tradizionale, anche se qui non mancherà poi il lieto fine e la libertà intravista sarà simbolicamente indicata da una vela bianca e luminosa.

Non mancano inoltre riferimenti alla cronaca turbolenta dell’inizio degli anni ’20 del XIX secolo, e una certa retorica negli accenti collettivi e nelle emozioni e sentimenti dei singoli. Non fa difetto, cioè, l’elemento didattico-morale, ma non per questo Mascagni s’allontana dal suo credo realistico.

«L’ultimo Mascagni - ha scritto Adriano Bassi - sembra voler dare importanza al dramma collettivo, privando della giusta attenzione i personaggi principali. Esistono già "in fieri" gli elementi di un profondo rinnovamento stilistico e musicale. Siamo nel 1921 e la Scuola di Vienna aveva modificato la filosofia e la politica della musica. Di conseguenza uno spirito attento come Mascagni non poteva rimanere insensibile a tanto sconvolgimento. Proprio nella presente partitura si possono ascoltare questi cambi profondi nell’uso particolare dell’orchestra... Il tempo ha dimostrato che il Maestro ha vissuto intensamente il suo ruolo di compositore dandoci in eredità capolavori indimenticabili».

Musicalmente tendente agli acuti e al declamato - esasperati soprattutto nelle ultimissime cose, ne «Il piccolo Marat» come nell’ultimo «Nerone» - quest’opera, oltre all’indiscussa vena veristica, porta anche i segni del decadentismo e dell’espressionismo, dei quali Mascagni fu convinto propagandista. E infatti, pur se sulla Loira a Nantes e con l’orrore vivo del Terrore, si possono qua e là avvertire echi che ci riportano ai calori e alle passioni di Turiddu, alla delusione di una Santuzza e alla seduzione d’una Lola.