COMMENTO/ECONOMIA&POLITICA/La grande crisi degli spacciatori

Marcello Cristo

Se qualcuno si prendesse la briga di chiedere ad uno spacciatore di eroina perché vende droga ai tossicodipendenti, in teoria potrebbe sentirsi rispondere che è "perché è ciò che la sua clientela vuole", un’affermazione di per sé tecnicamente corretta ma sostanzialmente riduttiva.

Una spiegazione più fedele alla realtà è che lo spacciatore, pur conoscendo l’effetto distruttivo che la sua mercanzia ha sui clienti, pensa al profitto e se ne infischia altamente delle conseguenze.

Nel periodo a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, quando le tre grandi case automobilistiche americane cominciarono a sfornare SUV, i giganteschi veicoli concepiti per la guida fuori strada e rapidamente assurti ad urbanissmi status-symbol, molti critici, con in testa Ralph Nader, ne misero in evidenza i numerosi lati negativi, primi tra tutti i consumi spropositati e l’enorme impatto ambientale delle emissioni di scarico.

Per tutta risposta, gli uffici di pubbliche relazioni di Detroit, dichiararono, a difesa del loro prodotto, che "gli SUV sono ciò che la gente vuole".

Dopo l’impennata del costo del carburante della scorsa estate però, questi veicoli hanno perso gran parte della loro popolarità e sono diventati un fardello sia per i loro proprietari, alle prese con gli enormi serbatoi da riempire, sia per l’intera industria automobilistica americana ritrovatasi spiazzata rispetto alle tendenze di mercato e costretta a rincorrere le rivali giapponesi nel tentativo di assecondare i nuovi trend produttivi verso motori ibridi e dai consumi ridotti.

"Ciò che la gente vuole" è ormai da anni il motto del capitalismo americano. La frase-pretesto con la quale spacciare per "libertà di azione" (per le aziende…) e "libertà di scelta" (per i consumatori…) l’estremismo del laissaz-faire made in Usa dove lo stato è sempre ritratto come "incapace" ed "inefficiente" e che perciò va limitato nel suo raggio d’azione e (convenientemente...) nelle sue prerogative di regolamentazione, almeno finquando le cose vanno bene…

Quando le cose vanno male invece, ecco che tutti i detrattori, dai geni di Wall Street ai capitani d’industria di Detroit, fanno a gara a mettersi in fila per farsi tirar fuori dai guai a suon di miliardi in fondi pubblici.

Da un consuntivo sulle politiche economiche dell’amministrazione repubblicana e, in particolare sugli effetti del suo "vangelo" ideologico, la cosiddetta Supply-side economics, il presupposto da cui vale la pena partire è che ogni teoria è tale fino a quando rimane nell’ambito effimero e ipotetico dei dibattiti accademici. Alla fine però, l’efficacia di questa, come di ogni altra scuola di pensiero, si misura solo attraverso i risultati concreti della sua applicazione pratica e, dopo otto anni di "bushismo" e di maggioranze repubblicane in Congresso, le macerie fumanti dell’intero sistema economico-finanziario statunitense rappresentano il giudizio storico più eloquente sugli effetti di questa filosofia economica neoconservatrice.

Nonostante ciò i repubblicani non hanno esitato a fare ostruzionismo per bloccare lo stanziamento dei 787 miliardi del piano di stimolo economico, passato con soli tre voti del GOP in Senato e zero alla Camera.

L’aspetto più interessante di questa tragi-commedia è che malgrado il continuo inneggiare repubblicano alle virtù del capitalismo e del libero mercato, quello praticato nel corso degli ultimi otto anni, è stato per molti aspetti, una farsa; un capitalismo all’italiana, dove la collusione corrotta tra potere economico e politico ha spesso sostuito le più fondamentali dinamiche del capitalismo reale.

Per esempio, di fronte alle grandi sfide tecnologiche che l’industria automobilistica del ventunesimo secolo si trova di fronte - consumi ed emissioni - Detroit ha trovato molto più pratico in passato, sguinzagliare i propri lobbisti per farsi confezionare dal governo leggi su misura con l’obiettivo di mantenere lo status-quo, anziché competere con la concorrenza ad armi pari sul terreno dell’innovazione e il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che nel frattempo la Honda e la Toyota hanno acquisito una posizione di assoluta supremazia nei nuovi segmenti di mercato.

E’ senz’altro vero che Ford, GM e Chrysler stanno sprofondando sotto il peso delle obbligazioni pensionistiche sottoscritte negli ultimi decenni ma anche questa è una conseguenza tutta americana, dell’affidare alle aziende l’onere sociale dell’assitenza sanitaria e pensionistica. In ogni altro paese avanzato, queste responsabilità sono proprie della sfera pubblica ma nell’America del Dopoguerra, in quel clima post-bellico da caccia alle streghe culminato nel Maccartismo degli annni Cinquanta, le forze conservatrici dell’epoca hanno voluto evitare a tutti i costi che fosse il governo ad assumersi queste responsabilità perché ciò avrebbbe costituito una pericolosa deriva "socialista" e così, ora che hanno raggiunto livelli stratosferici, ecco che questi costi di produzione aggiuntivi hanno finito col compromettere la stessa abilità di queste aziende, non solo di stare al passo con la concorrenza internazionale ma addirittura di sopravvivere.

Il capitalismo repubblicano da "old boys"; da pacche sulle spalle scambiate nei country clubs tra il potere politico e quello economico, sconvolge i valori fondamentali del capitalismo vero, quello delineato da Adam Smith nel suo "The Wealth of Nations". E tuttavia, da un punto di vista puramente pragmatico, sarebbe anche tollerabile se almeno alla fine producesse risultati positivi. Invece, la deregolamentazione selvaggia dei mercati finanziari attuata per cedere alle pressioni delle banche e di Wall St., la disponibilità della destra ad aprire le porte delle agenzie governative di controllo a quelle stesse industrie sulle quali sono chiamate a vigilare e, in generale, quella entusiastica voglia di abdicazione del potere pubblico che ha caratterizzato tutti governi di destra da Reagan in poi, hanno alla fine presentato il conto.

Una lezione, questa americana degli ultimi anni, utile per chiunque voglia prestarvi orecchio ma soprattuto per noi italiani considerando la statura morale di certi gruppi attualmente al governo nel Belpaese e di un presidente del Consiglio che è maestro nel confezionarsi leggi su misura che rispondono ai suoi interessi personali e aziendali.

Con l’elezione di Barack Obama, l’America ha mostrato ancora una volta di avere la forza morale per redimersi, per risollevarsi scrollandosi di dosso gli eccessi dell’ultimo decennio con un gesto esemplare e almeno, in attesa della sostanza legislativa che verrà, di enorme valenza simbolica.

Il panorama politico italiano invece appare in uno stato di degenerazione avanzata al punto da rendere inconcepibile l’emergere di una figura, anche vagamente paragonabile a quella di Obama, in grado di proiettare la stessa energia di rinnovamento e quella credibilità necessaria per proporre una svolta morale alla nazione.

Anche dopo le dimissioni di Walter Veltroni, non sarà certo dai ranghi di questa sinistra italiana, ossificata e pusillanime, che verrà un’alternativa all’attuale regime né l’opinione pubblica italiana sembra conservare alcun riflesso etico-morale per reagire al dilagante malaffare che trabocca dai palazzi del potere.

Il pronostico quindi è che, proprio come è avvenuto qui in America, anche in Italia alla fine solo una gravissima (e probabile…) crisi economica e finanziaria sarà in grado di risvegliare dal suo torpore furbastro, una nazione in uno stato di perenne "anestesia morale" e la cui progressiva decadenza culturale la rende in grado di comprendere e reagire ai propri errori solo quando ci sbatte violentemente contro il naso.