SPECIALE/ISTRUZIONE/La magia dell’accento italiano

Giuseppe Manca

Un tempo la scienza si chiamava alchemia e lo scienziato era il mago, ed i processi di reazione e trasformazione della materia che il mago operava usando varie sostanze magiche era la "magia". Oggi che la scienza impera menzioniamo la magia per lo più metaforicamente per sottolineare fenomeni di trasformazione apparentemente inspiegabili o sorprendenti. Come insegnante di lingua italiana mi ritrovo spesso ad osservare degli eventi magici che hanno a che fare naturalmente con l’apprendimento della lingua, e come esperto di NLP (Neuro Linguistic Programming) apprezzo soprattutto quando l’evento magico avviene elegantemente: un minimo tocco che genera un massimo risultato.

Un esempio di questo divertente fenomeno avviene invariabilmente durante un’attività che propongo ai miei studenti dopo una mezza dozzina di lezioni. A quel punto infatti sono già capaci di gestire una conversazione basilare in cui possono scambiare informazioni su se stessi, descrivere, proporre e commentare, ma, come potete immaginare, in forma ancora stentata, titubante e monotona tipica dei principianti. Per apprezzare meglio il valore magico dell’attività sopramenzionata è utile notare che oltre alla incompetenza strettamente accademica della lingua ci sono altri aspetti altrettanto importanti che concorrono a rallentare o insabbiare il processo d’apprendimento. Parlo di fattori psicologici come la paura o le convinzioni limitanti con cui la maggior parte degli studenti s’imbarca nell’avventura di imparare una lingua straniera. Sono queste condizioni che riducono persone altamente funzionali, eloquenti, efficienti e dignitose (in inglese!) a tramutarsi in delle larvette intimidite che emettono rumorini intermittenti colossalmente piatti e noiosi.

Quasi invariabilmente ad ogni corso che insegno assisto a questo mutamento da persona per bene a subumanoide disorientato. La preoccupazione di non fare errori scatena una reazione a catena: la rigidità di pronunciare le parole scandite così accuratamente da diventare una sequenza di suoni svuotati di significato, la paura paralizzante d’essere svergognati per aver detto delle cretinate incomprensibili, il parlare sottovoce per non rendere pubblica la propria inadeguatezza e tante altri elementi che fanno dimenticare che si parla per comunicare e non per dire le cose correttamente. Così, quando l’obiettivo essenziale salta dalla finestra per troppo zelo e pedanteria grammaticale, bisogna intervenire per trasformare la situazione con qualche espediente magico.

Come sopra menzionato, propongo questa attività in quattro fasi a studenti che hanno ormai sufficiente informazione per reggere una conversazione basica di circa 10 minuti dando le seguenti istruzioni: "Con la persona a fianco cominciate una conversazione scambiando informazioni personali, cercando di usare il maggior numero di elementi possibili che avete imparato finora e con lo scopo di conoscervi meglio".

Dopo circa cinque minuti di comunicazione diligentemente irrigidita li interrompo, li invito ad alzarsi e a trovare un altro partner con cui, prometto, faranno l’attività più facile del corso, e gli dico: "Ora rifate esattamente la stessa conversazione da capo cambiando solamente ciò che dovete perché parlate con un’altra persona. L’unica cosa che vi chiedo di cambiare è di parlare in inglese invece che in italiano".

Quest’ultima istruzione di solito li spiazza un po’ ma poi si coinvolgono velocemente e accompagnati dal conforto della loro madre lingua conversano spigliati e a loro agio. Dopo qualche minuto gli intimo di interrompere la conversazione e di non muoversi (Stop and freeze!). Un po’ perplessi obbediscono. Li invito ad osservarsi accuratamente e li guido a notare la loro posizione: dove tengono le mani, la distanza tra di loro, l’inclinazione del corpo, quali parti del corpo sono più rilassate. Gli chiedo di ripensare per un momento a come parlavano qualche secondo fa notando il tono della voce, il ritmo, come ascoltavano … Gli faccio capire che tutti questi particolari, che hanno scelto inconsciamente, sono le condizioni della loro confort zone che creano automaticamente quando parlano nella lingua con cui si sentono sicuri e a loro agio. A questo punto gli chiedo di ripetere con lo stesso partner esattamente la stessa conversazione in inglese con una sola, minima differenza: devono fare finta di avere un accento italiano fortissimo. Dileguo il solito attimo di perplessità rassicurandoli che non mi offendo e incoraggiandoli a darci dentro il più possibile. Si ributtano nella conversazione che all’improvviso diventa irresitibilmente giocosa. Il volume vola subito alle stelle, chi teneva le mani nascoste in tasca o le braccia conserte ora gesticola animatamente, la maggior parte, invece di stare immobile, ondeggia avanti e indietro, alcuni addirittura si toccano, tutti sorridono. Sorprendentemente, quando gli chiedo che cosa hanno notato di diverso, a parte il gesticolare, quasi nessuno è cosciente di tanti cambiamenti e sono stupiti quando se ne rendono conto, e ridono quando gli ricordo che io gli avevo chiesto di cambiare solo l’accento. Per finire, li invito a fare la stessa conversazione in italiano forzando il più possibile l’accento italiano. Potete immaginarvi quanto, a questo punto, la loro conversazione in italiano sia più fluida, spontanea e comunicativa di quella che hanno fatto inizialmente. La magia dell’accento!

Ma qual è l’essenza di questa magia? Ciò che succede durante questo processo è che gli studenti, "suonando" italiani, slittano ludicamente in un’altra identità, praticamente creano un "Italian self" diverso dal "Beginner Italian level 1 student" convinto di non saper parlare l’italiano. In questa nuova identità hanno meno paura, osano di più e … parlano meglio, in tutti i sensi.

 

Serie curata dagli insegnanti della Università The New School: Caterina Bertolotto, Giuseppe Manca, Francesca Magnani, Rita Pasqui, Stefano Vaccara, Gina Vutera. Per maggiori informazioni

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