PRIMO PIANO/L’ITALIA DELL’ISTRUZIONE SFASCIATA/L’Università dei servi dei Baroni

Gina Di Meo

Storia di un incubo e realizzazione di un sogno". Così Stefano Albertini, direttore della Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, ha definito il libro I Baroni - Come e perché sono fuggito dall’Università italiana (Feltrinelli, 2009) di Nicola Gardini. Storia di un calvario durato sette anni a Palermo con un lieto fine grazie alla chiamata dall’Università di Oxford. Un momento epifanico.

Gardini ha scelto New York per la sua prima "uscita pubblica" del libro. Cioè la città meta preferita di cervelli in fuga, soprattutto italiani. E tra il pubblico della Casa Italiana c’era tanta gente con il dente avvelenato, tanti cervelli scappati dall’Italia. Anche la moderatrice, Nadia Urbinati, docente alla Columbia University. «L’Università italiana è un sistema diabolico, tremendo, che non ti consente di essere onesto - ha detto la Urbinati nella sua nota introduttiva -. Un sistema che si è generato da quando l’Università è stata aperta a tutti. La democratizzazione ha portato un numero sproporzionato di studenti, mentre prima venivano selezionati solo i migliori. L’apertura di massa dà spazio alla corruzione. La mia vicenda italiana è simile a quella di Gardini, solo che io, nonostante mi fosse stato assegnato un posto, non sono mai stata chiamata. L’Italia è il paese dove i giovani sono persi, bisogna essere vecchi per diventare qualcuno, è il paese dove persiste l’identico ed ogni cambiamento risulta rivoluzionario».

La discussione si è subito accesa e qualcuno tra il pubblico ha sollevato qualche obiezione, affermando che questo sistema non è tipico solo dell’Italia, ma esiste in più parti d’Europa e anche negli Stati Uniti. A quel punto Nicola Gardini ha fatto una splendida arringa di se stesso. «Questa è la mia personale esperienza, è un racconto molto personale, che ho considerato importante e mi sono sentito in diritto di parlare del modo ingiusto in cui sono stato trattato. Non vedo perché un punto di vista individuale dovrebbe costituire una verità. Con questo non voglio dire che questo libro sia "la verità", ma sicuramente è "una verità"».

E chiudiamo con un altro passaggio emblematico del libro.

A me ormai, cervello o no che fossi, premeva solo andarmene, partire, sparire. Poco importava che io, nell’università, un posto fisso l’avessi trovato e che il sistema, poi, non riconoscendo in me né un raccomandato né un tirapiedi, mi avesse rigettato come una sostanza estranea e inassimilabile... A me bastava licenziarmi. Dare le dimissioni. Pochi l’hanno fatto. Io ne ho incontrati quattro. ... Fu facilissimo. Tanto è difficile entrarci quanto agevole uscirne. Sbrigai la faccenda con una semplice raccomandata. E a loro non dici niente? Insisteva un collega veneziano che non si capacitava che togliessi il disturbo senza una parola... No, non dissi niente. Per la verità, un biglietto lo scrissi, indirizzato alla preside di facoltà. Ringraziavo lei e gli altri professori della facoltà di avermi aiutato, con la loro metodica ostilità, a trovare un posto più adeguato alle mie attitudini. E pronunciavo, alla fine dell’ultima riga, il nome magico: Oxford... Non lo spedii... Io non ce l’avevo con loro. In fondo, come avevo spiegato nel biglietto non spedito, a me il dipartimento di Palermo aveva fatto solo un gran favore. Io ce l’avevo e ce l’ho con i Baroni, i quali sono colpevoli di fronte a tutti gli italiani.

Preoccupati di promuovere solo le loro cause personali, incuranti dello sviluppo del sapere e delle coscienze, i Baroni provocano ogni giorno, nella più arrogante certezza dell’impunità, danni incalcolabili al patrimonio umano e intellettuale dell’intero paese... I più deprecabili, però, sono i "dissidenti", quelli che, l’alto delle loro scranne, si vantano di non stupirsi più di nulla. Dissidenti sono soltanto coloro che possono permettersi di dissentire, cioè quelli che sono arrivati e perciò non hanno più la preoccupazione di inseguire i concorsi... In sette anni di servizio non ho trovato un solo dissidente che avesse il coraggio o la voglia di esprimere il suo dissenso apertamente. I dissidenti sono numerosi, ma non contano, perché stanno a guardare. Provano schifo, ma non si spostano...