SPECIALE/SPETTACOLO/Un oratorio per la vita

di Natasha Lardera

Si è conclusa la rassegna "Divinamente New York" con la lettura de "La Matassa e la Rosa", tenutasi alla Middle College Church dell’East Village, che ha visto come protagoniste Pamela Villoresi (nella foto), nel ruolo anche di creatrice del grande evento, e Sabrina Vannucchi.

La pièce, scritta da Giuseppe Manfridi, è «un oratorio dedicato alla vita, alla fede, al martirio di Edith Stein: ebrea di nascita, convertita al cattolicesimo, allieva e poi assistente di Husserl, carmelitana, fu deportata ed entrò nella camera a gas del lager di Auschwitz nel 1942. Prima di esservi tradotta, Edith Stein fu ospite per pochi giorni nel campo di smistamento di Westerbork, in Olanda.

Nello stesso periodo, per circa un anno, vi fu costretta anche Etty Hillesum, giovane scrittrice ebrea. Pare che le due si siano veramente incontrate nell’agosto del 1942 (pochi giorni prima della deportazone ed uccisione di Edith Stein) ma cosa si siano dette nessuno lo sa. Ecco, proviamo ad immaginare di essere per un’ora in prigionia con loro e di poterle ascoltare mentre parlano sottovoce. Testimonianza della loro luminosa esistenza, che durante il tenebroso evento del nazifascismo, ha liberato lo spirito che in loro gemeva e cantato un canto nuovoalla fede, alla vita, a Dio».

L’autore utilizza, con successo, l'escamotage del dialogo tra Edith Stein (Pamela Villoresi) e la scrittrice ebrea Etty Hillesum (Sabina Vannucchi) per spiegare il pensiero di entrambe sulla religione, la filosofia e sul loro tragico destino. Il testo riesce a trasmettere vere e altrettanto dolorose emozioni comunicando le inquietudini di chi sa che sta per morire di una morte terribile quanto assurda. Ci sono persino dei sorrisi amari di rassegnazione, della commozione ma sopratutto nessuna supremazia di un'ideologia religiosa sull'altra.

"Tu non preghi come un’ebrea ma come una che non dovrebbe stare qui", dice Etty a Edith, "come quelli che pregano la misericordia di Dio perché li aiuti a ignorare che milioni dei loro fratelli sono nei campi, tra le carriole e il fango, a chiedere una dilazione alla morte per sé, per i propri figli, per i propri genitori. E i nostri pianti non sono le tue preghiere. Le tue sono le stesse pregate dalle guardie che ci inchiodano a mille croci e che si commuovono in chiesa per quella di Cristo. Mi hai detto di non essere ebrea. Io so di esserlo e nemmeno lo dico".

"Loro hanno il potere di ucciderci, e noi quello di essere uccisi. Loro quello di crocefiggerci, noi quello di essere crocefissi", le risponde Edith. Sono frasi forti, di impatto emotivo che sono protagoniste indiscusse di questa triste storia.

Un grande testo viene quindi accompagnato da un forte cast: Pamela Villoresi, perfetta nel ruolo, convince e colpisce con una recitazione sincera e misurata. Altrettanto incisiva Sabina Vannucchi, più fredda e seria, con la rassegnazione nella voce. Interessante la scelta di recitare parti in inglese e altre in italiano, quelle di maggiore intensità e frenesia.

La lingua, il capirsi e capire una lingua straniera, tra l’altro, è anche protagonista delle vicende stesse dove le due decidono di parlare una lingua, l’olandese, che le guardie tedesche non capiscono. E’ un gesto di sfida, nonostante il loro destino sia comunque già segnato.

Ed è proprio Edith ad essere portata via su quel treno, "la creatura più paziente del paesaggio", dopo solo qualche minuto di conversazione, una dialogo che le protagoniste tengono a precisare che non è durato più di 4 o 5 minuti.

Belle le musiche, che il flautista Luciano Vavolo ha composto rielaborando motivi della tradizione ebraica, suonate dall'affiatato ensemble di cui fanno parte, oltre allo stesso Vavolo, qui alla chitarra, Nicola Innocenti al clarinetto, e Angela Savi al violino. Queste note armoniose riescono ad enfatizzare l’importanza di certi momenti e a dare un attimo di respiro sia alle attrici che al pubblico, coinvolto fino in fondo nel dialogo che lo travolge.

E con gli ultimi sussurri dei nomi delle protagoniste non si è conclusa solo la storia di queste due povere donne, si è quindi conclusa anche questa interessante rassegna dedicata alle religioni del mondo ed alla spiritualità. La Villoresi ci ha salutato con una promessa però; una seconda edizione. C’è ancora tanto da raccontare.