L’INTERVISTA/“Io, pedina usata dai ladri di futuro”

G.D.M.

Nicola Gardini, milanese, è docente di Letteratura Italiana all’Università di Oxford. Il 12 marzo in Italia la Feltrinelli ha pubblicato il suo libro I Baroni - Come e perché sono fuggito dall’Università italiana. Si tratta di una denuncia e una confessione e soprattutto è una storia vera: il racconto paradossale e a tratti kafkiano di dieci anni passati a barcamenarsi tra concorsi veri o fasulli, professori che tramano, promesse fatte e non mantenute, colleghi impauriti, vessazioni inutili, cose non dette o cose mandate a dire. Dove tutto conta tranne ciò che dovrebbe contare: l’originalità della ricerca, la dedizione all’insegnamento. Nell’Università italiana non governano il merito e la competenza. Nell’Università italiana governano i "Baroni": uomini di potere abituati a gestire l’Accademia come un giocattolo personale, a premiare la fedeltà anziché la libertà, a preferire un mediocre candidato "locale" a un ottimo candidato "esterno".

In questi giorni Gardini, tra l’altro autore di altri libri, è a New York per promuovere la sua opera ed è stato ospite della Casa italiana Zerilli Marimò/Nyu per la prima presentazione ufficiale dall’uscita del libro. Lo abbiamo incontrato poco prima del dibattito.

Professor Gardini è la prima volta che in Italia esce un libro che in modo così palese affronta la negatività del sistema universitario italiano?

«Nessuno lo ha mai fatto in modo così autobiografico e così chiaro. I tentativi precedenti erano tutti in forma "travestita"».

È stato difficile trovare un editore?

«Diciamo che il libro è stato lodato da tutti ma nessuno voleva investirci su, Feltrinelli invece se ne è innamorata subito. C’è anche da dire che in Italia il caso personale non è sufficiente, ci vogliono le vicende collettive».

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

«Avevo voglia di raccontare la mia storia, che mi è sembrata emblematica».

Ne "I Baroni", lei parla del caso specifico dell’Università di Palermo. E gli altri atenei italiani?

«Tutto il sistema è così, è fatto di minacce, intimidazioni, ricatti morali, promesse non matenute. In totale io avrei trascorso sette anni a Palermo, ma in realtà ci sono andato poche volte e ad un certo punto mi è stato chiesto persino di non andare».

Scusi ma lei veniva pagato ugualmente, pur non essendo in servizio? E nessuno controllava?

«Sì, Palermo sprecava i suoi soldi non utilizzando un docente...».

Ad un certo punto del suo libro lei scrive: Io non mi sono mai sentito di dovere la vittoria del concorso a nessuno. E in questo atteggiamento stava un mio fondamentale errore. Non è che fossi irriconoscente. Io sentivo di dovere la mia vittoria unicamente alle mie capacità. D’accordo, mi avevano lasciato vincere. Ma io avevo vinto per meriti oggettivi, incontestabili; perché avevo fatto prove migliori e avevo pubblicato più di tutti. Di nuovo: che ingenuo! I titoli e i meriti non servono a niente quando si tratta di concorsi universitari. Io avevo vinto perché rientravo nel piano di un Barone. Io ero una pedina di una scacchiera, una cosa che obbedisce alla mano del giocatore. Io – ecco la verità – mi trovavo lì per un caso del gioco: ero la vendetta di Corona.

«Io percepivo la mia vittoria come meritata, ma in realtà ero un alibi della commissione. Corona non mi voleva ricompensare per la mia bravura. Tutti mi vedevano come un suo protegé, in realtà lui mi aveva usato per fare un dispetto».

Per far seguire meglio la vicenda al lettore, riportiamo un altro passaggio del libro: Carmelo Corona non è solo un professore di Letteratura comparata. Anzi, quello non lo è quasi per niente. Il numero delle sue pubblicazioni rasenta lo zero e non risulta che insegni. Né le conferenze che tiene sono scritte da lui... Carmelo Corona è soprattutto un "uomo di potere", come si ama dire con espressione tipicamente italiana.

Come ha resistito sette anni?

«Mi teneva in vita il progetto di un trasferimento anche se nessuno mi voleva perché c’era il divieto di Corona di farmi spostare. Io dovevo restare dove lui mi aveva messo. Alla fine si era aperta una possibilità in una facoltà non sotto il suo controllo, a Padova dove io avrei dovuto creare la cattedra di Letteratura Comparata. Poi sono stato sganciato anche da loro, mi hanno detto che mancavano i fondi. Ad un certo punto mi sono trovato senza alternative: andarsene o rimanere a marcire a Palermo. Ero come la pedina di un barone, il sistema mi aveva inventato e poi non doveva più occuparsi di me. Ero come un file temporaneo, lasciato lì a decantare e ad avvilirmi».

Chi è un Barone?

«È una persona di potere istituzionale, che scambia l’incarico per un privilegio personale. Gestisce e amministra il sistema educativo di cui in realtà non si cura minimamente. È come un politicante che si presta a scambi e favori. Non ha ideali, l’unico suo obiettivo è mantenere il potere. Non ci cura della crescita intellettuale degli studenti, è un "ladro del futuro"».

Secondo lei c’è una via di uscita a questo sistema?

«L’Italia è un paese meraviglioso dal punto di vista paesaggistico, ma gli italiani sono dei sopravvissuti, degli individualisti che non fanno nulla per il loro paese. L’università è lo specchio di tutto questo. È sbagliato anche il sistema di reclutamento, tramite i concorsi. Se invece si istituisse un ranking per gli atenei, con un sistema di assegnazione di fondi che va solo a quelli più eccellenti, allora ci sarebbe più competizione tra le università. Ci vuole una riforma, si deve sapere se un’università è di serie A o serie B».

Tornerebbe in Italia se le cose cambiassero?

«Non torno in Italia perché sono offeso. Ora sono coinvolto con Oxford, qui ho trovato qualcuno che crede in me, crede nella crescita dei giovani».