MOSTRE/FOTOGRAFIA/Scatti a tempo di musica

di Viviana Bucarelli

Mentre fa le fotografie le piace "scomparire", "vedere e non essere vista", per non interferire con la scena immortalata; una volta ha ripreso un celebre musicista a Berchidda, in Sardegna, da sotto un altare ed un altro dal tetto di un’ambulanza, per passare inosservata. Ma non per questo, non si può certo dire che non sia animata da un sacro fuoco.

Per fotografare David Bowie durante un concerto, poiché non ci si poteva avvicinare al palco con l’unica possibilità di stare in mezzo al pubblico che ballava e saltava tutto il tempo, Daniela Zedda ha scattato la fotografia in mostra letteralmente al volo, mentre saltava anche lei. E non v’è dubbio che la musica sia stata parte integrante della sua vita privata. Per tutto il primo anno di vita il suo bambino si è addormentato sulle note "My Baby Just Cares For Me" di Nina Simone, e poco dopo, ci si addormentava anche lei. E confida che, in gravidanza, nonostante il divieto del medico, "scappava" di casa per andare a fotografare i concerti, ogni qual volta se ne presentasse l’occasione.

Daniela non è diventata musicista, come aveva pensato da piccola, ma fotografa. Anche se, con l’ultimo lavoro, "Solitude" ha certamente espresso il suo amore per la musica. E molto di più.

Con questa mostra che presenta presso il Times Center, dal 19 al 23 marzo, grazie al patrocinio della Regione Sardegna e con la collaborazione dell’Enit diretta a New York da Riccardo Strano, Zedda espone a New York per la seconda volta, dopo l’allestimento dello scorso settembre di "Mastros", presso l’Italian Academy della Columbia University.

La Zedda è una fotografa e fotogiornalista cagliaritana. Collabora stabilmente con il quotidiano L’Unione Sarda da oltre vent’anni. Le sue fotografie sono state pubblicate dai maggiori quotidiani e riviste italiane, tra cui Il Corriere della Sera, La Repubblica, Panorama, L’Espresso, L’Europeo, Vogue Casa, nonché da Le Monde. Contemporaneamente, ha alle spalle un’intensa attività di mostre personali in Italia e all’estero nonché la pubblicazione di alcuni volumi prestigiosi. La mostra comprende 80 immagini, realizzate tra il 1984 ed il 2008 e pubblicate anche nell’omonimo volume del 2006. Protagonisti sono il fior fiore della musica jazz, rock and e blues del nostro tempo: da Nina Simone a Dizzie Gillespie, da Ray Charles a Miles Davis, da Etta James a Chick Corea, da Keith Jarrett a B.B. King. Ognuno di loro ripreso in concerto durante i tour in Sardegna, in alcuni dei luoghi più belli del Mediterraneo: il Festival Jazz di Cagliari, la spiaggia di Santa Teresa di Gallura, "Time in Jazz" di Berchidda, dove i concerti si tengono sui prati, nei boschi o all’interno delle antiche chiesette della campagna circostante, alle Rocce Rosse di Arbatax e nella spiaggia del Nuraghe di Sant’Anna Arresi.

La Zedda coglie l’essenza della personalità del musicista e rende memorabile un viso o un attimo della sua performance musicale. Cattura il sorriso luminoso ed irresistibile di Dee Dee Bridgewater, la vitalità sprizzante e senza tempo di Jerry Lee Lewis, gli occhi vividi di Miriam Makeba, la forza dell’energia di Herbie Hancock, la "vis comica" teatrale di Tito Puente, il fascino della grande diva di Ute Lemper. E dalla sempre interessante composizione, specie nelle foto più buie, emergono a volte dei dettagli che, da soli, trasmettono un’intensa emozione.

Come lei stessa dice, mentre scatta le fotografie quel che si deve fare è "aspettare". Attendere il momento più adatto. Finché è la foto, in un certo senso, "che ti viene incontro". Come nel caso dell’immagine delle mani svolazzanti sulla tastiera che ha cercato per anni. La foto che lei vuole è in generale il frutto di un pensiero, la conclusione di un racconto.

Ma è lei stessa a raccontare ad Oggi7 "l’essenza" di "Solitude".

Parliamo del titolo

«E’ un omaggio a Duke Ellington, ai musicisti ritratti e, allo stesso tempo, una metafora del lavoro fotografico».

Com’è iniziata l’idea di questa mostra?

«Ho pensato di mettere insieme le foto e fare la mostra nel momento in cui mi sono resa conto che molto era cambiato del mondo che avevo fotografato. Innanzi tutto, molti dei personaggi erano scomparsi. Poi, anche nel corso degli ultimi dieci anni, è cambiata la concezione del concerto dal vivo. Attualmente mancano le atmosfere dei concerti di alcuni anni fa».

In che senso?

«Prima l’illuminazione era studiata su ogni concerto e anche la luce, spesso in scarsa quantità, raccontava quel che avveniva sul palco. Mentre ora, con "le americane", il tipo di illuminazione è standardizzato».

Qual’era la tua idea per la mostra?

«Sono partita dalla musica. E’ un omaggio alla musica. E ha un ritmo così come quello di una cadenza musicale. Inizia, così come il libro, con alcune fotografie in cui un dettaglio, come le mani sullo spartito o le mani sulla tastiera, emerge da una scena piuttosto buia; ci sono poi alcune immagini dove emerge un po’ meglio una figura di musicista, anche se il nero è molto presente, ed altre, successivamente, in cui si distingue un dettaglio, ma domina il nero, che per me è il colore delle pause; queste poi, si alternano, un po’ per tutto il percorso, ad immagini dove il personaggio si riconosce chiaramente e che coinvolgono in modo diverso, perché si è attirati da diversi elementi.

Quel che vorrei è che le persone vedendole, si emozionassero come se ascoltassero la musica».

Qual è il tuo rapporto con la musica quando fai le fotografie?

«Io quando faccio le foto, seguo la musica. Ascolto e scatto "a tempo"; è come se suonassi insieme ai musicisti, come se duettassi con loro. E ogni volta, in ognuno di questi concerti che sono rappresentati in mostra, e che sono quelli che mi hanno emozionato di più, il piacere che provavo ed il coinvolgimento è sempre stato il massimo. Mi sono sentita di "partecipare" al concerto, in un certo senso».

Parliamo di una foto in particolare, quella di Michael Nyman al pianoforte sulla spiaggia di Santa Teresa di Gallura, in cui, in mezzo al mare piatto e cristallino sullo sfondo, appaiono una barca a vela e un gabbiano in volo ed il pubblico si gode il concerto in questo scenario incantato.

«Sì, dunque, il concerto era alle sei del mattino. Ci sono state delle persone che hanno dormito col sacco a pelo sulla spiaggia dalla notte prima. Mentre io sono arrivata che in realtà era iniziato, e mentre mi apprestavo a scendere verso la spiaggia, ho guardato verso l’orizzonte ed il cielo cominciava a rischiararsi per le prime luci dell’alba e a colorarsi; in quel momento è arrivata una barca e si è fermata lì, in quel punto, poi è passato il gabbiano ed ho fatto la fotografia.

E’ stata la prima di quel concerto».

Qual è stato, se è possibile individuarne uno, il concerto che ti ha emozionato di più?

«Nina Simone, durante il concerto a Cagliari, non era stata amabilissima. Non la si poteva fotografare se non durante il primo brano, i fotografi dovevano stare in un punto preciso e, per tutto il tempo, lei non mai cambiato l’espressione del viso, né si è mai voltata. Ma la voce che veniva fuori era bellissima. E mi sono commossa».