SPECIALE/CONTRIBUTI ITALIANI IN AMERICA/Il primo eroe antimafia

Generoso D'Agnese

Vito Cascio Ferro era in cima alla lista di criminali che lui aveva lasciato in albergo. Convinto di tornarci. Ma in quella stanza di Hotel Joe Petrosino non sarebbe mai rientrato.

Alle 20.45 di venerdì, 12 marzo 1909, quattro colpi di pistola fermarono infatti per sempre il poliziotto che per primo aveva osato indagare sui rapporti tra malavita italo-americana e quella siciliana. Prima vittima internazionale di una mafia che stava allargando i suoi tentacoli nelle strade delle maggiori città americane. Primo martire di una battaglia infinita che vedrà tanti coraggiosi investigatori soccombere alla vigliaccheria omicida.

Joe Petrosino era arrivato a Palermo per seguire una sua personale pista che collegava i racket della "Mano Nera" newyorchese alla malavita siciliana. Inseguiva le risposte per inserire un nuovo tassello nel suo puzzle investigativo, Petrosino, e nonostante tutti i moniti, il poliziotto decise di seguire il suo fiuto che lo aveva portato a Palermo. Forse peccò di presunzione, nel pensare di passare inosservato tra le strade presidiate costantemente dalla mafia. Ma le sue intuizioni si rivelarono giuste e permisero ai suoi successori di sgominare almeno temporaneamente a New York il clan della Mano Nera.

Nato a Padula, in provincia di Salerno, nel 1860, Giuseppe era figlio del sarto Prospero e grazie al padre aveva potuto accedere agli studi. Tutta la famiglia emigrò a New York nel 1873 e si fermò in Little Italy. L’infanzia di Giuseppe fu ricca di lavori: da venditore di giornali a lucidatore di scarpe, mentre il tempo libero era destino allo studio della lingua inglese. Nel 1877, Joe prese la cittadinanza americana, e l’anno seguente venne assunto come spazzino dall’amministrazione newyorkese.

Nel 1883, non senza difficoltà Petrosino era riuscito ad entrare nella polizia. Irriso dai connazionali e guardato con un certo sospetto dai colleghi, il piccolo poliziotto italiano rivelò una tenacia fuori dal comune e si guadagnò la stima di Theodore Roosevelt, all’epoca assessore alla polizia: grazie al suo appoggio, fu promosso detective e liberato dal servizio d’ordine pubblico. Privo della divisa e a conoscenza del reale humus di Little Italy, Joe divenne un formidabile nemico per la malavita del quartiere. Petrosino conosceva la loro lingua, i loro metodi ed era mosso dalla determinazione di voler sradicare la delinquenza che stava minando la stima che gli italiani si stavano lentamente costruendo nella loro emancipazione americana.

Petrosino si impose a tutti per i suoi sistemi di lavoro intrisi di passione per il mestiere, per il grande fiuto, l’intelligenza, il senso di responsabilità e l’alta professionalità. E queste qualità vennero indirizzate tutte in una direzione specifica: la lotta alla "Mano Nera", sigla mafiosa tristemente conosciuta all’epoca.

Sposatosi nel frattempo con Adelina Saulino, ebbe da sua moglie una figlia (chiamata anch’essa Adelina, nata nel 1908 e morta nel 2004), e dedicò al suo piccolo nucleo tutto il tempo libero che il gravoso mestiere gli lasciava. Nel 1905, ottenne un’altra promozione a tenente, ed il comando dell’Italian Legion, ovvero di squadre formate da agenti italiani, a suo giudizio indispensabili, per combattere la "Mano Nera". Il poliziotto nato a Padula fu il primo a intuire che la mafia di New York aveva le sue radici in Sicilia. Egli dichiarò così guerra totale agli affiliati dei clan newyorchesi ed assicurò alla giustizia americana boss di alto calibro, riuscendo in un’impresa che nessun altro corpo di polizia era mai riuscito a compiere. Le sue azioni divennero leggendarie, ed egli riuscì sempre ad avanzare in modo intelligente e determinato, senza mai compromettersi a nessun livello. Dotato di grandissima fantasia investigativa, il detective usò in modo massiccio i travestimenti e le azioni in copertura, riuscendo a penetrare da vicino il complesso mondo della mafia.

Petrosino fu inviato molte volte in Italia e, in uno dei suoi viaggi, egli fu ricevuto dal presidente del Consiglio Giolitti che gli regalò un orologio d’oro.

Prima di giungevi l’ultima volta, nel 1909, il detective si fermò nella sua casa natale a Padula per salutare il fratello Michele, cui confidò le sue speranze di investigatore. Aveva lavorato duro in quegli anni, per cercare le conferme della complicità tra "picciotti" siciliani e statunitensi. Nel suo taccuino vi era una priorità assoluta: quella di arrivare a Vito Cascio- Ferro, boss in capo della "Mano nera", che lui aveva già tentato di arrestare quando il mafioso viveva a New York. E aveva avviato un estenuante lavoro che lo avrebbe portato a sconfiggere definitivamente la mafia. Non aveva però fatto i conti con le connivenze tra boss ed autorità politiche!

Joe Petrosino morì da soldato, a quarantanove anni, compiendo suo dovere, colpito alle spalle, al buio e a tradimento. La mano assassina fermò il cammino del più forte e coraggioso poliziotto di tutti i tempi e la stampa americana avanzò subito il sospetto che il detective fosse stato assassinato con la complicità delle autorità locali. La magistratura avviò un ‘indagine e arrivò ad inquisire una quindicina di persone, tra le quali lo stesso Vito Cascio-Ferro: tutti vennero assolti in istruttoria e solo anni dopo, con il pugno fascista, il mafioso venne condannato all’ergastolo per un solo omicidio imputatogli.

La sua fine non venne però dimenticata nella sua città d’adozione. La sua storia esemplare fu celebrata dai giornali americani, ed aiutò a riscattare in parte la comunità italiana di New York dall’accusa popolare di connivenza con il crimine. Petrosino divenne un vero mito e la sua esperienza sarebbe comunque valsa ad altri colleghi, nel difficilissmo compito di contrastare l’organizzazione mafiosa.