Il rimpatriato

Battiti argentini

Franco Pantarelli

In questo periodo mi capita di vivere fra l'Italia e l'Argentina, sospeso nel mezzo di elementi affettivi, culturali, professionali che mi tirano con eguale forza da una parte e dall'altra, impegnandomi in una lunga e difficile valutazione su quale emisfero fermarmi. Il risultato è una "spola" tra i due Paesi che se non fosse per la defatigante lunghezza del viaggio (è il doppio del già lungo New York-Roma che frequentavo quando abitavo negli Stati Uniti) neanche mi dispiacerebbe, visto che nel mio cuore non riesco più a distinguere i battiti argentini da quelli italiani e mi capita di rimpiangere l'Argentina quando sono in Italia e viceversa.

Tutto ciò, però, l'altro giorno è scomparso di colpo: i battiti argentini si erano perfettamente armonizzati a quelli italiani, in quale dei due Paesi mi trovassi aveva repentinamente perso di importanza e insomma le mie due metà si erano come amalgamate di fronte a un comune bersaglio chiamato Silvio Berlusconi. Il me stesso argentino, in preda all'indignazione, si abbandonava all'insopprimibile voglia di prenderlo a ceffoni; il me stesso italiano, schiacciato dalla vergogna, all'insopprimibile desiderio di non averlo mai conosciuto.

Era infatti accaduto che il beneamato capo del governo italiano, preso dall'euforia per la grande vittoria riportata in Sardegna (pensate, era riuscito a fare eleggere un assoluto "signor nessuno" il cui merito consiste nell'essere il figlio del suo commercialista), era scivolato su una delle sue solite frasi infelici, prendendosela questa volta con i desaparecidos argentini, cioè quei trentamila giovani sequestrati, torturati e assassinati durante la dittatura militare durata dal 1976 al 1983: una tragedia immane le cui ferite sono ancora aperte e sanguinanti.

Uno dei modi più sadici di uccidere i giovani oppositori era quello dei "voli della morte", che consisteva nel caricare i sequestrati sugli aerei e gettarli dall'alto, nell'oceano. Nei luoghi di detenzione - hanno raccontato i pochi che ne sono usciti vivi - si era imparato a capire quando dei prigionieri erano destinati al "volo" dal fatto che sfilavano privi di scarpe. I loro compagni capivano che non sarebbero più tornati e cercavano di imprimere nella memoria i loro nomi, per raccontarne la fine ai parenti, nel caso che un giorno fossero usciti dall'inferno.

Ebbene, ecco ora il modo in cui Berlusconi ha descritto quella pratica. "Li portavano sull'aereo assieme a un pallone e quando arrivavano ad alta quota aprivano il portello e lanciando il pallone dicevano: c'è della bella aria là fuori, andate a giocare". Il suo pubblico ha festosamente riso alla "storiella" e lui, con l'aria del papà che fa il severo per burla, ha soggiunto: "Fa ridere ma è drammatica".

Ci sono stati strascichi: qualche polemichetta sui giornali italiani (modesta perché ormai criticare Berlusconi non è più di moda) ed anche una convocazione al ministero degli Esteri argentino dell'ambasciatore italiano a Buenos Aires, Stefano Ronca, ma tanto Berlusconi, uomo pratico, sa benissimo che le proteste diplomatiche lasciano il tempo che trovano. E poi si può sempre "smentire", dando la colpa ai giornali "faziosi e comunisti" che stravolgono - anzi "rovesciano", come ha detto in questo caso il ministro italiano Frattini - la realtà dei fatti. Ma la realtà dei fatti è nel filmato di quelle parole e il garrulo signore che le pronuncia è inequivocabilmente Berlusconi, sebbene il povero ambasciatore Ronca sia stato costretto a ripetere quella ridicola smentita.

Fra qualche giorno la direzione della mia "spola" sarà il volo Roma-Buenos Aires. Che cosa dirò, venendo dal Paese di Berlusconi, a Dora (il marito fu visto l'ultima volta sfilare senza scarpe), a Lita (la sorte del figlio e della figlia non è mai stata accertata) e a tutti coloro cui ciò che rimane dei loro cari è niente altro che un nome sul Monumento della Memoria, un muro simile a quello che a Washington ricorda i soldati morti senza una vera ragione in Vietnam? Cercherò di abbracciarli più forte del solito.