A modo mio

La città bianca

di Luigi Troiani

Nemmeno a dire che si tratti della mia prima volta nella città santa per eccellenza, però mi prende ancora lo stupore per l’unicità del luogo. Mi sovrasta il significato che tanta presenza di monumenti, chiese, luoghi, assume per i tre monoteismi, giudaismo cristianesimo islam. Traviato dal mio background di romanità, solo a Gerusalemme incontro qualcosa di profondo e importante. Così tanta storia, così tanta benedizione e maledizione sono passate sulla collina di Sion, che tentare di cancellarne la memoria, fare il turista e perdermi nella dimenticanza del tempo e del luogo è tentativo battuto in partenza.

Siedo, cronista della città di pietra bianca, sulla panchina di Gan Hatekumah (Garden of Redemption), piccolo balcone di roccia bianca e fiori, affacciato sulla valle del Giudizio ultimo, in una giornata soleggiata nonostante l’inverno piuttosto duro e ventoso che la città sta sopportando. E’ metà pomeriggio: mi arrivano i rintocchi della campana cattolica e, quasi in competizione, il canto forte e invadente del muezzin. Nel sentiero scosceso tra le mura di cinta e le case della città vecchia, scivolano folle di ebrei, diretti al muro del Pianto. Lo stesso Unico viene chiamato da voci diverse, ciascuna "vindice" dell’altra. La convivenza tra genti e religioni, sperimenta da sempre la sua prova decisiva in questa città.

Allo spiazzo davanti al Muro sacro al giudaismo, si accede dopo aver passato il controllo di sicurezza. Là l’ebreo recita il suo dolore eterno, la fede dei padri e dei figli, il ricordo dell’ultima Shoah e delle discriminazioni millenarie. Chi vuole perdono, chi colloquia con Dio, lascia bigliettini nelle fessure dell’ultima traccia del Tempio. Le donne sul lato destro, gli uomini sul sinistro, le ragazze di un college, nella loro casta divisa, in un angolo vicino alla toilette: raccolti nei libri sacri o nel loro vissuto, tutti sperimentano la fede dei padri.

Negli stretti vicoli della parte antica, soldati e soldatesse in divisa ricordano all’ignaro che questa è una città in guerra. Appena fuori, a Gerusalemme est dove un tempo non lontano era Palestina e Giordania, cominciano i posti di blocco, i muri di divisione, il filo spinato srotolato per centinaia di chilometri. La ferita palestinese è aperta, non si sa come e quando sarà suturata. I residenti, i pellegrini e i visitatori sanno di muoversi in mezzo al rischio, tra gli interminabili vicoli che si sciolgono e intrecciano senza che mai suggeriscano una soluzione a chi voglia uscirne. Fiori ovunque nella primavera incipiente, e odori forti d’oriente nelle polveri o nei grani sulle bancarelle del suk: aloe, incensi, mirra, gigli, rose le più diverse. Odori sconosciuti alle narici occidentali, che solleticano la vanità e il gusto di chi può acquistarne le virtù.

La basilica del Santo Sepolcro è occupata dalla cerimonia di un gruppo di frati francescani. Fanno la Via crucis, salgono sino allo spazio che la tradizione definisce come il Golgota evangelico, discendono nel loculo della Risurrezione. Quest’ultimo sito è gestito dai preti dell’ortodossia. Almeno oggi, niente bisticci tra confessioni cristiane intorno al Sepolcro, per rivendicare i propri diritti sul santo luogo. Quando suonerà l’"Ultima tromba" saremo tutti a Gerusalemme, in corpo e spirito: così dicono i Libri, e dovremo rendere conto dei nostri comportamenti, del bene e del male compiuto. Torno verso l’hotel, dalla parte dell’American Colony. E’ appena sera, ho tempo per prendere a male parole il tassinaro che voleva il doppio del dovuto, e andarmene a piedi.