A modo mio

Dare fiducia a Ramallah

Di Luigi Troiani

Mentre nella striscia di Gaza si continuano a contare i razzi della Jihad islamica contro Israele, e le uccisioni più o meno mirate della risposta israeliana, nel West Bank (Cisgiordania) la popolazione palestinese e l’"Autorità" costituitasi con gli accordi di Oslo e Washington dello scorso decennio, proseguono nello storico tentativo di costruire il nuovo stato. Ramallah è il simbolo di questo lavorio, capitale disordinata e vibrante della nascente entità nazionale che vuole essere al più presto stato sovrano riconosciuto dalla comunità internazionale. Il suo cuore è la Mukkada, un fortino nel quale opera il governo dell’Autorità e trova sede la tomba-memorial del capo storico dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Olp, e primo presidente dell’Autorità, Yasser Arafat.

Mi riceve alla Mukkada l’amico Nimer Hammar, già ambasciatore a Roma, consigliere del presidente Abu Mazen. Ragioniamo sulle difficoltà che rendono impervio il cammino verso la nascita dello stato palestinese. Il reintegro di Hamas nel governo dell’ "Autorità", previsto in queste settimane potrebbe costituirsi in ostacolo per il dialogo con Israele. E l’ipoteca di Netanyahu sul posto di primo ministro a Gerusalemme è anch’essa fonte di preoccupazioni.

Resta dura e complicata la vita dei palestinesi in Cisgiordania. Anche chi vive fuori dai campi profughi, soffre le conseguenze dell’occupazione, particolarmente pesanti dopo l’erezione del muro di separazione con Israele. Si pagano costi in termini di sanità, istruzione, pauperizzazione: si pensi che un israeliano è quasi venti volte più ricco di un palestinese dei territori. Conforta sapere che, dopo la morte di Arafat e la vittoria elettorale di Hamas, la piaga della corruzione dei dirigenti Olp, che costituiscono l’ossatura dell’"Autorità", è andata tendenzialmente ad eclissarsi, perché questo significa che gli aiuti internazionali che verranno attribuiti ai territori sottoposti al controllo dell’"Autorità" potranno finalmente beneficiare chi di dovere. Solo per Gaza sono pronti 4 miliardi e mezzo di euro, garantiti dal vertice di Sharm el Sheikh dei paesi donatori in cambio della rinuncia alle armi.

La verità è che la prospettiva indicata da Ariel Sharon sei anni fa ("è ormai giunto il momento di spartire questa terra, fra noi e i palestinesi", intervista al quotidiano "Yediot Ahronot" del 25 maggio 2003), che lo portò alla separazione dal Likud e al lancio di Kadima non trova ancora il modo di esprimersi. Il messaggio che in quei giorni il falco, ma realista, Sharon lanciava ai ministri del Likud constatando che "Israele non può continuare a soggiogare un altro popolo" incontra opposizione in parte dei gruppi dirigenti di Gerusalemme ovest. E il funzionamento del muro di separazione edificato dal 2004, condannato dalla Corte internazionale di giustizia, non è certo un buon segnale, perché rende la Cisgiordania territorio frammentato, permanentemente scandagliato nella sua intimità, dove può essere drammatico anche il semplice atto di correre in ospedale per far partorire una donna.

I sindaci delle città "cristiane" di Betlemme, e Gerico, con i quali parlo delle prospettive del loro turismo, esprimono un prudente ottimismo, anche se reputano che gli sforzi per la pacificazione e la costruzione della patria palestinese, appaiano troppo spesso destinati ad infrangersi sull’intransigenza israeliana. In Cisgiordania nessuna delle voci ascoltate chiede il ritorno alle armi.