Il rimpatriato

I manager di papà

Franco Pantarelli

Negli anni Ottanta gli Stati Uniti furono attraversati da quella che potremmo chiamare ossessione giapponese: tutto ciò che era nipponico sembrava migliore, e il peggio è che era vero: c’erano cose che erano state inventate in America (i televisori, i videoregistratori), ma ormai sul mercato si trovavano solo quelli prodotti dai giapponesi; le mitiche "automobili americane" che avevano fatto sognare intere generazioni, erano ormai minacciate dalle concorrenti giapponesi anche nel mercato interno (del quale di lì a poco avrebbero conquistato la quota maggioritaria) e a un certo punto perfino il Rockefeller Center - messo in vendita a causa dei debiti accumulati da una gestione che aveva smarrito la bussola - fu acquistato da un gruppo giapponese che come primo annuncio disse che il complesso sarebbe presto tornato in attivo "perché noi siamo più bravi".

Fra gli americani la frustrazione era forte e il culmine fu raggiunto al tempo del viaggio disastroso di George Bush padre, che partito con propositi alla "adesso li sistemo io" e con al seguito una pattuglia di imprenditori speranzosi, si infranse nel nulla ed anzi ebbe la chiusa drammatiamente "simbolica" della cena finale in cui Bush si sentì male e vomitò sulle gambe del primo ministro giapponese (scena che poi una scimmia avrebbe mimato per mesi e mesi negli schermi di una tv di Tokyo).

Proprio in concomitanza di quel viaggio infruttuoso negli Stati Uniti venne concluso un lungo lavoro in cui un istituto americano aveva cercato di rispondere alla domanda: perché le imprese giapponesi sono tanto più efficienti, innovative e produttive di quelle americane? E le risposte erano: i manager americani restavano ai loro posti mediamente quindici anni, quelli giapponesi cinque; l’età degli americani era compresa fra i 50 e i 70 anni, quella dei giapponesi fra i 30 e i 50; in un’impresa americana la differenza fra il compenso più alto (quindi del manager) quello più basso era grosso modo di 1.000 a 1, quella fra i compensi dei loro rispettivi di un’impresa giapponese era di 60 a 1. Fu una rivelazione che consentì agli Stati Uniti di prendere il problema di petto e ciò fu almeno parte del rilancio che ebbe l’economia americana negli anni Novanta, prima che arrivasse George Bush figlio a fare nuovamente danno.

Bene, uno studio che ricorda quello di tanto tempo fa è stato compiuto recentemente in Italia dalla London School of Economics. Una sua caratteristica è che riguarda specificamente 600 manager, un’altra è che evoca fortemente il Pirandello di "Ma non è una cosa seria". Che racconta, infatti, quello studio? Che in grande maggioranza i manager italiani vengono assunti per ciò che "sono" (parenti, amici, amici di amici) più che per ciò che sanno fare e che questo criterio vale non solo per l’assunzione ma anche per la carriera che poi si fa in azienda. E per scoprire questo non è che ci volesse proprio la London School. Ma c’è dell’altro. Per esempio il fatto che gli autori dello studio hanno "ottenuto" (non voglio sapere come) le agende di 121 dei 600 manager esaminati e dalle loro pagine hanno potuto fare un quadro di quanto essi lavorino e soprattutto in che consista il loro lavoro. In una tipica giornata, il manager italiano passa la metà del suo tempo in riunioni, il 14 per cento alla sua scrivania, il 12 per cento in viaggi e il restante 24 per cento al telefono, in videoconferenze, pranzi di lavoro, eventi vari, durante i quali si intrattiene prevalentemente con: consulenti esterni, clienti, banche, politici, fornitori.

Come si vede, buona parte del loro tempo è destinata a "curare i contatti" o stabilirne di nuovi, che poi costituisce l’altra faccia del modo in cui sono stati assunti. In pratica, più che di condurre al meglio l’azienda in cui lavora, il mestiere principale del manager appare quello di "seminare il terreno" in vista di un incarico in un’azienda più grande e importante. Ma non, come sembrerebbe logico, facendo bene il proprio lavoro, bensì trascurandolo, appunto per "curare i contatti". E quelli che la pensano diversamente cambino Paese, come hanno fatto i quattro autori dello studio della London School, che appartengomo alla schiera dei tanti italiani andati alla ricerca di chi è poco interessato a sapere chi sei ma pronto a esaminare con cura il tuo curriculum.