L’italianità studiata nelle melodie dei cantautori

di R.P.

Fra i tanti temi di riflessione che le canzoni offrono, ce n’è uno in particolare che tratto nelle mie lezioni di lingua e cultura: quello dell’italianità, che mi è particolarmente caro perché serve a mio parere ad affrontare criticamente il complesso discorso degli stereotipi sull’Italia e sugli italiani.

Nella mia esperienza di insegnamento a studenti di ogni parte del mondo, non ho incontrato nessuno che non conoscesse già L’italiano di Toto Cutugno (1982), in cui con orgoglio nazionalistico medio-borghese il cantante si presenta come un vero italiano (dunque, secondo il noto stereotipo, con la chitarra in mano) che mangia spaghetti al dente e beve caffè ristretto. Esaltazione incondizionata del Bel Paese si trova anche in Italia, Italia di Mino Reitano (1988): l’Italia è la terra più bella del mondo dove splende sempre il sole e la primavera è eterna. Infine, in Dolce Italia di Eugenio Finardi (1987) abbiamo la netta contrapposizione tra un’America tutta negativa (a Boston c’è la neve, si muore di noia e la gente dalla pelle grigia ti guarda senza gioia) e un’Italia tutta positiva (in Italia è primavera... e la gente è più sincera).

Dalla parte opposta, tuttavia, ci sono cantanti che mettono a nudo i difetti dell’Italia: Elio e le Storie Tese assai ironicamente denunciavano (La terra dei cachi, 1996) la criminalità, la malasanità e l’abusivismo edilizio, mostrando che pizza, spaghetti e calcio sono in fondo il nostro sfogo per tanti problemi irrisolti. E gli Articolo 31 descrivono l’italiano medio come colui che è totalmente plasmato dalla TV, che sogna di diventare ricco come Silvio, e che si butta alle spalle i problemi: A me non me ne frega tanto/io sono un italiano e canto/Non togliermi il pallone e Panariello alla TV/e non ti disturbo più.

Tra altri cantautori che hanno espresso un senso di disorientamento e di disagio per il loro essere italiani, Gaber (Io non mi sento italiano) si lamenta delle continue risse in Parlamento e del sostanziale immobilismo del nostro Paese (si scannano su tutto e poi non cambia niente) che ci sta rendendo pian piano la periferia del mondo occidentale. E sfoga tutta la sua rabbia contro quegli stranieri che ci considerano ancora solo spaghetti e mandolini: allora qui m’incazzo/son fiero e me ne vanto/gli sbatto sulla faccia/cos’è il Rinascimento! E fra tanti altri, di recente Fabri Fibra e Gianna Nannini hanno pessimisticamente definito l’Italia come il Paese delle mezze verità; infine, Marco Masini (Sanremo 2009) inveisce contro i tanti problemi della nostra società, causa di profondo malessere per gli italiani oggi.

Tuttavia, trovo che un tratto comune caratterizzi questi brani polemici e apparentemente anti-nazionalistici: l’amore profondo dei cantautori per il loro Paese. Gaber infatti, indeciso tra per fortuna o purtroppo, conclude dicendo per fortuna sono italiano! Francesco De Gregori grida con forza, nonostante le tante contraddizioni del nostro Paese, Viva l’Italia e Fabri Fibra incoraggia a rimanere nella propria terra (dove fuggi?) e... resistere.

Tutti questi testi ci offrono spunti preziosi per riflettere con gli studenti sul concetto di identità, sull’immagine che abbiamo di noi stessi e su come ci percepiscono gli altri.