MEDIA & DEMOCRAZIA/L’incontro-dibattito con gli studenti al Center for Italian Studies della SUNY Stony Brook

Chiara Di Mizio

La democrazia in Italia è in pericolo? La situazione italiana può verificarsi altrove? Davvero il rapporto media-democrazia si è incrinato soltanto dopo l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi? Con queste domande Stefano Vaccara, giornalista di America Oggi, ha iniziato giovedì 26 marzo, la lecture "Media and Democracy: the Italian Case" presso il Center for Italian Studies diretto dal Prof. Mario Mignone, alla SUNY Stony Brook.

Spesso la stampa italiana e quella internazionale associano il nome di Berlusconi al cosiddetto "conflitto d’interessi", circoscrivendo il problema agli ultimi 15 anni, da quando l’attuale Presidente del Consiglio, dapprima imprenditore edile e poi tycoon dei media, è sceso in politica, varcando più volte la soglia di Palazzo Chigi. Anche negli Stati Uniti, tra le due guerre mondiali, ci fu il caso analogo di un magnate dei media che tentò la carriera politica. William R. Hearst, ispiratore del film "Citizen Kane". Nonostante il potere mediatico di cui disponeva negli anni Venti e Trenta, Hearst fallì ogni tentativo di avere successo in politica. In Italia invece Berlusconi è al potere. Come mai? "Silvio Berlusconi non è la malattia, ma solo il sintomo più grave di un sistema in cui i rapporti incestuosi tra politica e media esistono da troppo tempo e nonostante ciò è stato ampiamente accettato dai giornalisti italiani", ha detto Vaccara durante la lezione. Il giornalista ha ricordato le origini del problema: "Mussolini, prima di diventare il capo del Fascismo, era un giornalista… Una volta raggiunto il potere, istituì l’Albo dei giornalisti, per poter controllare meglio la stampa. Il sistema attuale deriva da quella storia che la nascita della Repubblica non eliminò del tutto." Così l’assoluta libertà di stampa e di espressione che dovrebbe essere garantita dall’articolo 21 della Costituzione, in Italia continua a trovare enormi limiti. Per esempio, un giornale per uscire deve avere un direttore iscritto all’Ordine dei giornalisti e per stampare e diffondere una pubblicazione è necessaria la registrazione della testata presso il tribunale più vicino. Persino con l’internet, la legislazione, se applicata alla lettera, porta alla censura: basti pensare a ciò che è successo al giornalista Carlo Ruta lo scorso dicembre, quando fu denunciato e processato per "periodicità non regolare", cioè per non aver registrato il suo sito www.accadeinsicilia.net, considerato una testata giornalistica. E sempre a proposito della comunicazione on line, fu allarmante la situazione nel 2007, quando il governo Prodi discusse in Consiglio dei Ministri un disegno di legge per applicare le stesse leggi dell’editoria al web, cercando di controllare così anche la comunicazione online. Le numerose proteste alla fine sconsigliarono la presentazione in Parlamento della legge.

Il problema dei media italiani è anche la mancanza dei cosiddetti "editori puri", cioè di imprenditori che si occupino esclusivamente di editoria. Spesso la proprietà delle testate giornalistiche appartiene a imprenditori del mondo bancario, industriale e finanziario, per cui l’obiettivo non è guadagnare attraverso i giornali, bensì usare la stampa per fare pressioni e scambi di favori con la politica.

Ciò che più indebolisce i media in Italia è il rapporto troppo stretto con i partiti: "L’Italia è ancora lo stato-partiti, cioè un Paese in cui lo stato è occupato dai partiti e non è più possibile fare una distinzione con le istituzioni, e anche i giornali riflettono questa asfissiante situazione. In ambito giornalistico, per esempio, c’è la cosiddetta linea: ogni giornale segue una linea, un giornalista deve cambiare testata se non condivide più la linea…". Così l’etica del giornalismo in democrazia, che dovrebbe spingere il giornalista a diventare "il cane da guardia" del cittadino per avvertirlo degli abusi di chi gestisce il potere, è annullata con la partigianeria dei mezzi di informazione.

Dal pubblico, numerose le domande. Una su tutte: che si può fare? Come si può rompere questa catena per iniziare una riorganizzazione dei media e salvaguardare la democrazia? Per Vaccara, il cambiamento non può arrivare dai politici, ma devono essere i giornalisti stessi e soprattutto i giovani ad opporsi al sistema per cercare di cambiarlo.