MUSICA LEGGERA/Jovanotti si regala New York

Filomena Troiano

Lorenzo "Jovanotti" Cherubini, il grande viaggiatore che da bambino possedeva un mappamondo con una luce dentro e che osservava sognando di viaggiare, il ragazzo partito a bordo di una moto che ha fatto sosta a Capo Horn, e che sulla strada ha incontrato un duro compagno, Rio Amazonas, il quale a bordo di una singolare canoa lo ha spinto fino alla soglia di "Safari"(2008), il suo ultimo album, il suo viaggio più complesso, quello con il suo intimo, con una sola sosta, nel suo essere dentro. Per il cantautore di Cortona è stata la gita più riuscita, quella che gli è valsa il premio per il miglior album dell’anno, che per lui vuole dire soprattuto il premio alla carriera, e l’album è quello della maturità, il più bello, come egli stesso dice, dei suoi vent’anni come artista, lo stesso dedicato ad un dolore duro da sopportare, la scomparsa del fratello Umberto.

Il ragazzo che pensa sempre positivo nonostante tutto, a distanza di poco più di un mese da questo traguardo, ha deciso di ripartire, questa volta per festeggiare però, per fare un regalo a se stesso e a tutti i suoi musicisti, celebrando con un’esibizione dal vivo nello scenario frizzante di New York City. Lorenzo, sorriso facile e risata coinvolgente, farà il suo debutto ufficiale da cantante, nella Grande Mela, il 18 febbraio all’Highline Ballroom, 431 West 16th St., e grazie ad un sold out molto scontato, si ripeterà il 19 nella cornice suggestiva e intima de Le Poisson Rouge, 158 Bleeker St. Ad Oggi 7, Jovanotti, ancora ragazzo solo più maturo, convinto che l’amore ci salverà, ha raccontato della sua passione per la città che non dorme mai, del significato della sua presenza all’inaugurazione della Presidenza Obama, delle accuse di antiamericanismo, del suo modo di arrivare al cuore della gente che lo ascolta e del suo nuovo video "Mezzogiorno".

È un fiume in piena quando narra di New York City e si intuisce che se potesse l’abbraccerebbe con le sue lunghissime braccia, aperte come solo lui sa. Scopriamo allora cosa ha da dire su questo nuovo viaggio.

Innanzitutto complimenti per l’ennesimo traguardo importante, questa volta con "Safari" disco dell’anno. (Ride con un tono parecchio modesto e ringrazia più volte Jovanotti ). I due prossimi concerti, quelli del 18 e del 19 febbraio a New York City, rappresenteranno la tua prima esibizione in assoluto negli Stati Uniti. Perché ora?

«Forse perché i tempi sono maturi, quando me lo hanno proposto ho sentito che mi avrebbe fatto molto piacere e anche perché è un modo per festeggiare 20 anni di carriera. E siccome l’ultimo è stato un anno molto bello è un modo per premiarci, io e i musicisti. Poi a New York ci sono tanti amici, tante persone che conosco, tanti americani anche, oltre naturalmente agli italiani che sono il grosso pubblico».

Nel 1999 a New York City hai registrato "Lorenzo 1999, Capo Horn", che tra l’altro conteneva "Raggio di Sole" con cui hai vinto il Festivalbar, e sono stati girati i video di molte tue canzoni, pensiamo a "Dolce far niente", "Una storia d’amore" e una parte di "A te". In che modo ti immergi nella realtà e nello spirito di questa città?

«Io a New York torno molto spesso, sono 20 anni che vengo tutti gli anni. È una città che per me rappresenta tanto, qui vive anche il padrino di mia figlia. Poi come tutti sanno io sono nato con il rap, perché mi sono innamorato della musica attraverso il rap, che è proprio la musica di New York. È una città che ho fatto mia quasi più di qualsiasi altra città in Italia, ho proprio un legame forte, troppo bello».

Quando si parla della tua musica si sente spesso parlare di "world music", di tanti immaginari. Che tipo di immaginario musicale rappresenta per te New York City?

«Per me New York rappresenta l’immaginario musicale più forte, in assoluto. Anche proprio per la sua capacità di rappresentare tutti gli immaginari. Tutta la mia musica, tutta quella che mi ha ispirato a fare questo mestiere è proprio la musica di New York. Con tutta la parte hip hop, dance, con il mondo della musica afro latina, con il jazz, che posso dire è un mio grande amore, il suo immaginario musicale mi appartiene tutto».

Quale pubblico pensi verrà ad ascoltarti il 18 e il 19?

«Io, secondo me, ho un pubblico sempre abbastanza sorprendente, perché è un pubblico trasversale, per tutta la musica che faccio c’è veramente di tutto che mi viene a sentire, sicuramente ci saranno tutti quelli che sono cresciuti con me, ma alla fine non mi aspetto niente, in realtà devo dire che mi aspetto anche di sorprendermi, e preferisco non saperlo perché se lo sapessi forse non ci sarebbe neanche gusto a fare questo mestiere».

Che cosa diresti alle tante giovani generazioni di italiani che per molteplici ragioni hanno lasciato l’Italia e vivono qui ormai?

«Un po’ li invidio e dire che hanno avuto coraggio, ma anche che è giusto così, che oggi ormai il mondo ci appartiene per cui è giusto che un ragazzo chiunque cerchi di realizzare i propri sogni, e siccome probabilmente in Italia è diventato difficile farlo, non puoi che applaudire chi, in qualche modo, prende la propria vita e va a cercare di realizzare il proprio sogno. New York rappresenta un sogno per molti, un’opportunità, un modo di affermarsi, di realizzare qualcosa. Io devo dire che tutti gli italiani che incontro a New York, con i lavori più disparati, è sempre gente molto interessante, molto intraprendente».

Oltre ai due concerti sono previsti altri appuntamenti ufficiali durante la tua permanenza?

«Sì, facciamo un incontro all’Istituto Italiano di Cultura il 19 febbraio e poi ne faremo un altro, il 20, al Dipartimento di Letteratura Italiana alla New York University».

Il 20 gennaio eri a Washington tra gli oltre due milioni di presenti all’inaugurazione della Presidenza Obama. Perché tu, un italiano, eri presente?

«Ero presente perché sono contento per questa cosa, mi sento molto rappresentato, e siccome ero negli Stati Uniti per motivi di lavoro, ho prolungato la mia permanenza e sono andato a Washington. Volevo esserci perché è stato un giorno importante, memorabile, un giorno storico, che ricorderò per tutta la vita e che secondo me gli italiani, gli americani, il mondo intero ricorderanno per sempre, e forse è vero che è l’avvenimento più importante di questo inizio di Millennio. Mi piace partecipare alle feste, essere dove succedono le cose, stare lì, con quel freddo, immerso in quella folla, aspettare per ore quel momento, il discorso, poi anche essere in un bar insieme a tutti gli altri, è stata una cosa molto emozionante insomma. Io sono convinto che dobbiamo cogliere i segni positivi, valorizzarli, sottolinearli con forza e parlarne bene».

Il tuo primo album "Jovanotti for President" (1988) oltre a contenere la canzone "Gimmie five", tormentone da 20 anni, richiama in modo abbastanza esplicito questo Paese. Come guardi agli States dopo 20 anni?

«Esattamente nello stesso modo. Gli Stati Uniti sono stati per me, fin da bambino, un mito, una terra mitologica, la terra delle libertà. Il vero mito moderno è l’America, il nuovo mondo, perché è la terra che ha toccato il nostro immaginario più forte, che poi è quello con cui siamo cresciuti negli anni ’70 e ’80 e per me rimane ancora questa».

La tua canzone "Salvami" (2002), contro gli interventi post 11 Settembre, fu bersaglio di svariate polemiche e sei stato accusato di essere un antiamericano. Che cosa non aveva compreso molta gente?

«Io venivo accusato di antiamericanismo perché dicevo pubblicamente che era assurda la maniera in cui l’America stava reagendo all’11 settembre, e non era antiamericanismo il mio, anche perché negli Stati Uniti c’era un sacco di gente che la pensava come me. Se pensiamo agli anni dell’amministrazione Bush, sono stati di profonda delusione, quello che l’America ha comunicato al mondo con la sua amministrazione ci ha fatto soffrire, e abbiamo sofferto in qualche modo come si soffre per qualcuno che si ama profondamente, per qualcuno in cui crediamo. Per alcuni anni l’identità forte dell’America è stata negata dai fatti, però con l’elezione di Obama si dimostra che il popolo americano è ancora un popolo che decide per il cambiamento e questa è una cosa che mi emoziona anche se non sono americano».

Con le tue canzoni riesci sempre a colpire l’animo di chi ti ascolta. Come ci riesci? È frutto di una semplice virtù o di un duro esercizio?

«Io penso che alla base ci sia un talento naturale, il mio carattere mi porta a quello e non si fa molto senza di questo, però c’è anche un grande lavoro. A me piace ’sto lavoro, mi piace dedicargli il tempo, mi piace ricercare sempre, mi piace non accontentarmi e poi appunto mi piace arrivare al cuore delle persone, per cui ci sono tutte e due le cose. Il talento va sempre aiutato perché il talento da solo si perde».

Poche settimane fa l’uscita del video del singolo "Mezzogiorno", con ben quattro versioni ufficiali differenti dove ognuna ha un protagonista diverso che balla, e già si sente parlare di multivideo, di concetto di regia collettiva, insomma cosa hai in serbo per il prossimo futuro?

«Mi piace sempre sperimentare un po’, gioco, sai questo lavoro non bisogna prenderlo troppo sul serio per cui anche il video per me è un modo per divertirmi, per sperimentare un po’ i linguaggi, per vedere cosa si può fare di nuovo. Volevo un video in cui ballavo, perché non so come mai ma ultimamente mi è venuta una gran voglia di ballare. Secondo me è legato anche un po’ all’età, a uno a quarant’anni gli viene questa voglia forse perché sente di non avere più tanto tempo per farlo per cui si sfoga adesso, e allora ho ballato anche in maniera un po’ stupida, allegra, divertente».

Prevedi una nuova tournée?

«Proprio in questi giorni abbiamo iniziato la preparazione di un nuovo tour».

Grazie Lorè per il risultato dei tuoi tanti viaggi, per la tua onda che viene e che va e che pensa sempre positivo.