SPECIALE/LIBRI/L’«Aquila» è morta?

di Franco Borrelli

Shakespeare rivisitato, in maniera fantastico-narrativa, da Valerio Massimo Manfredi, attento e profondo conoscitore di storia e archeologia come pochi altri. Le sue «Idi di marzo» (Mondadori) non sono affatto una riduzione favolistica della tragedia del Bardo a beneficio della curiosità, ma una vera e propria particolareggiata riscrittura di quelli che furono gli ultimi giorni della vita di Giulio Cesare, "il più grande dei Romani", l’"Aquila" che dall’alto controllava i destini di popoli i più lontani e civiltà le più diverse.

Che la storia e la politica, nonché gli uomini che credono (o s’illudono) di farne parte e di governarle a seconda dei loro impulsi e delle loro passioni, siano e restino sempre un mistero è testimoniato dalle pagine coinvolgenti che Manfredi ci propone. Tra personaggi reali e creature simil-reali uscite da una fantasia che non trascura mai il particolare verificabile, si consuma infatti un giallo, forse il più grande giallo di Roma antica (e moderna), quello della congiura e dell’assassinio di Cesare.

L’"Aquila", il Pontefice Massimo, e quanti con lui parteciparono al dramma delle conquiste e si dividevano la cura della "cosa pubblica", da Cassio ad Antonio, da Bruto a Cicerone, da Lepido a tutti gli altri generali e senatori, sono sì creature del primo secolo avanti Cristo, ma è possibile rinvenirle anche per le vie e nelle aule della Roma di oggi, quella che dagli anni di piombo è passata poi nelle mani di Berlusconi. La parola, oggi, la falsità e la circuizione son diventate armi più taglienti dei pugnali che dilaniarono il corpo del grande generale che conquistò genti e cuori (a cominciare da Calpurnia, e proseguendo con Cleopatra e le amanti di turno).

Queste «Idi di marzo», di là dalle passioni e dalle emozioni dei tantissimi personaggi che vi presero realmente parte, son la testimonianza di come, ieri come oggi, il governo delle cose degli uomini, il potere, derivi piuttosto da avidità, sete di vendetta, fanatismo, frustrazioni e delusioni, che da razionalità, riflessioni e considerazioni di carattere morale. E’ vero che nelle vene di costoro col sangue scorrano anche sentimenti d’amore, di fedeltà e di amicizia, ma pur è innegabile quanto l’odio e la voglia di sopraffarsi e di sottomettere finiscano spesso con l’avere, purtroppo, la meglio.

Le parole semplici e la narrazione lineare di Manfredi ci guidano così negli intrichi-intrighi di una vicenda che segnò il corso della storia, che celebrava sì il desiderio dell’ordine e della libertà, ma che in fondo finiva poi nel caos della necessità e dell’ineluttabilità. «La vicenda di Cesare - scrive Manfredi - è lo specchio della grandezza e della miseria del potere e delle sue illusioni. Alla fine il corpo di un uomo giace inerte, trafitto da ventitré colpi di pugnale, mentre i vincitori già sono sconfitti e condannati perché la storia ha un suo percorso che prescinde dai progetti, dai sogni e dai desideri umani, un percorso che rimane alla fine in gran parte misterioso».

Ed è proprio qui che deve essere ricondotta l’avvincente forza narrativa di Manfredi: si conosce tutti, più o meno, come si siano svolti i fatti del 15 marzo del 44 a.C., chi abbia preso parte al patto d’assassinio del dittatore, chi l’abbia ispirato, chi sia rimasto (costretto o per sua scelta) in disparte, chi se ne sia giovato, chi abbia cercato fino all’ultimo di impedirlo, sia prestando fede ai funesti segnali non tanto velati dei vaticini sia portando fantasticamente lungo gli Appenini, da Modena alle rive del Tevere, un messaggio che avrebbe potuto salvare la vita a Cesare e risparmiare un’altra guerra civile a Roma e ai suoi figli. Eppure, malgrado tutto questo, o proprio grazie a tutto questo, si resta incollati alle pagine, e le si divora come se non si sapesse affatto cosa ci aspetta alla fine, quali rivelazioni o quali scoperte.

Così si cavalca e si duella anche noi con il fedele centurione che, tra piogge nevicate e brevi soste notturne, corre verso Roma per salvare il suo Cesare, ci si siede anche noi sugli scanni senatoriali, si sta anche noi a tener compagnia ai dubbi e all’insonnia stellare del capo, si vive anche noi i suoi affetti familiari e i suoi amori nascosti, e si sfida anche noi il destino, consci dell’inesorabilità di quanto ci spetta e ci aspetta.

Quello di Manfredi è così uno sgrovigliare paziente i tanti nodi e le tante ombre che circondano uno dei momenti cruciali dei destini umani, penetrando sapientemente in psicologie contorte e testimonianti una follia pericolosa, lucida e calcolatrice, ma anche una dedizione e un’appartenenza a uomini e cose davvero fascinosa e coinvolgente.

Sullo sfondo una Roma ricostruita in maniera che più nitida non si può, con le sue case, le sue vie, i suoi fori e il suo fascino di sempre e che, quasi impassibile, assiste tuttavia - nulla di nuovo sotto il sole, vero? - allo scorrere degli eventi e al consumarsi inesorabile e incalzante di una tragedia, quella dell’Aquila appunto, che illude attrae controlla governa, che suscita gelosie invidie e voglie di vendetta, e che alla fine, eroicamente e stoicamente, va a cadere - come un sacrificio dovuto agli dèi - sotto i colpi inferti senza pietà da un manipolo di congiurati. Cesare è morto? Viva Cesare!