SPECIALE/PERSONAGGI/Il “clonatore” di Stradivari

Stefania Malacrida

C'è un po’ di Cremona nel Texas. A College Station, cittadina universitaria immersa nelle praterie a Nord di Houston, uno scienziato ha allestito un laboratorio di violini, con il proposito di scoprire il mistero di Stradivari: «Oggi - dice - è possibile produrre strumenti simili a quelli del grande artigiano lombardo del Settecento».

Non è una bizzarria, ma frutto di una tenace passione il lavoro di Joseph Nagyvary, questo il nome del liutaio texano. Nato in Ungheria da una famiglia nobile, da piccolo desidera fare il violinista, ma la vita lo vuole chimico. Già laureato, deve lasciare la patria in seguito ai fatti del ’56, quando, dice, «C’era una taglia sulla mia testa. Ero dissidente politico e agitatore del movimento studentesco contro il regime comunista. Quest’ultimo è rimasto, io sono dovuto scappare». Come rifugiato approda prima in Svizzera, dove lavora alla Ciba, collaborando con il premio Nobel Paul Karrer, ma non abbandona l’amore per la musica e ha l’occasione, tra l’altro, di suonare un violino appartenuto ad Albert Einstein, uno dei suoi idoli. Trentenne, Nagyvary salpa per l’America, verso New York, e successivamente dal ’68 giunge nel Texas, dove diventa professore tuttora emerito alla Agricolture and Mechanic University.

Tra una lezione e l’altra, trova il tempo di analizzare archi vecchi e nuovi, spalmando le ricerche negli anni a causa della cronica mancanza di fondi, e della necessità di procurarsi frammenti di esemplari originali. Ci riesce facendoseli donare dai restauratori, a cui ogni tanto capita tra le mani qualche cassa di Stradivari fratturato o ammaccato. Osservando le schegge il chimico formula l’ipotesi della presenza di agenti vermicidi nel legno.La svolta però arriva solo all’inizio degli anni Novanta, quando gli strumenti ottici e la risonanza magnetica raggiungono un livello di sofisticazione tale da permettere l’individuazione di qualcosa di nuovo. Lo spettroscopio a infrarossi, puntato sul legno, svela uno scenario inaspettato, molto diverso da quello presentato dai violini inglesi o francesi dello stesso periodo: «Il tessuto – spiega il professore - era fortemente corroso.

La quantità di lignina era ridotta e la cellulosa, che fa da ponte molecolare tenendo insieme il legno, completamente danneggiata. Cosa poteva aver aggredito e modificato così il materiale se non una reazione chimica?». Ma c’è di più: «Ingrandito 15mila volte, il legno rivelava diversi strati di trattamento, con disseminati qua e là piccolissimi cristalli solidi, lunghi qualche nanometro, come un’autostrada, fatta di cemento con frammenti di roccia per renderla dura». E in effetti i violini Stradivari sono durissimi. «Si tratta – osserva - di una tecnologia moderna, ed è stupefacente che in Italia fosse utilizzata già trecento anni fa». La scoperta finisce nel 2006 su Nature. Poi quest’anno, a gennaio, arriva la consacrazione definitiva con la pubblicazione, su un’altra rivista scientifica, PlosOne, di un esperimento unico ed estremo: la combustione. «Bruciandoli – dice Nagyvary–, i pezzetti degli antichi violini sono andati perduti, ma ora ne abbiamo la composizione chimica esatta».

Ed ecco emergere dalle tabelle il responsabile dell’ineguagliabile suono: il borace, utilizzato come detergente o antisettico già nel Settecento, sciolto in mezzo a fluoruro, cromo e sali di ferro. Il mix di sostanze avrebbe interagito con il legno influendo in modo irripetibile sull’acustica. «L’eccellenza degli Stradivari non viene dunque dall’aria di Cremona – affonda il coltello lo scienziato – ma da una serie di coincidenze».

Detto questo, cosa resta della leggenda di Antonio Stradivari? Le vernici antitarlo non erano certo creazione dei liutai, ma si trovavano nelle botteghe dell’epoca già pronte, fabbricate nel nord Italia sul modello di quelle orientali importate nella Penisola dopo i viaggi di Marco Polo. Nell’universo disilluso della chimica un merito va però anche al grande cremonese, «quello – conclude il professore – di aver scelto sempre le miscele migliori, mischiandole sapientemente ai pigmenti, e dosandole nelle giuste quantità sui diversi strati di copertura del legno.

Questo, sì, è frutto di maestria. Considerando tutti i fattori e la serie di casualità in cui Stradivari ha operato, il suo violino resta comunque un miracolo».Gli studi di Joseph Nagyvary hanno suscitato reazioni contrastanti nel mondo dei liutai, dove la purezza degli antichi archi cremonesi è da sempre un puzzle. Il rompicapo gode ora di un tassello in più, proveniente dai potenti strumenti delle università americane.E per la prima volta, da Cremona, sede di una prestigiosa scuola di liuteria internazionale, arriva un’apertura: «Venga a trovarci, il professor Nagyvary. Lo ospitiamo e vorremmo che tenesse una conferenza sulle sue ricerche». L’invito è di Fausto Cacciatori, coordinatore scientifico della Fondazione e artigiano liutaio lui stesso.

«Il nostro atteggiamento è di massimo interesse, emerso solo ora perché ci vuole un pò di tempo affinché le idee circolino. Sono però scettico nei confronti della individuazione di un ingrediente segreto. Non esiste un "segreto" di Stradivari. Esiste invece una complessa serie di competenze, una tradizione che purtroppo è andata perduta nei secoli e che oggi tentiamo di recuperare con un approccio multidisciplinare».

Nei prossimi tre anni, la Fondazione avvierà una campagna di indagine incentrata proprio sulle vernici, dunque una ricerca simile a quella operata dallo studioso ungherese.«Sui legni – spiega Cacciatori - si useranno gli infrarossi, si tenterà di calcolare l’effetto acustico delle decorazioni e delle forme. In questo contesto il contributo di Nagyvary potrebbe essere prezioso. Ma – tiene a precisare – la chimica è solo uno dei punti di vista. Nei nostri studi allo scienziato si affianca lo storico, l’artigiano, il filologo. È un lavoro di equipe. Isolare le vernici dalle forme, o dai documenti, mi sembra onestamente riduttivo».

Riduttivo o meno, la domanda è: perché no? Perché non applicare la scienza per riprodurre un capolavoro a costo di renderlo meno magico? Joseph Nagyvary, nel suo laboratorio texano, va avanti con questa idea implacabile e coerente: «Anche la Monnalisa di Leonardo – dichiara - oggi è riproducibile usando un microscopio elettronico in grado di rivelare la posizione dei punti di colore, pixel per pixel, riportando poi le pennellate su tela. Ciò non toglie - aggiunge - che la Gioconda resti un’opera inestimabile, così come i violini di Stradivari. Opere che rappresentano uno standard d’eccellenza».

È il problema dell’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica. Ha la copia esatta di un quadro lo stesso valore dell’originale? A Cremona gli artigiani rispondono con un secco «No. Non si possono fare cloni di un’opera d’arte – è convinto Fausto Cacciatori -. La Gioconda è unica, ha una storia. Se io riproduco l’oggetto non posso riprodurne la storia. Nemmeno uno Stradivari è clonabile nel momento in cui ha trecento anni di vita e porta con sé stratificazioni, interventi di ammodernamento, sostituzioni di pezzi. Il manico si incrina, la tensione delle corde è diversa. Lo strumento di oggi non è quello uscito dalle botteghe cremonesi del Settecento».

Ma ecco che dalle università del Texas giunge un nuovo argomento, quello del vantaggio pratico: poter avere cloni moderni degli Stradivari in fondo significa dotare tanti studenti di violini buoni a prezzi accessibili.

Un originale costa diversi milioni di dollari. Un buon violino invece parte da 15mila. Le copie dunque servono. «Ma non è mai lo stesso oggetto - insiste Cacciatori -. Ci sono copisti che riproducono grandi pittori. Ci sono pittori che realizzano copie dei propri quadri, repliche che tuttavia sono differenti una dall’altra e in questo sta il loro valore. In un dipinto c’è il cosiddetto "tempo pittore" tanto importante per la nostra cultura del restauro ottocentesca»

Due mondi a confronto: da una parte lo slancio scientifico americano, dall’altro l’artigianato italiano. Da una parte la tecnica, dall’altra la tradizione. Tra loro un dato di fatto: il suono perfetto dello Stradivari, la miriade di violini prodotti per eguagliarlo e le tante le parole spese per descriverlo. Puro, brillante, caldo, vibrante: gli stessi aggettivi da entrambe le sponde dell’Atlantico. Due continenti, due approcci. E un’unica passione.