Visti da New York

Il missile Obama

Stefano Vaccara

Pronto, agile e soprattutto pragmatico, continua così lo scatto di Obama per battere il record di velocità ed efficacia sui primi cento giorni di amministrazione. Questo fine settimana, dopo aver girato la California per ascoltare i cittadini più colpiti dalla crisi economica e trovato anche lo spirito per far con il popolo americano quattro "serie risate" al Jay Leno Show, lo scattista Obama ha anche avuto il tono giusto per ridare agli Usa una politica estera degna della sua potenza. Il messaggio televisivo sottotitolato in lingua farsi e che grazie all’internet si sapeva avrebbe raggiunto nonostante qualsiasi censura i cittadini iraniani, rimarrà scolpito nei manuali di diplomazia del XXI secolo. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, c’è una amministrazione capace di comunicare ai regimi e direttamente ai popoli della regione più instabile e pericolosa del pianeta.

Ma il presidente Obama, per chi avesse dubbi, non lo ha fatto inginocchiandosi, scusandosi e chiedendo perdono (come invece ha fatto il governo italiano con Gheddafi solo un paio di settimane fa...) ma usando un linguaggio efficace, colto e allo stesso tempo accessibile, mostrando come una sensibile intelligenza può essere molto più forte di una ignorante serie di minacce.

Ovviamente non sarà tutta farina del sacco di Obama, ma sapersi scegliere i consiglieri adatti al compito e indicar loro quali sono le priorità, fa parte delle qualifiche necessarie ad un leader. Quindi ecco la citazione della frase del poeta medievale persiano Saadi: "The children of Adam are limbs to each other, having been created of one essence". Chi meglio del cristiano Barack Obama, figlio di un musulmano, può pronunciare con più credibilità una frase del genere?

Quando il presidente Usa, per la prima volta in trent’anni, decide di parlare non solo al popolo iraniano ma anche a "The Islamic Republic", riconoscendo quindi il regime al potere, non mostra debolezza, ma tutta la forza di chi conosce bene le contraddizioni che travagliano quel grande paese. Il discorso di Obama pronunciato in occasione delle celebrazioni del capodanno persiano, infatti non è soltanto un ramoscello d’ulivo di chi vuole la collaborazione della maggiore potenza regionale per risolvere i problemi in Iraq e soprattutto in Afghanistan, ma anche un astuto intervento nelle prossime elezioni iraniane. Ahmadinejad e i suoi ministri avranno avuto un crampo allo stomaco nell’ascoltare quel messaggio proveniente dalla Casa Bianca e che da giovedì notte rimbalza in ogni computer e cellulare dei cittadini iraniani che andranno a votare in primavera. Ahmadinejad rimpiange in questo momento G. W. Bush e la sua retorica dell’"asse del male", immaginate un po’ a Silvio Berlusconi se dovesse di colpo far una campagna elettorale in un’Italia dove i comunisti si fossero tutti volatilizzati...

La risposta della vera fonte di potere supremo del regime iraniano, l’Ajatollah Alì Khamenei, non si è fatta attendere: cambieremo se voi cambierete. A questo punto, se le cose si mettessero nel modo che tutti ci auguriamo, la maschera aggressiva di Ahmadinejad diventerebbe inutile e le prossime elezioni decreterebbero la svolta. Ma se invece anche il regime teocratico iraniano, facendo certi calcoli, si convincesse che la fine del confronto con gli Usa significherebbe anche l’accelerazione delle spinte di modernizzazione che provengono da una popolazione stanca dei mullah, ecco che il messaggio di Obama potrebbe cadere nel vuoto.

In questo caso, il presidente Obama avrebbe comunque optato per la scelta giusta. Dare l’ultima chance ad un regime destinato dalla storia a soccombere, ma dandogli la possibilità di uscire di scena in maniera più indolore possibile. Nell’era del web, non ci voleva molto a capire che non erano necessarie la minaccia di missili super stupidi per costringere la Repubblica Islamica dell’Iran a ritornare al suo "rightful place in the community of nations". Il video di Obama che circola da due giorni a Teheran, fa più paura di cento portaerei. Ora il regime iraniano dovrà scegliere: accettare di "aprire il pugno" e percorrere la strada indicata dalla finalmente intelligente diplomazia americana, oppure doversi preparare a confrontarsi con la reazione di Israele – che non accetterà mai un Iran nucleare senza prima un cambio di regime – e soprattutto con i pugni chiusi del suo stesso popolo ormai colpiti al cuore da i missili diplomatici di Obama.