LETTERATURA/PERSONAGGI/Un meridionale europeo

Luigi Fontanella

Ho visto per la prima volta Leonardo Sinisgalli (nelle foto) nella tarda estate o autunno del 1979. Dico "visto", non conosciuto; spiegherò più avanti il perché. Mi piace ricordarne la circostanza. Mi trovavo in Lucania in compagnia di Vito Riviello e di Hernan Castellano Giron, un poeta cileno a quel tempo esule in Italia dopo la barbara uccisione di Allende. Ci era stato organizzato (non ricordo più da chi, forse un certo Lotierzo) un giro di letture in alcuni paesi e paesini lucani (Oppido, Acerenza, Tricarico, ecc.)...

Di quel giro di letture in Lucania mi sono restati vividamente nella memoria dei momenti. Il primo: il nostro arrivo a Potenza in macchina in un pomeriggio grigio, bigio e ventoso di fronte a una enorme muta di cani affamati e abbaianti che si rincorrevano in modo folle e furioso da tutte le parti. A un certo punto si misero a rincorrere la nostra macchina. Una scena quasi apocalittica poco incoraggiante per noi che portavamo fantasia e poesia in quella città. In quelle tre giornate trascorse in Lucania avrei conosciuto la madre di Vito che a quel tempo gestiva una bella libreria sulla via Pretoria (spero di non sbagliare il nome di questa strada - sono passati trent’anni da allora -, che era anche il corso principale del capoluogo lucano, corso caratterizzato dal cosiddetto "struscio" serale). Ricordo che la mattina seguente, armato di scala e stracci, ripulii l’insegna esterna tutta impolverata, con grande sorpresa e gioia della madre di Vito.

Il secondo momento che mi è rimasto impresso fu la serata che trascorremmo ad Acerenza nel teatro di quel paese. La nostra lettura era stata affiancata da una manifestazione enologica. Sul palcoscenico campeggiava orizzontalmente una lunga tavola, dietro la quale se ne stavano sedute sette–otto persone che avrebbero assaggiato vari vini regionali e avrebbero espresso il proprio parere. Alla fine, uno dei vini sarebbe stato proclamato vincitore. Della giuria di questi sommelier faceva parte anche Vito Riviello...

Il giorno dopo andammo a Tricarico, ma la nostra lettura era stata cancellata, e tuttavia la nostra escursione fu molto piacevole, con il sottoscritto alla ricerca di suggestioni scotellariane… (Sinisgalli, Scotellaro, Cattafi, Bodini e Calogero erano e sono, a forza, i poeti del nostro mezzogiorno da me più amati). A quel punto - si era già nel pomeriggio inoltrato - un nostro accompagnatore di cui non ricordo il nome ci propose di andare a Montemurro, il paese natale di Sinisgalli. Il grande poeta, amatissimo oltre che da me anche da Vito il cui precoce libro d’esordio, Città tra paesi, era stato tenuto a battesimo proprio da Sinisgalli, in quei giorni – ci riferì l’accompagnatore - era in vacanza a Montemurro, ma ci mise subito in guardia dall’andarlo a trovare, considerata l’abituale scontrosità del poeta.

Arriviamo a Montemurro, ci dirigiamo con la macchina verso l’abitazione di Sinisgalli, ed eccolo lì il nostro poeta, seduto su una sedia, in giardino, che se ne sta solo e pensoso in mezzo al verde. Nei suoi pressi giganteggia una pianta di biancospini. Un’immagine precisa, che mi si ripresenta ogni volta intatta alla mente: Sinisgalli che sembra guardare fissamente davanti a sé, come nel vuoto, e con una sua aria distaccata e altera, quasi sprezzante, tenendo in "gran dispitto" tutto ciò che si svolge(va) di fronte ai suoi occhi.

Non osammo scendere dalla macchina e avvicinarci a lui; non osammo distrarlo dalla sua quiete altezzosa e raccolta, nonostante che Vito lo conoscesse bene di persona.

Passano due anni scarsi. Sono le otto di sera, una fredda sera del 21 gennaio 1981. Mi trovo a Roma e sto imboccando via Flaminia dopo aver attraversato piazzale Flaminio. Il mio sguardo va cercando sul lato sinistro la trattoria Menghi. È qui che Leonardo Sinisgalli, il mio amato poeta, mi ha dato appuntamento.

Questa è la prima volta ufficiale (sarà anche l’ultima), dopo quella fugace "parusìa" di Montemurro, che faccio la sua conoscenza. Gli avevo telefonato su indicazione del suo traduttore americano (W.S. Di Piero, ora docente d’inglese presso la Stanford University), che avevo casualmente conosciuto in un convegno di italianisti a New Orleans. Questo traduttore, a sua volta poeta e diventato presto mio amico, mi aveva dato una copia del libro americano, fresco di stampa, che conteneva la sua traduzione in inglese della poesia di Sinisgalli. Sapendo che di lì a poco sarei partito per Roma, mi aveva pregato di consegnare il libro direttamente nelle sue mani. Il vecchio poeta, con tono cordiale e con fare un po’ brusco, mi aveva dato appuntamento in questa trattoria.

Rivedo Sinisgalli seduto di fronte a me mentre mi parla con linguaggio asciutto e tagliente. Davanti a lui c’è un fumante piatto di "mafalde alla puttanesca", che anch’io ho ordinato dietro suo consiglio, e, prima di affrontare la pietanza, mi guarda sornionamente. Una sua mano s’infila in una tasca dei pantaloni e ne estrae una boccetta. Non riesco a capire di cosa si tratta, ma è un attimo: è peperoncino tritato che cosparge generosamente sul piatto. Mi dice che è il toccasana della sua vita, e che proviene dal suo paese. Ne offre anche a me ed io non posso rifiutare (quella boccetta la porta sempre con sé, oppure la prende da casa ogni volta che sa che andrà a mangiare fuori?).

Sinisgalli quella sera era piuttosto allegro e mi parlava con entusiasmo della mostra di disegni che dopo cena saremmo andati a vedere presso la galleria "Il Millennio" in Via Borgognona. Io lo ascoltavo con vivo interesse nonostante il fatto che ogni tanto mi distraevo osservando le pareti di quella trattoria, frequentata da artisti e scrittori, decorate da schizzi, disegni e poesie autografe lasciate per ricordo dagli stessi illustri avventori. Mi parlava dell’arte del disegno, così "gracile e puro" (sue parole), come una diretta manifestazione dell’anima. Una specie di simulacro della poesia come sono, appunto, le parole .

Usciti dal Menghi ci recammo alla galleria Il Millennio. Qui Sinisgalli era atteso da una folla di amici scrittori e artisti. Ricordo, fra gli altri, Giuseppe Appella, che due anni dopo mi avrebbe fatto dono di un libretto sinisgalliano molto prezioso, da lui stesso curato (Carte lacere, Edizioni della Cometa, Roma, 1991), contenente fra l’altro nove disegni dell’Autore. Una mostra, quella del Millennio, che mi rivelò un Sinisgalli-artista a me sconosciuto. Ricordo bene, fra i pezzi esposti (per lo più pastelli e inchiostri) un suo "autoritratto inciurmato"; il gatto Scarfoglio "che beve latte alle sette del mattino"; una "lotta tra i galli Piazza Giacinto Albini a Montemurro il 16 agosto giorno di San Rocco protettore degli appestati"; e, in particolare, un paesaggio vagamente chagalliano nel quale un nibbio porta un agnello nel becco, un albero di robinia in fiore e un asino che "torna dall’abbeverata ebbro". Tutte opere che Sinisgalli aveva composto l’estate precedente a Montemurro. Un aspetto della sua attività creativa, questo del disegno, che andrebbe studiato, e sono sicuro che ci sono studiosi che lo stanno già facendo. Una serata, quella del 21 gennaio 1981, per me indimenticabile e tutta svolta sotto l’insegna di un’allegria e di una non comune, sottile intelligenza (quella del poeta Sinisgalli) di cui mi fu fatta dono.

Se quella sera qualcuno mi avesse detto che Leonardo sarebbe morto appena dieci giorni dopo io non ci avrei creduto, tale e tanta era la sua baldanzosa vitalità, la lucida passione mista a un tenero disincanto di questo poeta fra i più significativi che ha avuto l’Italia. Un poeta e intellettuale di quei meridionali europei, dal cuore paesano e la mente cosmopolita, che ebbero l’intelligenza e la fantasia di capire tutto, anche con bell’anticipo, per poi diffidare ironicamente della propria saggezza.