MUSICA LIRICA/Maria la romantica

Franco Borrelli

Dieci anni soltanto, dal 1825 (Rosina all’esordio londinese nel «Barbiere» di Rossini) al 1835, sufficienti tuttavia a segnare un’epoca. Non solo, un esempio e una forza artistica leggendari, per nulla sminuiti dal tempo, e magicamente vivi ancor oggi, duecento anni dopo. Si aggiunga poi a ciò una determinazione e un carattere di ferro dietro una fragilità solo apparente (era infatti soggetta a improvvisi svenimenti), e si avrà il quadro tipicamente romantico di Maria Felicia García, leggendaria figura della lirica del XIX secolo famosa come Maria Malibran (dal cognome del primo marito, un banchiere statunitense finito in bancarotta). Classica figlia d’arte, la Malibran era nata il 24 marzo 1808 a Parigi da Manuel del Pópulo Vicente García, tenore, compositore e insegnante di musica; e da Joaquina Sitches Briones, soprano. Il fratello maggiore di Maria, Manuel, è stato baritono di grande rilievo ed è ricordato ancor oggi, mentre sua sorella, Pauline Viardot-García, è stata anch’ella cantante lirica, compositrice e protettrice delle arti.

Buon sangue non mente, verrebbe da concludere. Ma c’è, ancora, una vita abbastanza chiacchierata, con relazioni passionali e violente, che la portarono a due matrimoni, a intense affinità culturali con i nostri compositori dell’epoca (fu assai vicina a Rossini, Donizetti e Bellini); un’esistenza, la sua, finita tragicamente nel 1836 a Manchester, a soli 28 anni d’età, mentr’era incinta, conseguenza di una sciagurata caduta da cavallo avvenuta qualche mese prima a Londra. Eppure un segno, il suo, che l’ha consacrata all’Olimpo del belcanto e che Cecilia Bartoli, mezzosoprano romano, sta riproponendo alla grande in tutto il mondo con Cd, Dvd e un tour di concerti che l’ha portata questa settimana anche nel tempio newyorkese della Carnegie Hall.

Molte le similitudini fra la Malibran e la Bartoli. Innanzitutto, si tratta di due mezzosoprani d’eccellente coloratura. Famosa la prima per la naturalezza delle interpretazioni, esemplare la seconda per la straordinaria capacità di ornare virtuosisticamente ogni pagina, improvvisando in totale libertà. Inoltre, anche la Bartoli, come la sua ispiratrice, è lei pure figlia d’arte, con genitori dal passato lirico (soprano la madre, baritono il padre), e l’amore per la musica, come studio ed esercizio, condiviso anche da fratello e sorella. Spumeggiante e tempestoso, poi, almeno dal punto di vista vocale, il carattere di entrambe.

Difficile, l’altra sera alla Carnegie, distogliere il pensiero dalla figura della Malibran ascoltando la Bartoli. Voce sempre più matura la sua, dai colori imprevedibili e assai sorprendenti, varianti dalla luminosità "quasi" da soprano a una scurezza tonale da contralto. La Bartoli sa districarsi fascinosamente in questa vasta e intricata gamma di suoni, dotata com’è per natura d’una capacità divina nei gorgheggi, di un coinvolgimento poetico nei sussurrati e nei diminuendi, e incredibile - una vera e propria "furia" trascinante e tempestosa - nei crescendi. Si resta sempre ammutoliti, e si giustifica in pieno, perciò, la suggestione e lo stupore che ella riesce a comunicare su chi l’ascolta (l’altra sera, al solito, la Carnegie era "sold out" e ha tributato all’artista tiberina più di qualche meritata "ovation"). Si diverte, la Bartoli, è preparata, e sa coinvolgere con simpatia il pubblico, che ne apprezza la spontaneità e il suo antidivismo, insolito in una cantante che ha fama d’essere una delle dive per eccellenza di questi anni lirici a cavallo fra il XX e il XXI secolo, e che invece semplicemente ha l’aria naturale della ragazza della porta accanto.

In programma, l’altra sera alla Carnegie, testi di Manuel del Pópulo Vicente García (1775-1832), Giuseppe Persiani (1799-1869), Mendelssohn, Rossini, Donizetti, Charles-Auguste de Bériot (1802-1870), Michael William Balfe (1808-1870), Johann Nepomuk Hummel (1778-1837) e della stessa Malibran. Pagine poco note o, quando famose, rivedute rispettando tuttavia alla lettera lo spirito ispiratore, riportato magnificamente alla luce grazie anche all’uso di strumenti d’epoca usati da La Scintilla, il prezioso complesso zurighese guidato con sagacia dall’elegante e raffinata violinista Ada Pesch. Testi poco conosciuti, dicevamo, che la Bartoli con dedizione e costanza certosina va sempre più riscoprendo, studiando e proponendo da parecchi anni in qua.

Progetti di riscoperta che diventano incredibile proposta lirica passati attraverso altri grandi del XVIII-XIX secolo, da Händel a Salieri, dall’opera "proibita" nella Roma papalina del XVIII secolo a Vivaldi, solo per ricordarne alcuni. Missione "educativa" questa della Bartoli davvero rimarchevole e impagabile dati i tempi, e che la tiene sì lontana dai teatri d’opera, ma le permette in compenso di rispolverare capolavori che altrimenti resterebbero coperti e abbandonati sotto la polvere degli archivi. Una grande prova d’amore la sua per la musica e per il belcanto, che si spiega da sola, e che è raro trovare oggi nel mondo della lirica ove ci si sente troppo spesso già arrivati dopo i primi applausi, e si cerca il successo costi quel che costi, e ove ci si sacrifica poco per studi seri e propositivi come questi, presi come si è dalla smania solo d’aver consensi (e soldi) subito.

Da questa sua "dedizione alla causa" sono nati i recenti «Maria - Cecilia Bartoli», il Cd uscito lo scorso autunno e il doppio Dvd (targati Decca, gruppo Universal Classics) che proprio in questi giorni sta riproponendo lo storico concerto di Barcellona dove il nostro mezzosoprano ha interpretato il meglio di questi due-tre anni di studio dell’opera e della figura della Malibran. Pure in questi giorni è stato pubblicato in Dvd dalla EMI Classics il «Viva Vivaldi», un altro dei memorabili recital della Bartoli tenuto nel 2000 al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi (e parte di un Cd, della Decca, intitolato «The Vivaldi Album»). In «Maria», Cd e Dvd, la Bartoli è accompagnata dalla stessa Scintilla della Pesch, mentre nel vivaldiano Dvd EMI (e Cd Decca) l’accompagna l’impeccabile Giardino Armonico diretto da Giovanni Antonini. Da ricordare anche, la belliniana «Sonnambula», un doppio Cd pure uscito qualche settimana fa per la stessa Decca, notevole per la storica "doppia prima".

La "doppia prima" riguarda l’interpretazione in assoluto della protagonista da parte di un mezzosoprano (la Bartoli appunto) e l’incisione mai effettuata prima d’ora con strumenti d’epoca. Da un punto di vista meramente storico, Amina venne infatti interpretata inizialmente da due leggendari mezzosoprani (anche se poi il ruolo fu appannaggio dei soprani): Giuditta Pasta il 6 marzo 1831 al milanese Teatro Carcano e Maria Malibran, nel 1835. Risultato? Un suono che riporta indubbiamente alla poesia e alla semplicità originarie dei tempi lontani, a riscoprirne e riproporne i colori-calori antichi; su tutto, qui, il segno d’una alchimia vocale esemplare, quella del duo Bartoli-Flórez, due virtuosi davvero ben affiatati e, artisticamente, fatti l’uno per l’altra.

Sia che la si ascolti, comunque, in incisioni o la si ammiri in un video, o si abbia la fortuna di assistere in persona ad uno dei suoi acclamati recital, la magia e il fascino della sua voce son sempre gli stessi, avvolgenti e suggestivi. Merito innegabile della bellezza dei suoi toni e di una tecnica superlativa, che l’altra sera alla Carnegie hanno riportato il fascino della Malibran qui in America, ove il leggendario mezzosoprano venne nel 1825 divenendo, a soli 17 anni, una vera e propria stella della lirica locale grazie alle sue interpretazioni soprattutto di Mozart e Rossini (fu la prima Zerlina ufficiale nel "Don Giovanni" di qua dall’oceano). Poi, qualche mese dopo il matrimonio col banchiere, la bancarotta di lui, il ritorno in Europa, la passione e fuga col violinista-compositore De Bériot, gli innumerevoli successi in Italia (Roma, Napoli, Bologna, Milano, Venezia, etc.), il suo divenire parte persino della causa risorgimentale antiaustriaca, e le favolose mirabili interpretazioni di Rossini, Bellini e Donizetti.

Un "grazie" è quindi dovuto alla Bartoli se oggi possiamo, della Malibran, ammirare il fascino attraverso la musica e i ruoli per lei appositamente concepiti e scritti, nonché le sue stesse composizioni ["Rataplan", l’altra sera alla Carnegie, è stata una delle pagine più pomposamente trascinanti e divertenti - tra le altre in programma, notevoli, da ricordare anche l’"Infelice" di Mendelssohn, la stupenda "Nacqui all’affanno... non più mesta", dalla rossiniana «Cenerentola», "Bel raggio lusinghier" dalla pure rossiniana «Semiramide» e, soprattutto, la struggente e ricca di pathos "Assisa al piè d’un salice" dall’«Otello» dello stesso Pesarese, che per toni e coinvolgimento emotivo non è affatto seconda alla gemella "Canzone del salice" del capolavoro omonimo di Giuseppe Verdi]. Il repertorio, comunque, di entrambe, della Malibran e della Bartoli, è di quelli che si spandono su un raggio emotivo assai vario, dall’espressione drammatica profonda ai ghirigori vocali travolgenti come fresche acque di ruscello scendenti gorgoglianti a valle. Si dice (e si ascolta) Maria, ma l’anima e la passione sono anche le stesse di Cecilia. Due figure che, a distanza di due secoli, si specchiano l’una nell’altra e si esaltano nella reciproca voglia di trovarsi, riscoprirsi ed esaltarsi artisticamente. Ascoltare (e vedere) per credere.