STORIA/La “Memoria” delle foibe: l’Istria e la tragedia dei profughi

Paolo Petroni

Una Settimana Incom del 1947 intitolava "Naufraghi nella tempesta della pace" un servizio sulla tragedia dei profughi dell'Istria, inserendolo nel quadro di una "pace brutale" in uno "spietato 1945" e, Crainz, Pupo e Salvatici, ricordandolo nella introduzione a questo libro [«Naufraghi della pace», pp. 260, Donzelli, 2009, Euro 28,00], aggiungono che "erano milioni e milioni in quella Europa i naufraghi nella tempesta della pace, traumatico frutto degli sconvolgimenti della guerra e dei loro strascichi, oltre che del contrastato ridefinirsi dei confini.

In occasione, lo scorso 10 febbraio, del Giorno della Memoria dedicato alle foibe e all'esodo istriano questo volume, che raccoglie gli atti, rivisti e aggiornati, di un convegno internazionale su "Uomini e donne in fuga nel secondo dopoguerra", per inserire quel dramma, spesso visto come italiano e locale, nel contesto invece di una più vasta tragedia che coinvolse milioni e milioni di persone nell'Europa centrale e dell'Est.

Basti pensare che furono circa 12 milioni solo i civili tedeschi, rispediti a forza, in condizioni estreme e d'inverno, nella Germania distrutta, da Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Ucraina, con un bilancio che conta almeno un milione di morti. Il problema sono le acquisizioni di territori e la nascita di nuovi confini da disegnare alle trattative di pace. La Polonia, per esempio, che perde una grande regione a Est a favore dell'Ucraina sovietica, si espande a sua volta verso Ovest, ma deve liberare qui territori dalla presenza di grandi comunità tedesche, approfittando del fatto che la Germania ha perso la guerra e sfruttando anche una sorta di reazione antinazista.

Tutti i tedeschi da scacciare venivano definiti nazisti, come i nostri finivano per passare per filofascisti tutti. Lo spiega Crainz, studioso del periodo e docente di Storia moderna all'Università di Teramo, ricordando che per spingere alla fuga i tedeschi si creavano episodi violenti e un clima di paura, proprio come è accaduto con la Jugoslavia, le foibe e i nostri profughi, anche se da noi la questione si è poi trascinata più a lungo.

Se in Italia la vicenda istriana è viva nel ricordo, quella tedesca (svoltasi allo stesso modo anche nei Sudeti, in Ungheria, in Romania), quella polacca (dei polacchi invece cacciati dall'Urss) e di altre minoranze, che hanno vissuto drammaticamente lo scambio dei confini, è qualcosa che è stato rimosso dalla memoria europea, come si trattasse di fatti locali e non di un qualcosa che ci riguarda collettivamente, specie oggi in epoca di Eu. Eppure ci sono testimonianze vive e intense, per esempio, nelle pagine di scrittori tedeschi che hanno vissuto quell'esodo sulla propria pelle, da Christa Wolf a Peter Hartling o Christoph Hein. Non diversamente, per fare un solo nome, dal nostro Fulvio Tomizza.

I saggi raccolti in questo volume, a firma di studiosi di varie nazionalità, ricostruiscono anche, proprio come la memoria sia stata deformata e "ricostruita" dai vincitori a proprio uso e consumo, ed è proprio Crainz a scrivere del "Difficile confronto fra memorie divise", tutto da riaffrontare, se si vuole che l'Europa unita non nasca con pericolosi scheletri nell'armadio. Un Giorno della Memoria dunque, quello di martedì scorso, che in questo quadro più ampio acquista valore e significato e che dovrebbe servire a ricordarci cosa accade quando le minoranze vengono private di ogni diritto, perché si rifletta sull'oggi e si cerchi di evitare che questo riaccada.