PRIMO PIANO/CONFERENZE/Caruso e l’identità degli emigrati

Simona Frasca

Il primo stadio dell’industria della musica riprodotta conosce uno dei suoi momenti più significativi quando l’etichetta americana Victor Talking Machine mette sotto contratto Enrico Caruso, il tenore napoletano che all’inizio del Novecento si appresta a diventare la figura principale dell’opera italiana grazie alla sua voce discograficamente perfetta. In seguito al successo ottenuto nel 1903 al Metropolitan Opera di New York con l’interpretazione di Rigoletto, Caruso diventa il primo fenomeno di divismo musicale dell’era discografica. Nonostante la fama e gli ingaggi teatrali favolosi, tali da proiettarlo nell’ambiente più esclusivo del contesto americano, il tenore mantiene costanti rapporti di amicizia e continuità con la comunità italiana di emigrati. Il filo sottile ma tenace con i suoi compatrioti è tenuto saldo proprio grazie alle scelte strettamente legate alla sua professione che, nelle occasioni non ufficiali, si orientano spesso verso il repertorio canzonettistico napoletano. La sua stessa corte di musicisti accompagnatori, segretari, amici e comprimari è napoletana.

Delle canzoni in napoletano incise da Caruso e nate nel contesto americano, la più interessante, e forse tra le meno note, è I’ m’arricordo ’e Napule. La significatività poetica e gli elementi legati ad un’indagine più strettamente musicale rivelano come in questa canzone, che è un accorato ricordo di Napoli, la musica si identifica con la città stessa, dichiarando il binomio inscindibile tra la città e la sua canzone.

I’ m’arricordo ’e Napule fu scritta nel 1919 da P. L. Esposito, ovvero Pasquale Esposito. Il poeta, nato nel 1887 probabilmente a Napoli ed emigrato a New York, dove morì nel 1952, pare avesse scelto questa firma per distinguere il suo nome da quello di Gaetano Esposito, noto come Pasqualotto, poeta popolare anch’egli residente a New York e autore di un certo pregio. Anche l’autore della musica, Giuseppe Gioè, scelse la via dell’emigrazione, e i suoi contatti lo portarono a stabilirsi ben presto a New York. Egli fu tra i più noti compositori emigrati, in suo onore spesso venivano organizzate vere e proprie serate di gala, come si legge spesso dalle pagine de "La Follia di New York", il settimanale di costume della comunità italiana. La canzone fu pubblicata nel 1921 nella città americana dallo stesso Gioè, che qui si firma con l’iniziale puntata del nome di battesimo anglicizzato di Joseph. Il brano ebbe vastissima eco in America proprio grazie all’interpretazione di Caruso che aveva inciso la canzone un anno prima. Ai due autori, grati al tenore per aver cantato la loro canzone, lo stesso Caruso scrisse una lettera dalla quale si comprende quanto fosse radicato il suo sentimento di solidarietà nei confronti dei conterranei. Scrive Caruso: «Non v’è nulla da ringraziarmi, ma son ben io che debbo ringraziare voi per il piacere di cantare quei versi che non più tardi di ieri l’altro ho incisi nella macchina parlante della Victor. Ne ho udito anche l’esecuzione e in essa v’è tutta l’anima di tre "Napulitane Verace" che sentono la nostalgia del loro caro e bel paese».

Molto probabilmente Gioè decise di pubblicare lo spartito e depositare i diritti d’autore solo quando la canzone divenne un successo tangibile, nell’anno stesso in cui il tenore morì. Nello stesso 1921, poco dopo la morte di Caruso, la stessa coppia di autori — Gioè con il nome di Joe Gioie — firmò un’altra canzone Caruso mmiez’a li’Angeli cantata da Eduardo Ciannelli, nome eccellente proveniente dal mondo del teatro italoamericano.

La forma poetica della canzone, con la struttura ripetuta tre volte, rientra nei canoni della "canzonetta" napoletana, secondo un modello compositivo che sembra avere maggior successo sul finire dell’Ottocento, proprio negli anni in cui alcuni studiosi cominciano a datare la nascita della canzone napoletana moderna. Ciascuna sezione è formata da tre parti: un’introduzione strumentale, una strofa dal carattere evocativo e un corpo aggiunto di carattere più lirico. Il concetto del corpo aggiunto, cioè dell’inserimento di versi all’interno di una struttura principale, era frequente nei libretti d’opera comica napoletana del Settecento, dove in alcuni luoghi apertamente si citano o si imitano modelli popolari. Quest’aggiunta si presenta così come una specie di "fossile", di "reperto" lirico: una nenia, una filastrocca, uno stornello, un motto proverbiale, qualcosa che non è in alcun modo connesso con la strofa principale e che suona come una specie di nonsense.

Ognuna delle tre sezioni della canzone presenta tre bozzetti di vita napoletana, che riproducono alcuni elementi tipici della poesia per musica di questo repertorio, immaginati in specifiche ore della giornata, la mattina, ‘a cuntrora, cioè la siesta ovvero il primo pomeriggio, e la sera. In essa abbondano gli attributi più noti della poesia per musica napoletana, le rose, il mese di maggio, gli innamorati che oziano sotto l’aria benefica. I corpi aggiunti sono legati alle strofe tematicamente, evocati cioé dal luogo, dall’ora o dall’azione raccontata. Il brano termina con un tono dolente e mesto. La gioia iniziale si spegne e sembra di ascoltare un canto di morte intonato da chi ha dovuto abbandonare ciò che aveva di più caro, forse proprio la terra d’origine immaginata qui nelle sembianze della donna amata: i’ penzo ’a nenna mia / C’ ’a voglio bene ancora / E moro ’e gelosia (penso ancora alla mia ragazza, le voglio ancora bene e muoio di gelosia).

L’idea più significativa di tutto il brano è dunque quella di inserire al termine di ogni strofa una digressione poetica o nonsense. Questa tecnica crea grande varietà perché mantiene desta l’attenzione dell’ascoltatore. Della canzone di Esposito e Gioè sono noti il testo, la musica e la registrazione discografica del suo principale interprete, Caruso. Sebbene scritta in America I’ m’arricordo ‘e Napule è concepita idealmente a Napoli. Il dialetto adoperato è quello parlato in città e le immagini derivano dalla realtà di quella città che poco o nulla condivide con l’immaginario urbano di New York. È un testo in dialetto puro, che non ha subito ancora contaminazioni con il nuovo panorama culturale, un esempio che testimonia, proprio nell’assenza di qualsiasi compromesso linguistico, il passaggio ancora solo fisico dell’emigrato nel nuovo ambiente. Quando questi avrà completamente introitato i nuovi ritmi di vita, registrerà questo cambiamento radicale anche nei testi delle canzoni. Prima di allora egli sembra vivere nel ricordo esclusivo di ciò che ha perso.

I’ m’arricordo ’e Napule è un documento importante e unico perché non ci sono altre incisioni contemporanee della stessa canzone. Mi sembra che questa canzone e, con essa, gran parte della produzione napoletana di Caruso, faccia parte di un ambito musicale di transizione, a metà strada tra il repertorio colto europeo e la nascente popular music. L’impostazione del cantante che esegue secondo una disciplina vocale di tipo operistico, la presenza in sala di registrazione di un direttore d’orchestra, la pagina scritta, cioè il riferimento unico per gli orchestrali che accompagnano il solista, sono elementi che accomunano questa canzone al repertorio colto. Nonostante ciò, il brano non sembra un prodotto di musica colta tout court, ma qualcosa di più complesso che induce a guardare nel territorio, ancora evanescente per l’epoca, della musica di consumo o popular. Sia la destinazione che la struttura di questa canzone sembrano fare riferimento a quest’area. La destinazione della canzone di Caruso è il disco, infatti se l’incisione non avesse conosciuto il successo, probabilmente l’autore non avrebbe pubblicato lo spartito. Il destinatario di questo tipo di produzione musicale è un pubblico indistinto, non quello di una sala da concerto, non quello alto-borghese, né quello aristocratico, comunque non necessariamente alcuno di questi. La morfologia di questa canzone è essa stessa un ibrido, con l’uso della struttura ripetuta e del corpo aggiunto a conclusione di ciascuna sezione. I caratteri elencati qui, ovviamente, non vanno necessariamente in relazione con la provenienza geografica specifica di una canzone, in questo caso New York; si tratta, piuttosto, di elementi che si rintracceranno con sempre maggior frequenza anche a Napoli, con il progressivo incremento dell’industria discografica.

La canzone cantata da Caruso è importante anche perché è capace di esprimere, come detto all’inizio, l’identità di una città. Questo non perché I’ m’arricordo ’e Napule sia in dialetto napoletano ma perché l’identità stessa dell’appartenenza etnica dell’emigrato è consegnata alla musica, piuttosto che a qualsiasi altra forma di espressione artistica. Questo aspetto chiarisce forse più di altri il legame tenace tra Napoli e la canzone napoletana. Quest’ultima è un insieme di elementi poetici ed estetici desunti dalla ‘forma’ stessa della città, dalla sua geografia fisica e ideale che diventano, in questo modo, quasi un’eziologia sonora e concorrono a conferire alla canzone quella caratteristica impronta lirico-musicale, tale da indurre a parlare, più che di storia, di geografia della canzone. Ecco perché, quando gli emigrati vennero in America, furono costretti a ripensare gli attributi prima poetici e poi formali del loro canto, se non volevano rielaborare quest’ultimo unicamente sulla base della memoria. Ciò avviene negli anni, ma prima che ciò si verifichi, si registra una fase di sospensione; lo sradicamento, prima di essere cosciente, è nostalgia. Questa è la condizione in cui è immersa la canzone di Esposito e Gioè interpretata da Caruso, un artista che, sebbene si definisse un emigrato d’eccezione, non rinnegò il rapporto ideale con la città natale. La nostalgia per la perdita della terra è racchiusa così in quei corpi aggiunti, in quei nonsense che aprono uno iato poetico-esistenziale favorendo una vera e propria operazione di in/coscienza collettiva.

 

 

* Simona Frasca, Università di Napoli, Federico II. Questo intervento presentato a New York e intitolato "Enrico Caruso and the Emergency of Italian Identity" è un estratto dal libro di Simona Frasca "Birds of Passage, i musicisti napoletani a New York (1895-1940)" LIM, Lucca in corso di pubblicazione]