SPECIALE/ISTRUZIONE/Parla come Dante...in Texas

di Stefania Malacrida

In Texas, si sa, tutto è più grande. E come se non bastassero i mega-ranch, le super-bistecche e gli spazi sterminati, quest’anno a confermare il detto si è messa persino la lingua di Dante. È nel profondo West infatti che troviamo la classe di italiano più grande d’America.

Accade a San Antonio, città dell’Alamo e settima metropoli degli States, dove da un anno si è verificato un boom di iscrizioni ai corsi. La scuola più ufficiale, la Christopher Columbus Society, legata al consolato, unica a offrire il servizio gratuitamente, non ha voluto rifiutare allievi. Risultato: 145 iscritti, lezioni tenute in una sala da ballo, l’insegnante che passeggia tra i banchi col microfono, e il boato degli studenti che tutti insieme recitano in coro: "Io sono, tu sei, egli è, ..." .

L’effetto è folkloristico, con tanti texani d.o.c. alle prese con "acca" muta e trapassati remoti, mentre qualche cappello da cowboy svetta tra i banchi affollati. Un successo inaspettato anche per la docente e organizzatrice, Luciana Cristadoro, costretta a inventarsi una via di mezzo tra il seminario familiare e la lettura universitaria. «È la prima volta - dice – che abbiamo tanti allievi. Nonostante gli assenti e il solito calo fisiologico che sempre si verifica dopo l’inizio dell’anno, si arriva comunque ogni settimana a sfiorare il centinaio di persone. Numeri mai visti».

Una vita spesa per l’insegnamento e tanta passione per la cultura, Cristadoro sbarca negli States dall’Abruzzo nel 1955, fresca di ateneo. Con una laurea in pedagogia, validata dall’Università di San Antonio, trova subito lavoro in una scuola pubblica cosiddetta "difficile", di quelle dove i ragazzini ballano l’hip hop nei corridoi e dove lo slang tex-mex regna sovrano anche nei colloqui coi genitori.

Arrabattandosi tra i diversi idiomi, primo fra tutti lo spagnolo, materia obbligatoria in Texas, la giovane Luciana non dimentica di coltivare la lingua madre, nascosta tra le pieghe delle altre. Anzi, con un costante lavoro comparativo, sviluppa un metodo valido anche per l’italiano, accarezzando l’idea che prima o poi le servirà , «perché - tiene a precisare – non basta essere madrelingua per trasmettere una conoscenza glottologica. Bisogna acquisirne consapevolezza, capirne caratteristiche e struttura».

Per 14 anni insegna, lei stessa straniera, ai piccoli immigrati messicani come funziona l’America, fino alla proposta di diventare direttrice in un altro istituto della città, la Stafford Elementary School. È qui che comincia a collezionare medaglie al valore: la soddisfazione di portare la scuola dal 17esimo al primo posto nel distretto; poi la visita nel ’73 del presidente Nixon; nel 1980 la chiamano dalla società Christopher Columbus per affidarle il progetto di un centro di cultura italiana. Detto fatto. E ora, ventinove anni dopo («trenta a settembre» precisa), ecco arrivare la classe da Guinness, con i corsi di San Antonio diventati un punto di riferimento nei dintorni. C’è persino chi viene dalla capitale Austin.

Ma perché tanti americani imparano la lingua del Bel paese? Qualche intervista random all’uscita delle lezioni fornisce un identikit delle tipologie di allievi. Nel complesso il quadro è davvero lusinghiero per chi nello stivale è nato e vissuto, e di solito ne vede i difetti: l’italiano è il fun-language, il linguaggio del divertimento. Italiano vuol dire vacanze, cibo, arte, musica e dolce vita. Chi lo impara sa tutto di Andrea Bocelli, conosce a memoria ricette tradizionali e cita piccoli paesi della Maremma come se fossero note subdivision d’oltreoceano. Chi lo studia va e viene dalla terra del Rinascimento, e desidera capire bene il menù quando si troverà ancora una volta sotto il Colosseo a gustare un vero cappuccio.

Per Catrinka Hansen, ad esempio, la parola chiave è "vino". Turista affezionata dell’Appennino tosco-emiliano da 16 anni, la sua mappa geografica porta memoria di vigneti e agriturismi visitati più volte. «Ma il mio motto è ‘non solo Chianti’ – sorride. E aggiunge un’altra parola magica -: the people, è la gente che mi piace».

Ci sono poi quelli come Mario Martinez, di origine sudamericana, moltissimi da queste parti, che si prendono la rivincita sugli anglofoni sfruttando al massimo l’identità latina, incassando così una terza lingua in curriculum, perché "nella vita non si sa mai".

Poi ci sono i super-dotti, professori universitari che collezionano lingue straniere come i bambini le figurine. Per loro l’italiano è il settimo o l’ottavo idioma, la ciliegina sulla torta, quella per leggere i libretti operistici o per capire la scrittura speculare di Leonardo Da Vinci. È il caso di Richard Torres, docente di francese, amante delle comparazioni glottologiche più ardite, con l’ambizione di trovare il ceppo comune a tutti i dizionari. La sua storia personale però va dritta dall’albero linguistico a quello genealogico: «Mia mamma – racconta - era di Milano, mezza italiana e mezza albanese. Settant’anni fa durante la persecuzione nazifascista dovette fuggire. Così siamo approdati prima in Francia, poi in America. Ora che lei non c’è più, questo corso è un modo per ricordarla e, diciamo così, omaggiarla».

Una voglia di italiano, insomma, che porta indelebile il marchio degli affetti. E siamo alla tipologia più comune di allievi: gli oriundi, immigrati di seconda o terza generazione. Desiderano capire chi sono, vogliono trovare quel pezzo smarrito di identità anche a costo di litigare con verbi e pronomi. Dovrebbero avere più strumenti, «Invece – torna a spiegare l’insegnante Luciana Cristadoro -, sono gli allievi più difficili, perché hanno in mente qualcosa che spesso non è affatto l’italiano, ma un dialetto». A volte ne nascono fraintendimenti esilaranti.«Ricordo un signore – continua - che un giorno mi esortò timidamente a non dire parolacce. Rimasi talmente allibita che lui fece marcia indietro e ritirò tutto. ‘Eh no!’, io insistetti, ‘adesso me lo deve dire!’».

Con imbarazzo lo studente spiegò che la parola incriminata era "lavagna", secondo lui sinonimo scurrile di "donna piatta, senza forme". «Era il residuo di un calabrese succhiato col latte materno cinquant’anni prima. Spesso i nonni di queste persone non hanno approfondito la lingua madre, vergognandosi delle proprie origini».

Tocca dunque ai figli dei figli capire che in realtà era dialetto. La loro esperienza ed è un monito a ogni purista, una cartina tornasole di quanto i linguaggi siano flessibili a seconda del quando e del dove. Ma è un’esperienza dolorosa: «Qualcuno – spiega Cristadoro – rimane deluso nel sapere che in casa si parlava non il lessico corretto ma il meno nobile vernacolo. Poi però finisce per accettare con tenerezza il vero volto di quegli antichi immigrati.

Uomini e donne che hanno imparato perfettamente l’inglese, facendosi onore nella nuova patria americana, rimuovendo le umili origini in nome di un avvenire migliore».

Alla fine l’identità prevale sulla forma, ed è per questo che gli allievi non mancano anche se è difficile. Tante le storie, tanti i vissuti racchiusi nella morfologia di noiosissime preposizioni articolate, che maestra Luciana non esita a definire senza troppi giri di parole "a pain in the neck".

L’umorismo è fondamentale per rendere leggera l’atmosfera. In questa prospettiva la classe più grande d’America diventa una miniera d’oro: «Cerco di trasformare lo svantaggio del numero in vantaggio - dice -. Ad esempio ironizzo su elementi come il microfono e il podio, sottolineando l’eccezionalità della nostra situazione. Oppure scherzo sui gran passi che dobbiamo fare per guadagnare una parte o l’altra dell’enorme aula. La ginnastica in fondo fa bene!»

Si può obiettare che la cosa nasca dalla mancanza di un’adeguata offerta di corsi. Si può osservare che la comunità italiana qui sia meno numerosa di quella di altre parti degli Stati Uniti. Ma tant’è, solo nel Texas si poteva accettare una super-classe senza batter ciglio. L’esercito dei 145 si ripresenta puntuale ogni settimana per sentir parlare di Michelangelo, a due passi dal tempio di David Crokett. Si ride, si pensa, si cresce. «Siamo in viaggio verso la cima dell’Himalaya – dice l’insegnante a fine lezione - . Bisogna essere tenaci, bisogna costruire diversi campi base. Ma il risultato più importante è che siamo ancora vivi».

E lo chiamano un semplice corso di lingue