MUSICA LIRICA/Se si dice belcanto...

Franco Borrelli

Anno prodigioso, il 1831, per Vincenzo Bellini: a marzo «La sonnambula», a dicembre la «Norma». Due capolavori dei suoi tre ("I Puritani") in scena a nove mesi l’uno dall’altro. Se non è un record, poco ci manca. La prima, favola pastorale ubbidiente ai canoni d’Arcadia, ci viene riproposta - in una doppia "prima" - dalla Decca (gruppo Universal Classics) in un’incisione "da studio" destinata a far parlare a lungo per l’impeccabilità e la cura dei particolari. Ad interpretarla il mezzosoprano Cecilia Bartoli (Amina), il tenore Juan Diego Flórez (Elvino), il basso Ildebrando D’Arcangelo (Conte Rodolfo), il soprano Gemma Bertagnolli (Lisa) e l’altro mezzo Liliana Nikiteanu (Teresa), con il coro dell’Opernhaus di Zurigo e l’orchestra La Scintilla diretti da Alessandro De Marchi. Non velato, da parte della Decca, la proposta di una nuova coppia (Bartoli-Flórez) da oppore sportivamente all’altra, di gran richiamo e successo, della sua stessa "scuderia" discografica (Netrebko-Villazón).

La "doppia prima" riguarda l’interpretazione in assoluto della protagonista da parte di un mezzosoprano (Bartoli) e l’incisione mai effettuata prima d’ora con strumenti d’epoca. Da un punto di vista meramente storico, Amina venne comunque interpretata inizialmente da due leggendari mezzosoprani: Giuditta Pasta il 6 marzo 1831 al milanese Teatro Carcano e Maria Malibran, nel 1835 (a quest’ultima, in particolare, l’artista romana ha dedicato particolari attenzioni: un Cd, un Dvd e una tournée che farà tappa anche alla Carnegie Hall, il prossimo 3 marzo). Risultato? Un suono che riporta indubbiamente alla poesia e alla semplicità dei tempi lontani, quasi a riscoprirne la magìa originale; su tutto il segno d’una alchimia vocale esemplare, quella del duo Bartoli-Flórez, due virtuosi davvero ben affiatati e, artisticamente, fatti l’uno per l’altra.

La vicenda (su libretto di Felice Romani) è ambientata in un paesino svizzero da sogno, senza precisa collocazione di tempo, e risponde a tutti i requisiti del canone romantico segnato da passioni improvvise e turbinose, amori, gelosie, tradimenti (e la presenza sinistra di un... fantasma): un dramma dell’anima che coinvolge e sconvolge i personaggi e che non si risolve alla fine in tragedia (cosa, del resto, assai cara ai poeti dell’epoca) ma in un lieto fine premiante l’innocenza, la verità e i sinceri sentimenti soprattutto della protagonista.

La Bartoli, qui, trova pane gustoso per i suoi denti (pardon, per la sua voce), in quanto Amina le offre la possibilità di mettere in evidenza tutte le tonalità della sua voce, con quel suo cambiar colore naturalmente, dalla luminosità accecante da soprano a uno scuro quasi da contralto; in mezzo tutto un fraseggiar lussureggiante, intercalato da sospiri, gorgheggi e giochi d’ugola davvero stupefacenti. Non le è da meno un Flórez che al suo Elvino dà quei connotati giusti di umanità e slancio giovanili, d’innamorato desideroso e poi "falsamente" deluso, capace però di capire il suo errore e tornar quindi felicemente tra le braccia della sua amata affetta da una strana forma di... sonnambulismo.

Con i due protagonisti, un bel gruppo d’artisti cattivanti e partecipanti, poeticamente anche loro coinvolgenti (soprattutto notevoli le nostalgie del conte interpretato da D’Arcangelo), che, uniti alla calda presenza del coro di paesani e contadini, danno credibilità alla storia e la rendono moderna e palpitante. Tra le pagine più imponenti, l’invitante "Care compagne, e voi, teneri amici" di Amina, il duetto fra la stessa ragazza ed Elvino "Prendi, l’anel ti dono", l’aria del conte Rodolfo "Vi ravviso, o luoghi ameni" ma, su tutto, assolutamente divina, l’aria di Amina "Ah, non credea mirarti..." (la scena del sonambulismo), che la Bartoli interpreta in maniera struggente e, semplicemente, superlativa (è questa una delle più belle e deliziose pagine "di bravura" ove soprani e mezzosoprani gareggiano nel dare il meglio di sé).

In breve, la trama. Si festeggiano le nozze fra Elvino ed Amina, un'orfana allevata dalla mugnaia Teresa. L'unica ad essere scontenta è l'ostessa Lisa che, anch'essa innamorata del giovane possidente, rifiuta le profferte amorose di Alessio, un altro giovane del villaggio. Qui giunge un nobiluomo, che mostra di conoscere assai bene quei luoghi, ma che nessuno riconosce. Si tratta del conte Rodolfo, figlio del defunto signore del castello. Il gentiluomo, che si stabilisce nella locanda di Lisa, rivolge alcuni complimenti ad Amina, dicendole che il suo viso le ricorda quello di una donna che egli aveva conosciuto molti anni prima... Le lusinghe del Conte destano la gelosia di Elvino che, rimasto solo con lei, rimprovera perciò la futura sposa.

Mentre il conte Rodolfo è intento poi a corteggiare Lisa s'odono dei passi, l'ostessa fugge precipitosamente, ma prima riconosce Amina, che in stato di sonnambulismo sta recandosi nella stanza del Conte. La sonnambula si rivolge affettuosamente al nobiluomo, invocando il nome del futuro sposo, descrivendo rapita la prossima cerimonia delle sue nozze e infine chiedendogli di abbracciarla. Rodolfo non sa che fare: approfittare della situazione? Svegliare la sonnambula?

Quando un gruppo di villici giunge alla locanda per salutare il conte, di cui ha finalmente scoperto l'identità, sorprende la giovane Amina adagiata sul divano. Lo sconcerto è generale. Elvino, sconvolto, rompe il fidanzamento, mentre la ragazza, destatasi, inconsapevole di quanto è accaduto, non può trovare parole per giustificarsi.

Dopo aver cercato consolazione nell'affetto della madre. Amina si imbatte in Elvino che, straziato per gli avvenimenti, le ricorda come lo abbia reso il più infelice tra gli uomini e le strappa l'anello di fidanzamento. Invano il conte Rodolfo tenta di spiegare cosa sia il sonnambulismo e di far recedere Elvino dalle sue posizioni. Il giovane, per ripicca, ha però deciso di andare a nozze con l'ostessa Lisa. Quando Lisa ed Elvino passano in corteo nuziale dinanzi al mulino di Teresa, la donna accusa Lisa di aver commesso lo stesso reato di Amina, portando come prova un fazzoletto appartenuto all'ostessa e trovato nella stanza del conte Rodolfo. Elvino si sente nuovamente tradito quando, fra la meraviglia generale, si vede Amina camminare in stato di sonnambulismo sul cornicione del tetto di casa. È la prova che il conte Rodolfo aveva ragione.

Contemplando il fiore appassito che Elvino le aveva donato il giorno prima, la sonnambula canta il suo amore infelice ("Ah! non credea mirarti"), ascoltata da tutti, e quando si desta può finalmente riabbracciare l'amato Elvino. Il villaggio, nuovamente in festa, si prepara alla fine per le tanto sospirate nozze.

Sempre in tema di belcanto, lo stesso Flórez dà prova della sua statura artistica e della sua imponenza vocale in «Bel Canto - Spectacular», un Cd pure della Decca, dove legge in maniera davvero incantevole pagine toccanti da Donizetti ("Figlia", "Favorita", "Elisir’, "Linda" e "Lucrezia"), Bellini ("Puritani") e Rossini ("Viaggio" e "Otello"). La triade belcantistica per eccellenza, insomma, qui esaltata e religiosamente riverita da un tenore spumeggiante e dalle capacità davvero incredibili. Non stupisce più di tanto, perciò, data la sua naturalezza, la sequela dei nove do di petto della donizettiana "Amici miei, che allegro giorno!" (cantata qui in italiano), e nemmeno la passionalità spontanea e convincente nei duetti con Anna Netrebko (la deliziosa Elvira dei "Puritani"), Daniela Barcellona (la marchesa Melibea del "Viaggio"), Patrizia Ciofi (la "Linda di Chamonix") e Plàcido Domingo, che di Flórez è stato mentore ed il primo a riconoscerne il valore lirico, nell’"Otello" del Pesarese. In questa poetica e stupenda antologia, il tenore è accompagnato dal coro e dall’orchestra della Comunitat Valenciana diretti da Daniel Oren.