A modo mio

Resistenza al femminile

Luigi Troiani

Quello che propongo è articolo da 8 marzo, festa della donna. C’è una ragione per il ritardo: la scorsa settimana le autrici del libro "Resisting Bodies Narratives of Italiana Partisan Women", pubblicato in North Carolina, Chapel Hill, da Annali d’Italianistica Inc., e del quale qui scrivo, erano tra Roma (Casa della memoria e della storia) e Pesaro (Biblioteca San Giovanni) a parlare del volume e più in generale del ruolo delle donne nella Resistenza. Ho voluto sentirle prima di ragionarne con i lettori. Rosetta D’Angelo e Barbara Zaczek hanno fatto un buon lavoro. Il libro, dopo una sostanziosa nota introduttiva a carattere metodologico bibliografico e storico, riporta in due blocchi scritti autobiografici (Carla Capponi, Giovanna Zangrandi, etc.) e lunghe citazioni da classici (Calvino, Fenoglio, etc.) che hanno ambientato la loro narrativa negli anni di guerra e di resistenza al nazi-fascismo. La scelta avvicina qualunque lettore a un tema che resta fondamentale in una formazione intellettuale che cerchi consapevolezza del tempo e della storia non solo italiani. Tant’è che con Rosetta, che è anche presidente dell’Association of Italian American Educators (Aiae), abbiamo deciso di dare il libro come breviario agli studenti del Programma Ponte che anche quest’anno, in collaborazione con America Oggi, saranno a Roma ospiti dell’Iscop.

Intrigante il titolo, visto che la parola "corpo" quando si parla di donne accende l’immaginazione, non solo maschile, di mille significati. Qui, come evidenzia l’apertura del libro con la protagonista Vera che utilizza il richiamo del corpo di giovane donna per uccidere in azione partigiana il sergente repubblichino Diavolo (Marcello Venturi, L’Unità del 30 giugno 1946) il termine assume almeno due significati, con il rimando al gergo militare e all’inquadramento partigiano di decine di migliaia di resistenti italiane. Evidente, come ragiono con le due curatrici del libro, che la resistenza al femminile è anche un momento di liberazione di genere. E’ impresa ardua ricacciare del tutto "in cucina" e in "camera da letto" le donne combattenti, come mostra la storia di altre donne e altre resistenze: in Spagna, Francia, Israele, Algeria, Tunisia, per citare qualche caso.

E però, come dicono e scrivono Rosetta e Barbara (la Zaczek è italiana d’adozione, per via di uno zio materno imprigionato dai russi, con moglie e figli deportati in Siberia, combattente a Cassino, con diari sui partigiani e le loro donne…) le partigiane italiane non hanno visto riconosciuto sino in fondo il loro impegno per la nuova Italia. A parte i casi esemplari di donne "del capo", esse si ritrovarono subito escluse dalla gratitudine che il paese, o almeno la parte del paese che attribuì un ruolo positivo alla resistenza, tributava ai corpi che si erano battuti con nazisti e repubblichini. Già alle celebrazioni del 1 maggio 1945, furono escluse dai ruoli ufficiali. Miriam Mafai, gloriosa giornalista d’altri tempi, analizzò il fenomeno in "Pane nero" (Oscar Mondatori) e molto se ne scrive in "Resisting Bodies". Eppure i numeri che circolano parlano chiaro: rispetto a poco più di centomila partigiani, agli atti risultano 35.000 partigiane, 20.000 patriote, 70.000 iscritte ai gruppi di difesa, 4.653 donne arrestate e torturate, 2.750 deportate, 512 commissarie di guerra, 16 medaglie d’oro, 17 d’argento, 2.900 fucilate o cadute in combattimento.

Il silenzio sul contributo femminile alla resistenza e alla lotta partigiana è figlio dell’intreccio perverso tra corpo femminile e mente maschile del nostro Novecento, quando la donna viveva troppo spesso un corpo mutilato, ed esisteva come appendice di un uomo, amante o moglie o sorella o madre o figlia di un uomo. I numeri raccontano un’altra storia. E i libri servono anche a cancellare silenzi e menzogne.