PUNTO DI VISTA/Infanzia sparita

di Toni De Santoli

Vi siete accorti - nel tumulto del berlusconismo e dell’anti-berlusconismo, nel chiasso del calcio, nel fragore della tv, nell’ossessionante adorazione del dio Tempo Libero - che da un bel pezzo in Italia non si parla più dell’infanzia, e cioè delle condizioni in cui si trova l’infanzia di questa nazione? E’ come se i bambini fossero spariti, così, di punto in bianco. Come se di loro non ne potessimo più e allora ce ne disinteressiamo poiché, ecco, abbiamo ben altro da fare: seguire, appunto, le vie indicateci dal dio Tempo Libero, pensare di più a noi stessi, rivendicare a noi stessi la "libertà" che conoscevamo negli anni dell’adolescenza, della giovinezza….

L’infanzia è un bene supremo. E’ il bene supremo di chi la vive. E’ il bene che più avanti nel tempo risulterà prezioso (una volta si diceva così) alle sorti del Paese. E’ il futuro del Paese. Eppure, dei bambini si parla solo, ma a intermittenza, quando c’è da segnalare, o da segnalare di nuovo, il problema-obesità. Poi ci se ne dimentica alla svelta: anche perché mamma e papà la loro vita la vogliono vivere senza intralci, senza intoppi, senza condizionamenti. Il semplice suono del termine "rinuncia" fa rabbrividire lui e lei. La "rinuncia"? Roba da babbei, roba antiquata, arcaica… Così è. Non si vuol più capire che non è una rinuncia porre i figlioli, i figlioletti, al centro della nostra esistenza e collocare quindi noi stessi in una posizione subordinata che, comunque, proprio subordinata non è. Altro che rinuncia: è l’arricchimento, il benessere interiori degli uni e degli altri.

Almeno a Roma notiamo spesso bambine e bambini fra i sei e i dieci o undici anni, affaticati, smarriti, incerti. Spenti. Perfino smunti. C’è fissità nei loro sguardi: la fissità che prima riscontravamo soltanto in persone avanti con l’ età e piegate dalla sfortuna, dalla sventura, da ricorrenti vicissitudini. Eppure, prendendo in prestito il titolo del bellissimo film di Vittorio De Sica uscito fra il ’42 e il ’43, diremo che "i bambini ci guardano"… Ci guardano eccome. E, forse, si sentono già traditi, si sentono trascurati, sebbene mamma e papà non stiano a lesinare giochi elettronici, altri giocattoli, cartelle (quelli che possono permettersene l’acquisto) da cinquanta euro, scarpine da ginnastica ultimo grido (cento euro, se non di più). Sebbene alacri, ma frettolosi, irascibili genitori iscrivano i loro piccoli a corsi extra-scolastici o li parcheggino in palestre senz’aria, non tanto pulite, in luoghi insomma dove noi non metteremmo neanche piede. Anche questo, in non pochi casi, è un modo come un altro per levarsi di torno i piccoli per due o tre ore ogni pomeriggio. Ma potendo poi affermare agli amici che loro ci tengono, eccome se ci tengono, alla salute psico-fisica del pargoletto… Non è tuttavia detto che col tempo i piccoli maturino in sé un senso di ribellione, di rivalsa, di distacco. E’ verosimile che in parecchi diventino come i loro genitori: prevaricatori ipocriti, egocentrici. Egoisti. Gli altri, soprattutto nel periodo della pubertà, si chiuderanno invece in se stessi, inaccessibili a chiunque. Altri ancora - come già accaduto in questo Paese - non conosceranno mai la differenza fra il Bene e il Male, il Bello e il Brutto. Anzi, verranno attratti dalla violenza, soprattutto quella morale. Attratti dalla crudeltà mentale.

Questo è costume. Costume italiano d’oggigiorno, anticipato in grandi città già dieci o quindici anni fa, se non di più. E’ un grosso, inquietante aspetto sociale, morale, anche intellettuale, che tuttavia non sembra ricevere l’attenzione che dovrebbe invece suscitare. Eppure, stiamo preparando generazioni di nevrotici, psicotici, disadattati, eterni ragazzi. Eterni ragazzi poiché solo così si può "conquistare" la fanciullezza un tempo negata…