Visti da New York

Una verità troppo scomoda

Stefano Vaccara

Questa settimana si è ricordato, tra le due sponde dell’Oceano, l’assassinio di Joe Petrosino, avvenuto il 12 marzo del 1909 a Palermo. Il primo e finora unico poliziotto di New York ucciso all’estero, indagava sulle connessioni tra la mafia siciliana e quella americana. La missione dell’italoamericano Petrosino doveva restare segreta, ma già prima della partenza per la Sicilia i giornali newyokesi l’annunciarono. Con la sua morte - per mano dell’emergente capo mafia Vito Cascio Ferro? - si apre il sipario sullo show di intrighi e connessioni internazionali in cui la mafia, più che preda da cacciare, finirà spesso per diventare complice di servizi segreti militari e civili.

Di Petrosino potete leggere il profilo scritto da Generoso d’Agnese per la rubrica contributi italiani in America. Qui prendiamo lo spunto dell’anniversario per riferirvi di un libro su un altro delitto eccellente, saggio appena uscito e scritto dal giornalista Francesco Viviano intitolato "Mauro de Mauro: la verità scomoda" (Aliberti ed. 2009).

De Mauro era un giornalista di punta de "L’Ora" di Palermo, rapito sotto casa nel settembre del 1970 e il cui corpo non fu mai ritrovato. Sulla scomparsa, fin dall’inizio, si alimentarono i moventi più diversi, in cui l’esecutrice del delitto veniva vista la mafia ma con carabinieri, polizia, magistratura e stampa che fecero a gara ad indicare - chi in buona e chi in cattiva fede - le piste più disparate. Se le indagini dei carabinieri guidate in quel momento da un certo Carlo Alberto Dalla Chiesa insistevano sulla pista della droga, con De Mauro che sarebbe stato sul punto di scoperchiarne il redditizio mercato– tesi ritenuta un vero e proprio depistaggio da Viviano – per la polizia guidata dai commissario Boris Giuliano (ucciso dalla mafia dieci anni dopo) e Bruno Contrada (poi processato per anni dallo stato per aver fatto il doppio gioco con la mafia, accusa sempre negata dal poliziotto che era anche parte dei servizi) si doveva invece puntare sulla pista Eni. Cioè la scomparsa di De Mauro legata alle sue ricerche sulla morte di Enrico Mattei – l’aereo caduto nell’ottobre del ’62 con a bordo il presidente dell’Eni, lo ricordiamo, era decollato da Catania...-. A De Mauro il lavoro era stato commissionato dal regista Francesco Rosi che stava preparando "Il caso Mattei" (1972).

Già da qualche tempo (la notizia l’avevamo letta già sui giornali) circolava la voce che il fiuto di De Mauro – aiutato anche dai suoi trascorsi nei servizi segreti della Repubblica di Salò - lo avrebbero portato ad annusare vicende ancora più scottanti, che il giornalista del "L’Ora" avrebbe scoperto i preparativi per un colpo di stato organizzato da ambienti neofascisti spalleggiati da ex ufficiali e da carabinieri (il cosidetto "golpe" guidato dall’ex comandante della X Mas Junio Valerio Borghese), un attacco contro le istituzioni della Repubblica da eseguire in "alleanza" con la mafia siciliana. De Mauro era pronto a fare "lo scoop" della sua vita, la mafia eseguì l’ordine di eliminarlo.

Ma invece, ecco che il libro di Viviano aggiunge un altro inquietante aspetto nella vicenda, riprendendo un documento tanto "dimenticato" quanto eccezionale: si tratta di una inchiesta a puntate curata da De Mauro e pubblicata dal "L’Ora" nel gennaio del 1962, e il cui titolo recitava: "La confessione del Dott. Melchiorre Allegra: Come io, medico, diventai un mafioso". De Mauro era riuscito a mettere le mani infatti su un lungo verbale di polizia risalente al 1937, in cui il medico Allegra in pagine e pagine di confessione raccontava l’organigramma completo di Cosa Nostra, facendo nomi e cognomi di "insospettabili", ma anche "svelando" riti, struttura e segreti della mafia fino ad allora rimasti impenetrabili. Poi quella storica confessione era rimasta per decenni in un archivio. Ma quando quel documento viene pubblicato dal giornale siciliano diretto da Vittorio Nisticò, il mondo avrebbe quindi potuto e dovuto già sapere, fin nei minimi particolari ("puncitura" con sangue e santina che brucia... fino ai capidecina, capimandamento, la commissione...), tutto quello che invece la "tradizione" vuole che fu il primo boss pentito, Tommaso Buscetta, a svelare al giudice Giovanni Falcone solo venti anni dopo. Infatti questo "mito", che a svelare la mafia per primo fu Buscetta, da anni è ripetuto anche da autorevoli accademici - con l’eccezione di Diego Gambetta, sociologo di Oxford o Paolo Pezzino, storico dell’Università di Pisa, che in anni recenti hanno citato ampiamente il verbale Allegra scoperto da De Mauro.

Ma perché all’inizio degli anni sessanta, quando esce a puntate su un quotidiano un documento eccezionale, che fa nomi e cognomi, non succede nulla? Falcone, quando esce quel servizio a firma di De Mauro, è solo un ragazzo. Poi anche quando si indagava sulla scomparsa di De Mauro, quel fantastico documento non viene messo al centro dell’attenzione degli inquirenti. L’opinione pubblica invece lo aveva subito dimenticato... Leggete il libro su De Mauro dell’inviato di "Repubblica" Francesco Viviano, una ulteriore testimonianza di come la vera storia della mafia sia una verità troppo scomoda da conoscere per gli italiani, fin dai tempi di Petrosino, ai tempi del fascismo, fino agli anni di De Mauro, Falcone e Borsellino e, purtroppo, temiamo ancora oggi.