Che si dice in Italia

Nel segno di Zaia

Gabriella Patti

Nello smisurato esercito di ministri che si sono succeduti negli ultimi anni in Italia e i cui nomi solo gli addetti ai lavori riescono a fatica a elencare - e non sempre - quelli dell’Agricoltura hanno la caratteristica di avere lasciato meno ricordi nella memoria collettiva del Belpaese. Forse Luca Zaia, l’attuale titolare, potrebbe essere l’eccezione alla regola. Sembra seriamente intenzionato a dichiarare guerra alle imitazioni alimentari che, spacciandosi per italiane, invadono gli scaffali dei supermarket di mezzo mondo. Insomma: basta con il falso Made in Italy a tavola, ha detto scegliendo come palcoscenico uno dei templi della enogastronomia nazionale, il mitico negozio Peck di Milano quello che qualcuno, guardando i prezzi, chiama: "Il gioielliere del cibo".

A quanto pare, nei mercati esteri nove prodotti su dieci presentati come italiani doc provengono invece da altri paesi. Magari alterando lievemente il nome, sperando - e riuscendoci - di ingannare l’acquirente distratto. Ci sono i pomodori Pechino, anzicché Pachino, c’è il Parmesan al posto del Parmigiano, c’è la mozzarella cinese e via dicendo. Siccome la nostra esportazione alimentare vale qualcosa come 24 miliardi di euro, c’è poco da scherzare. E Zaia sembra intenzionato a prendere la cosa sul serio. Vuole l’etichettatura obbligatoria, tanto per cominciare. E, per questa guerra, ha stanziato 10 milioni di euro. Speriamo solo che non finiscano sprecati come tanti altri stanziamenti pubblici. Comunque, per ora, diamo fiducia al ministro. Se poi il tutto finirà nella solita bolla di sapone, lo pizzicheremo e ve lo faremo sapere. Statene certi.

Un altro ministro, Franco Frattini, titolare degli Esteri, farebbe invece bene a indignarsi di meno e a guardare in faccia la realtà. L’Onu ha detto che l’Italia sta diventando razzista. E non è stata una frase sfuggita distrattamente a un funzionario. Alla sgradevole e allarmante conclusione è giunto il comitato di esperti dell’Ilo, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dell’organizzazione internazionale del lavoro. Nel suo rapporto anuale sull’applicazione degli standard internazionali del lavoro in tutti i paesi ha esaminato l’atteggiamento delle nostre istituzioni nei confronti degli immigrati e ha dovuto sentenziare che "la discriminazione e le violazioni dei diritti umani sono evidenti e in aumento". Insomma, dicono i venti giuslavoristi che compongono il comitato, l’Italia sta contravvenendo a un precisa normativa europea sulla parità di trattamento tra le persone. I venti, quindi, raccomandano al governo "di intervenire con efficacia per contrastare il clima di intolleranza e garantire la tutela ai migranti, a prescindere dal loro status". Ma la prima risposta da Roma non è delle più incoraggianti. "Siamo indignati" ha detto Frattini. Meno indignazione, signor ministro, e più interventi concreti per estirpare in tempo la malapianta del razzismo che in questo nostro Paese ha già proliferato in passato. Con pessimi risultati.

I due mesi di letture ed incontri appena avviati e che si terranno in giro per l’Italia sull’opera di Francesco De Sanctis, letterato e primo ministro della pubblica istruzione dell’Italia unita, non sono uno dei tanti appuntamenti semi-mondani. De Sanctis è stato uno dei cosiddetti padri della Patria. Era convinto, e oggi molti critici gli danno ragione, che l’unità d’Italia partisse dalla letteratura e dai letterati. Altrimenti, nel Paese dei mille campanili e delle fratture ancora non ricomposte tra Nord e Sud, l’unità non si sarbebe potuta fare. Non deve quindi essere un caso se la prima lettura si è tenuta addirittura al Quirinale, alla presenza del Capo dello Stato.