SPECIALE/CONFERENZE/Pavese e il mito americano

Chiara Di Mizio e Vincenzo Bonanno

Scrittore, poeta e ponte tra Italia e America: Cesare Pavese è stato il protagonista della conferenza che ha analizzato diversi aspetti e sfaccettature della sua vita, dall’attività politica al rapporto con la città industriale, dai lavori di traduzione alla relazione con la campagna, dal mito americano alla tesi di laurea su Walt Whitman.

Dopo l’apertura dei lavori da parte del professor Mario B. Mignone, direttore del Center for Italian Studies e organizzatore della conferenza, l’introduzione di Vittorio Marchis, docente del Politecnico dai Torino, ha messo in luce il rapporto tra Cesare Pavese e Torino, grande città in pieno sviluppo industriale negli anni Venti e Trenta. In particolare, il 1928 è un anno fondamentale: Pavese è uno studente universitario, ha 20 anni e la sua città sta vivendo gli anni gloriosi del progresso tecnologico. È l’anno delle Olimpiadi di Amsterdam e della costruzione della seconda Mille Miglia; le parole chiave di questo fervente periodo storico sono tre: cinema, aeronautica e meccanica.

Nel 1928 lo scrittore scopre e analizza il "mondo nuovo" della città trasformata dalle logiche industriali, "il mondo delle fabbriche, dello sforzo delle macchine, delle grandi città, eroico di grandezza, sotto la grandezza infinita di delicatezza e di forza della natura immensa: il cielo, il vento e quei poveri prati intristiti", come scrive Pavese stesso in un racconto del 3 aprile "Il poeta e il suo doppio". Nel frattempo, Walt Whitman è diventato il modello principale nella sua scrittura e con lui il progresso, le folle, la modernità cittadina. Pavese sceglie il modello della trilogia, andando contro le contemporanee soluzioni italiane: frammentismo e prosa d’arte confermano come Pavese sia influenzato dall’esperienza della poesia e della narrazione americana, sia a livello formale che del contenuto. La trilogia è composta da L’avventuriero fallito, che simboleggia il cinema, in cui il protagonista è un aiuto macchinista in un teatro torinese, che si rassegna al lavoro manuale dopo aver tentato la carriera di regista cinematografico in America. Il cattivo meccanico è il secondo racconto in cui uno scrittore mancato si dà alla vita da operaio alla FIAT: anche nei suoi confronti le "macchine" avranno un’accezione negativa e antifuturista. Il pilota malato, simbolo dell’aeronautica, è il terzo racconto in cui la vita del protagonista conferma che per Pavese la città industrializzata è in realtà un luogo estremo, infernale, un luogo in cui prevale il disordine e le vite umane si consumano, bruciate dalla violenta velocità delle macchine.

In realtà Pavese si era trasferito a Torino da ragazzo, ma era nato a Santo Stefano Belbo, un piccolo centro della bassa Langa in provincia di Cuneo, dove il padre aveva un podere, e qui, tra le colline del suo paese, aveva trascorso l’infanzia. Il paesaggio natìo delle Langhe rimarrà sempre impresso nella mente dello scrittore, con la ricerca del selvaggio e la trattazione del mito e della classicità, ma in realtà l’accusa di primitivismo è solo uno stereotipo. Infatti, «Uno dei tanti errori divulgati dalla biografia pavesiana di Davide Lajolo, Il vizio assurdo: Storia di Cesare Pavese (1960), fu la creazione del falso mito di un Pavese dalla personalità essenzialmente contadina», come ha affermato Umberto Mariani, della Rutgers University, durante la conferenza. «Il vero Pavese ripeteva agli amici di essere nato sì in campagna, ma di esserci nato con le scarpe. Al direttore didattico di Santo Stefano avrebbe scritto nel ’49 che lui sì amava Santo Stefano alla follia, ma perché veniva da molto lontano. Egli non riuscì mai a sentirsi contadino nonostante fosse nato a Santo Stefano i suoi antenati, quelli paterni almeno, langhigiani, non erano contadini come non lo erano quelli materni, com’egli sapeva e annotava». In effetti né la famiglia del padre di Pavese né quella della madre era rimasta contadina, c’era già stato chi rifiutava di restare a consumare la propria vita sul pezzetto di terra. Tre erano le direzioni del volontario esilio: la nascente industria torinese, l’impiego statale, manuale o impiegatizio e l’emigrazione verso l’Argentina o la California.

E proprio il sogno americano è un altro dei temi fondamentali trattati durante la conferenza. Come ha ricordato Nick Ceramella, docente dell’Università per stranieri di Perugia, sotto il fascismo la California era vista come la terra promessa per milioni di Europei ed era meta di grandi flussi d’immigrazione, proprio come oggi lo è l’Italia. Gli intellettuali italiani degli anni Trenta, tra cui Pavese e Vittorini, erano molto attratti dal dinamismo culturale degli Stati Uniti ed è evidente l’influenza della narrativa americana nelle opere di questo periodo. La radice letteraria del mito dell’America, in questi intellettuali-traduttori che non misero mai piede negli Stati Uniti, dà una coloritura particolare al loro sogno di fuga oltreoceano. Il sogno americano di Pavese, in particolare, s’iscrive nel mito generale dell’America diffuso nel mondo intero, che appariva a molti come il mondo della modernità su cui proiettare i propri sogni di evasione e di avventura. Da quest’idea del "mito americano" nascono le esperienze di traduzione di opere americane: Pavese partiva da una traduzione letterale, per poi aggiungere uno stile proprio, come ha messo in luce il professore Ceramella.

Nello stesso periodo, per poter insegnare nelle scuole pubbliche si arrese, pur malvolentieri, alle insistenze della sorella e di suo marito e si iscrisse al Partito Nazionale Fascista, cosa che rimprovererà più tardi alla sorella Maria in una lettera del 1935 scritta dal carcere di Regina Coeli: "A seguire i vostri consigli, e l’avvenire e la carriera e la pace ho fatto una prima cosa contro la mia coscienza". Il rapporto con la politica fu uno dei nodi centrali nella vita di Pavese. La tesi di un Pavese disinteressato alla politica venne sostenuta da Augusto Monti, suo professore al liceo, socialista e successivamente interventista. In realtà, come tutti i relatori hanno sottolineato durante la conferenza, Pavese non era affatto insensibile alla politica, ma era fedele ai suoi principi morali di povertà, uguaglianza sociale e abolizione dei privilegi, gli stessi principi che lo avvicinarono da un lato al comunismo e dall’altro al cristianesimo. Pavese non partecipò attivamente alla Resistenza e questo gli causerà un senso di colpa profondo; c’è persino chi ha contestato l’autenticità della sua adesione all’antifascismo. La politica in cui Pavese inizia a immergersi è quella della Torino degli anni tra il 1921 e il 1923, quando Torino è un centro di resistenza operaia e intellettuale: sono i mesi della Marcia su Roma, dei pestaggi, degli arresti e del terrore fascista. In questi anni giovanili, Pavese e i suoi amici assistono passivamente, ma non in modo indifferente. Lo scrittore infatti rimane profondamente impressionato dagli eventi che si susseguono in quegli anni. A testimoniare il suo impegno politico, Mariani ha ricordato l’arresto di Pavese in seguito a una perquisizione: sospettato di frequentare il gruppo di intellettuali a contatto con Ginzburg, in casa dello scrittore venne trovata una lettera di Altiero Spinelli che era detenuto per motivi politici nel carcere romano. Così, accusato di antifascismo, Pavese venne arrestato e incarcerato dapprima alle Nuove di Torino, poi a Regina Coeli a Roma e, in seguito al processo, venne condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro. In realtà era innocente per il fatto che la lettera trovata era rivolta a Tina, la donna della quale era stato innamorato.

Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito comunista: la sua probabilmente era una sorta di tentativo di riparazione, di voglia di mettere a posto la coscienza; il suo principale impegno è infatti sempre stato letterario. Scrive articoli e saggi di ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale, riorganizzando la casa editrice Einaudi, si interessa di mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata nei Dialoghi con Leucò, ventisei brevi conversazioni a due, che analizzano le eterne angosce degli uomini.

L’immagine di Pavese dipinta nella conferenza è stata quella di uno scrittore spesso non compreso dalla critica, di un autore che ha testimoniato i drammi del suo tempo, ma ha saputo parlare anche di categorie universali: uomo, natura, morte.

 

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L'Intesa Suny-Lumsa

 Una delegazione della SUNY, composta dal rettore, Shirley Strum Kenny, dal responsabile alle relazioni internazionali, William Arens e dal Direttore del centro di studi italiani, Mario Mignone, hanno incontrato a Roma il rettore dell’Università LUMSA, prof. Giuseppe Dalla Torre Del Tempio di Sanguinetto, per sancire un più forte accordo in materia di formazione e istruzione. Le due università, che già da 4 anni hanno un intenso scambio di studenti, hanno stabilito che si lavorerà in maniera congiunta, per rendere più produttivo questo rapporto di scambio. Ogni anno nove studenti italiani hanno la possibilità di spendere un semestre di studio nel campus della SUNY, così come gli americani possono vivere un’esperienza di studio alle porte di San Pietro. Superato l’ostacolo burocratico "l’esperienza di studio all’estero rimane un’opportunità unica nella propria carriera di studio – spiega Giovanni, uno dei ragazzi che ha avuto la possibilità di studiare presso la Suny lo scorso semestre – un’occasione di crescita, un modo per approfondire i temi di interesse".

(di Mary Palumbo)