Visti da New York

Fatti, non parole

di Stefano Vaccara

Chi non ci aveva mai creduto al "change, yes we can", si sarà svegliato: Barack Obama, anche da presidente, non soltanto "talk the talk" ma "walk the walk" - o per dirla col "parla come mangia" alle parole fa seguire i fatti. Ci avevano detto, e si ricorda soprattutto Hillary Clinton durante le primarie, che quella di Obama era solo oratoria tanto bella quanto inutile. Dicevano che i suoi toni "messianici" sarebbero stati utili solo in campagna elettorale, ma mai a scuotere Washington. Oppure che Barack in realtà fosse il tipico animale politico di Chicago, un opportunista, che alla fine avrebbe sempre scelto di non scegliere, una specie di democristiano d’America che pur di non scontentare nessuno si sarebbe arrovellato con tic a sinistra e toc a destra per far tutti felici e scontenti. Sarà stato forse il momento economico peggiore che l’America sta attraversando dalla grande depressione degli anni Trenta a "costringerlo" o "avvantaggiarlo", chissà, ma Barack Obama assomiglia sempre più al nuovo F. D. Roosevelt, che senza tentennamenti o timori si lancia in una continua e convinta "bold experimentation" per cambiare l’America ma senza intaccarne i valori.

La piena della crisi economica finanziaria globale ormai sta rompendo ogni argine, l’ultimo dato record del pil a – 6,2% avrebbe sorpreso in meno di 24 ore persino l’accelerazione del coraggioso "Exsperimentator", che solo il giorno prima aveva presentato il suo piano di rilancio incentrato sullo sgretolamento del reaganismo alla Bush prevedendo già dal 2010 dei dati di crontro tendenza che invece dovranno essere già rivisti. Ma questa iper attività, questo continuo rimanere sui numeri, al pragmatismo dei fatti e non alla rigidità o peggio improvvisazione ideologica, fanno sentire al popolo americano che lo ha eletto sì anche l’ansia del momento drammatico, ma senza per questo restare immobilizzati dalla paura.

L’ansia c’è, non serve negarla, ma anche la fiducia nel constatare che chi si è eletto alla Casa Bianca non delude le aspettative e mostra di aver preso alla lettera il mandato per il "change". Quel budget a 3,6 trillion (siamo alle cifre dei "fantastiliardi", come nei fumetti con zio paperone...) forse terrorizzerà chi ha votato gattopardescamente Obama, ma la classe media americana mortificata da otto anni di Bush, e artefice della elezione di Obama, ha votato affinché tutto cambi per non restare tutto com’è: la grande menzogna della "trickle-down" economy è finita, una tassazione "fair and balance" per rimettere la middle class al posto di guida della democrazia americana.

Le ultime righe le vorremmo dedicare alla visita del ministro degli Esteri Frattini a Washington e le polemiche su certi "ritardi". Ovviamente in questo momento l’amministrazione Obama ha ben più urgenti questioni, non crediamo che il presidente perda un minuto del suo tempo a decidere se il rappresentante del governo Berlusconi debba essere ricevuto dal suo segretario di Stato solo dopo avergli fatto passare davanti la Spagna di Zapatero...

Sospettiamo però che in questo caso possa essere lo staff di Clinton l’artefice dell’operazione "lista d’attesa". E’ un fatto che in diplomazia certe "premure" concesse o meno, indichino precisi messaggi. Ricordiamo come lo stesso ambasciatore Castellaneta ci dichiarò nel 2005 che l’essere stato ricevuto da Bush per le credenziali immediatamente dopo il suo arrivo a Washington, fosse un chiaro segnale dell’importanza data da quella amministrazione ai rapporti con l’Italia. Se qualcosa non ha funzionato al meglio in una Casa Bianca dove si contano importanti membri italoamericani in posti chiave con in più il super-jolly della terza carica dello stato, la speaker Pelosi, "tifosa" dichiarata dell’Italia, vuol dire che al governo Berlusconi un messaggio voleva esser inviato.

A sua volta sembra che Roma sia subito ripartita in contropiede, e l’attivismo su Iran e Afghanistan sono state le mosse per far riposizionare l’atteggiamento di una nuova amministrazione Usa che proprio per il suo pragmatismo dimostrato, capirà che un paese come l’Italia, soprattutto in certi scenari, è meglio averlo più vicino. Altrimenti al prossimo urgente appuntamento, potrebbero essere gli italiani a portare un fastidioso ritardo.