Che si dice in Italia

Quel calcio all'ipocrisia

Di Gabriella Patti

A volte, essere straniero può avere i suoi vantaggi. Vuoi mettere la soddisfazione che si è preso Josè Mourinho? Certo l'ombroso allenatore dell'Inter ha commesso un grave errore: ha detto la verità o, di sicuro, ha detto apertamente ciò che pensa. Errore doppiamente grave in un paese come l'Italia. Decisamente imperdonabile. Allo sbaglio il tecnico portoghese sarà magari stato indotto, oltre che dal suo carattere, anche dal suo essere non italiano. Si sa, da lontano e con un passaporto diverso si vedono meglio le caratteristiche (chiamiamole così) di un popolo e della sua nazione. Personalmente non ho mai capito tanto bene la politica italiana come negli anni in cui vivevo a New York e leggevo le corrispondenze da Roma del "New York Times". Erano rare - che c'era e c'è da dire sull'Italia, in fondo, che non si sia già visto ripetere all'infinito? - ma erano chiarissime. La lettura contemporanea di tre o quattro quotidiani nostrani comprati puntigliosamente alla libreria Rizzoli sulla 57esima mi lasciavano un senso di incertezza, che mi fosse stato nascosto qualcosa, che avrei dovuto essere dentro il "Palazzo" per capire i messaggi criptici che passavano lungo i cosiddetti pastoni politici e le interviste ai potentini di turno. Oggi, rientrata in Italia, mi ritrovo come allora.

Quindi: viva Mourinho. Che cosa ha detto lo Special One, come ho scoperto che lo chiamano e ora capisco perché? Mi intendo poco di calcio ma ho cercato di documentarmi. All'indomani del rigore che forse non c'era ma era stato comunque assegnato a un suo giocatore nella partita contro la Roma, ha detto che i media non parlavano d'altro; che non si è parlato invece della Roma che ha grandissimi giocatori "alcuni dei quali vorrei avere con me, con il miglior centrocampo d'Italia ma che finirà la stagione senza aver conquistato alcun titolo" (anomalo anche in questo, il nostro: da noi non si parla mai bene della squadra avversaria, è roba da gentiluomini); che non si è parlato del Milan "che ha giocatori con una cultura vincente (ndr: riferimento a Berlusconi?) e tutto ciò di cui una squadra ha bisogno (ndr: altro riferimento all'onnipotente, onnipresente e straricco capo del governo?") e che , invece, sta andando malissimo. Ma soprattutto, ha detto, "che non si è parlato di una Juventus che ha conquistato tanti, ma tanti punti con errori arbitrali".

Ecco, entriamo nel vivo: toccare la Juve? Oibò, mister Mourinho: ma lei davvero dove vive? E ha pure insistito: "Sono al fianco di Zenga, Del Neri, Prandelli (allenatori di Catania, Atalanta, Fiorentina, mi dicono) perché tutti e tre hanno perso tre punti giocando contro la Juve". E poi l'affondo davvero da punizione. Mourinho, pensando forse di non essere stato capito bene, ha puntato i cannoni ad alzo zero direttamente sui giornalisti sportivi. La loro è "prostituzione intellettuale". Apriti cielo. La stampa specializzata ha reagito. Finché poteva essere una lite tra allenatori e squadre - un "uragano" l'hanno definito, altri hanno coniato il termine "terremourinho" - ci poteva stare, era materia da far sguazzare i cronisti e aumentare le copie vendute. Ma attaccare frontalmente la casta giornalistica? Risultato: a nove colonne in prima pagina la rosea Gazzetta dello Sport, il quotidiano più venduto da noi, ha titolato tutto il suo sdegno con una sola parola e un punto interrogativo: Prostituzione? I nostri antenati romani, con la loro ironica saggezza dicevano: "Excusatio non petita, accusatio manifesta". Ovvero: mettere le mani avanti quando non te l'ha chiesto nessuno, è una chiara autodenuncia". Ma il vero risultato è un altro: si è aperto una recita nota. E' partita la muta dei dietrologi, di quelli che sanno ma non dicono. "Dietro le dure accuse di Mou ci deve essere altro" avverte sul Corriere della Sera Mario Sconcerti, che oggi dopo la scomparsa di Candido Cannavò è il numero uno dei giornalisti sportivi. "Dietro le offese c'è un messaggio". E lascia capire che Mourinho avrebbe fatto lo sfogo solo perché a fine campionato vuole andare via. Non se sia vera. Probabilmente sì, Sconcerti è "uno che sa". Ma, oltre a esprimere comprensione a uno straniero che decide di abbandonare questa Italia, resta la mia convizione che il trainer si sia preso una bella soddisfazione. Gli costerà cara - le esternazioni di Zeman, altro allenatore straniero che anni fa disse le cose come stavano e venne messo al bando sono qui a dimostrarlo - ma si sarà tolto un bel sassolone dalle scarpe.