PRIMO PIANO/PERSONAGGI/Scattare a giusta distanza

di Olivia Fincato

Negli anni ‘70 gli italiani hanno visto l’America con i miei occhi» esordisce il rinomato fotografo siciliano Santi Visalli intervistato in esclusiva da Oggi7 a una settimana dall’inaugurazione dell’importante restrospettiva italiana "Visalli’s Icons" che si terrà alla Wave Photo Gallery di Brescia.

Il volto dell’America di quegli anni, colto nelle espressioni e contraddizioni più intime, si svelò senza remore al suo obiettivo e oggi, grazie a questo prezioso archivio, possiamo compiere un vero e proprio viaggio tra le icone e i fatti che hanno segnato la storia di un paese. Da Nixon a Clinton, da Truman Capote a Robert De Niro, da Jacqueline Kennedy a Sofia Loren, nessuno è sfuggito all’occhio attento di Visalli. E tutti sono stati ritratti con la stessa intensità di sguardo, che è lo sguardo di un preciso momento storico in un preciso contesto. Ma c’è un qualcosa di più, un sottile fil rouge, che rende le sue fotografie uniche.

Furio Colombo nella prefazione del volume "Santi Visalli- ICONS" interamente dedicato al fotografo e che uscirà in concomitanza alla mostra (lancio il 6 marzo al Brian&Barry, Milano), parla di distanza. Egli sostiene che Visalli non ha mai convissuto con i suoi straordinari soggetti, ma ha deciso di viverli alla stessa distanza del pubblico. Il fotografo, infatti, nonostante il facile accesso alle celebrità, si è sempre calato fra la gente. Voleva ritrarre ciò che vedevano tutti. E come spiega lo stesso Visalli «Mantenendomi lontano dalla celebrità potevo far vedere alla gente una prospettiva al di fuori, in modo che il personaggio fosse colto dallo spettatore come emblema di un momento e, inoltre, solo così potevo mantenere la mia indipendenza».

Ma facciamo un passo indietro: come è arrivato Santi Visalli fino in America dalla remota Sicilia e soprattutto come è riuscito a immortalarne i miti?

«Nel 1956 ho lasciato l’Italia, non c’era nulla da fare, non c’erano opportunità, specialmente in Sicilia. Era il dopoguerra e i soldi mancavano. Andare in America era il mio sogno. I miti cinematografici che questa società sfornava mi facevano dimenticare le bombe cadute sulla mia testa. Era difficile arrivarci, bisognava essere "sponsorizzati", quindi con un paio di amici giornalisti ho escogitato un piano e sono partito».

A 26 anni, dopo la laurea in Economia in Sicilia, Santi propone l’idea di arrivare in America con una Jeep, la Willys, documentando tutto il tragitto. Il piano riesce e l’azienda automobilista mette a disposizione il mezzo, mentre il carburante è fornito dalla Esso. Tre anni on the road. Tre intensi anni per arrivare a realizzare il suo sogno.

«Ci siamo imbarcati a Palermo per la Tunisia e abbiamo percorso tutto il perimetro dell’Africa. Poi abbiamo attraversato l’oceano e siamo arrivati in Brasile da lì siamo scesi sino alla terra del Fuoco. Siamo poi risaliti per la cordigliera delle Ande fino ad arrivare in USA. E lì che ho cominciato a fotografare e a nutrire l’amore verso questo mezzo».

La fotografia secondo Visalli è infatti uno dei pochi mezzi che permette di parlare a tutti, grazie ad un linguaggio universale che fissa e trasmette l’immagine di una storia, di un luogo, di una popolazione, in eterno, come un geroglifico.

Dopo i tre anni di viaggio attraverso terre e popoli lontani, eccolo approdare a New York per iniziare un altro, forse il più importante, dei suoi viaggi, quello di crescita professionale come fotografo. Dal primo ritratto per l’Europeo dell’attrice Kim Novak, inizia l’ascesa della sua carriera. Sono le testate più importanti a richiederlo, dal New York Times al Newsweek, da Oggi al Paris Match, Forbes, Time, Visalli ha coperto gran parte della storia di quegli anni, dalle contestazioni giovanili alla Factory di Warhol, dai politici ai divi del cinema, artisti, scienziati, compositori.

Negli anni 60/70 chiunque avesse qualcosa da dire veniva fissato per sempre in un’immagine. Quella di Visalli, che scavava nelle sfumature dei loro volti per cogliere quell’espressione che li contraddistingueva. E sempre con lo stesso modo di porsi: «Trovo bellezza anche nella spazzatura, il mio rapporto con il soggetto è sempre uguale, io ho sempre dignità e rispetto verso ciò che ritraggo, può essere un selvaggio nella giungla o la first lady alla Casa Bianca».

Ma, nonostante questa voluta distanza, qual è stata l’esperienza più intensa della vita professionale di Santi Visalli?

«Non potrò mai dimenticare il servizio che ho fatto per Newsweek a Federico Fellini, mentre stava girando Casanova. Sono stato 5 settimane a Roma. Lui è il colosso del cinema, un uomo da cui poter imparare e assorbire tutto. Il più grande degli artisti. Abbiamo instaurato un rapporto di fiducia, molto intenso. Fotografarlo però non è stato facile, Fellini teneva molto al suo modo di apparire. Io vedendolo come un mago, un uomo di grande statura, genio e cultura, l’ho ritratto corpulento, maestoso, come appariva ai miei occhi…lui mi ha mandato una lettera dicendo che si vedeva troppo grasso, quindi ho scoperto che era anche un po’ vanitoso».

E dopo questo aneddoto come non ricordare quello di Robert De Niro, i cui ritratti sono stati copertina del New York Times e vengono considerati ancor oggi come le più belle immagini dell’attore italo-americano. «Ho conosciuto Robert De Niro sul set di "The gang that could not shoot straight" aveva una piccolissima parte, un ciclista italiano che finisce a casa di un mafioso. In questo film volevano fare una piccola satira della mafia, ma non hanno avuto alcun successo… Io ero una specie di consigliere, raccontavo della vita in Sicilia, di cosa faceva mia nonna. Quando De Niro ha preso la parte del Padrino II, mi ha chiesto di dargli una mano per leggere il copione in siciliano e ci siamo visti per tre mesi, ogni giorno passava da me in studio per un’oretta. Ho chiamato il New York Times e gli ho detto di questa possibilità di fotografarlo…»

Santi Visalli potrebbe continuare all’infinito e raccontarci dalla California, dove ora risiede, tutto quello che ha visto, vissuto, imparato nella sua vita. Pensiamo al ritratto di Sofia Loren, perfetto, grandioso, elegante rubato in un attimo al MoMA dopo che la seguiva vanamente per tre giorni, pensiamo a quello di Marlon Brando di cui lo stesso Visalli dice: «Sono contento di averlo fotografato perchè è stato uno dei più grandi attori al mondo, il migliore nella storia del cinema mondiale, e specialmente di averlo fotografato in quel periodo della sua vita». O a quello di Nixon: «Sono felice di averlo ritratto perchè è stato il più controverso Presidente della storia americana. Uomo complesso e paranoico».

Non importa chi aveva davanti, Visalli lo metteva a proprio agio, cercando di instaurare un rapporto di fiducia e in dieci minuti ne rivelava la personalità, la forza, la debolezza, cogliendo lo sguardo di un momento. Di una storia.