Il rimpatriato

Il computer non sbaglia mai

di Franco Pantarelli

Mentre stavo organizzando la partenza dagli Stati Uniti, ormai un paio d'anni fa, mi capitò di realizzare di colpo che fra i tanti cambiamenti che stavano per subentrare nelle mie giornate dopo la partenza c'era anche quello che non sarebbe più bastato andare ad aprire la porta per trovare il New York Times che mi aspettava serenamente disteso sullo zerbino e pronto a raccontarmi, col suo stile e la sua correttezza impareggiabili, le notizie della giornata. Lo sgomento che subito mi assalì fu neutralizzato dall'idea che potevo abbonarmi all'edizione on line. Non è la stessa cosa, mi dissi, ma è meglio di niente. Così adesso, ogni mattino, invece di andare alla porta accendo il computer e mi trovo il mio adorato Times che troneggia nello schermo. E non solo, grazie a un semplice "alert" portato dalle gioie dell'elettronica vengo anche avvertito subito se fra le notizie ce n'è una che riguarda l'Italia.

Bene, l'altro giorno accendo come al solito il computer e vedo la segnalazione di un articolo riguardante l'Italia. Clicco per averla sullo schermo e mi appare una storia che riguarda il Sud Africa e il nuovo presidente che si insedierà fra un paio di mesi. Anche il grande Times può sbagliare, mi dico con una specie di soddisfazione che un poco (molto poco) mi consola dell'umiliazione che provo ogni giorno paragonando il giornale di New York agli arruffati, sciatti, faziosi e servili giornali italiani. Poi, essendo stato anch'io, a suo tempo, innamorato come tutti di Nelson Mandela, ed essendo il Sud Africa di oggi un Paese importante, mi metto a leggere per capire come si prospetta la nuova presidenza.

Non sono buone le notizie contenute nell'articolo di Barry Bearak, il bravo corrispondente del Times da Johannesburg. Il "predestinato" si chiama Jacob Zuma, viene dalla lotta contro l'apartheid, combattuta fianco a fianco col suo amico di una vita Schabir Shaik, ma il tempo passato da allora è tanto. Shaik adesso è un businessman chiacchieratissimo e non solo, visto che nel 2005 è stato condannato per corruzione a 15 anni di prigione. Il problema, naturalmente, è: se lui è il corruttore, chi è il corrotto? E la risposta è: Jacob Zuma. L'istruttoria che lo riguarda ha infatti concluso che nel corso di dieci anni ha accettato, fra piccole e grandi, esattamente 783 "donazioni" dal suo amico Shaik, in cambio di facilitazioni per molti suoi affari, fra i quali brilla il più lucrativo: un traffico d'armi dalle diramazioni ancora non del tutto accertate dettagliatamente.

Il processo è previsto che cominci ai primi del prossimo anno, ma nel frattempo Jacob Zuna avrà vissuto un bel po' di mesi di potere e magari avrà già risolto una questione in sospeso da tempo che il presidente provvisorio, Kgalema Mothlanthe, non si è sentito di affrontare: la nomina del nuovo capo della Procura Generale, cioè proprio colui che dovrà sovrintendere all'istruzione del processo contro Zuma. Deve essere inebriante, per un imputato, scegliere il proprio accusatore, ma non è detto che ciò accada. Con la grande maggioranza parlamentare che prevede di ottenere (grazie a Mandela, e malgrado i suoi successori, l'African National Congress gode ancora di grande popolarità), la cosa più probabile è che Jacob Zuma si faccia votare una legge che lo renda immune dai processi, dicono quelli che temono l'"abisso morale" in cui il Paese sta cadendo, e hanno già un termine per definire quell'operazione.

La chiamano, riporta il Times, "Soluzione Berlusconi", il che spiega anche la ragione per cui un "alert" riguardante l'Italia ha potuto provocare l'apparizione sullo schermo di un articolo sul Sud Africa. I computer sono ottusi, rigidi e completamente negati a qualsiasi "trattativa". Ma di errori non ne commettono.