LIBRI/Fare i conti col passato

Franco Borrelli

Chi è che vince? Solo chi, diceva Gesù, è disposto a perdere se stesso", ha recentemente affermato in un’intervista Andrea Camilleri, presentando il suo ultimo romanzo, «Un sabato, con gli amici». No, Montalbano qui non c’è, anche se nell’aria quella tensione da thriller resta sempre; e col commissario mancano, ovviamente, la Sicilia solatìa e la sua lingua-dialetto. Pressione psicologica, impietoso scavare nella coscienza frugando nelle sue pieghe più segrete, con un piede sull’abisso, un riandare cupo e impietoso alle ferite dell’infanzia e dell’adolescenza, un gruppo d’amici che si ritrovano alla loro prima maturità, quasi "imborghesiti", dopo essersi lasciati, perduti, amati, odiati, desiderati e respinti attraverso gli anni, dalla scuola all’età della "presunta" ragione. Tutti i traumi, gli incubi, i sensi di colpa che si portano dentro da sempre non trovano composizione o requie; esplodono, anzi, in maniera imprevedibile e sorprendente. Un Camilleri oscuro e misterioso, quindi, con un intrecciarsi e intricarsi di vicende, di personalità e di pulsioni contraddittorie. Un’ubriacatura sabbatica, esaltante e sconvolgente per i suoi occulti poteri, per sottolineare, al contrario, significati e moralità positive dell’esistere?

"E’ una mia sperimentazione - prosegue lo scrittore di Porto Empedocle -, quasi una sfida, continua, alle mie capacità". Ma è anche, quest’intrecciarsi di storie intense e dense di passioni, d’emozioni e di desideri, non solo un particolare "coming of age" dei protagonisti, ma una vera e propria sfida al lettore abituato a Montalbano & Co.; qui Camilleri, invece, è sviante, prende quasi di sorpresa; s’intuisce che le vie e le mura siano quelle di una Roma ove egli si trova sempre più a suo agio, ma potrebbero essere d’una qualsiasi città italiana, assente e presente insieme nel sangue di chi la vive o la subisce, ciascuno portandosi inesorabilmente dentro ombre e perversità dalla notte dei tempi.

Efferatezze e peccati commessi, o visti commettere, quasi con un senso di spudorata naturalezza, come se il male e il far male siano pane quotidiano più dell’affetto sincero e del sacrificio d’amore. Colpisce la spietatezza di questi giovani maturi che vanno a letto, si desiderano e si trovano senza ritegno, animalescamente, sposati o meno che siano, legati o meno che siano ad altri\altre, essi stessi viventi una vita che è lotta sì ma soprattutto sfida, a sé e agli altri, sul limitar del lecito. V’è anche il ricatto, l’odio e l’omicidio, il tutto colorato dalla menzogna, dall’apparenza, dal furto di corpi e sentimenti altrui, in un gioco freddo, non si sa quanto e se calcolato, ove i vari personaggi si perdono, si consumano e, tuttavia, sadicamente gioiscono.

Non si riesce a credere che le loro emozioni siano dettate dal cuore, anche quando s’abbracciano e si baciano con convinzione; c’è sempre qualcosa di misterioso che aleggia su di loro, su tutti loro, quasi animali da zoo senza gabbie, ove la perversione, quella vissuta o testimoniata da bambini e quella gelidamente consumata da adulti, sia l’unica legge cui ubbidire.

I ricordi dei sette fanno narrativamente da cornice, all’inizio e alla fine del romanzo, a quest’esistere peccaminoso e infernale: entro di essa, entro la cornice dei ricordi appunto, il liceo l’università la laurea le unioni il lavoro, e una psicologia malata che si finge matura e che non può non esplodere e vivere se stessa in libertà, fino in fondo, che in «Un sabato, con gli amici», appunto; rivelantesi in tutta la sua potenza travolgente e sconvolgente quando proprio non te l’aspetti, quando le difese paiono assopirsi grazie a qualche bicchiere di vino o di whiskey (o a una sniffata di coca). E dopo? Dopo si può sempre fingere d’andare avanti lo stesso, come se niente fosse successo; o, forse, proprio perché tutto è tragicamente successo.

 

«Un sabato, con gli amici»,

di Andrea Camilleri, pp. 143,

Mondadori, Milano, 2009, Euro 17.50