SPECIALE/CINEMA/Nel gioco d’azzardo della vita

David Ward

Nel panorama del cinema indipendente Americano (e italo-americano), il film Yonkers Joe di Roberto Celestino è una bella sorpresa, un segno rassicurante della vivacità di un giovane regista ancora all’inizio della sua carriera e del fatto che si possa girare un film intelligente e stimolante con un budget modesto.

Il film, che racconta la storia di un truffatore di piccolo calibro, è in parte una storia autobiografica. Yonkers Joe, infatti, è il padre di Yonkers Bob, il regista Celestino (che abita tuttora a Yonkers). Armato di carte e dadi truccati, Joe (interpretato da Chazz Palminteri, che ha anche prodotto il film) passa la sua vita in bische più o meno squallide e nei piccoli casinò, fotografati squisitamente dal direttore della fotografia Michael Fimognari, un vero talento. È qui che Joe grazie alla sua destrezza e velocità, acquisite dopo molti anni di "tirocinio" e con la complicità della sua squadra di comparse, guadagna il suo pane quotidiano.

Quando vince, truffando, le vincite sono modeste; e quando perde, truffato da qualcuno più truffaldino di lui, anche le perdite sono modeste. Il suo è un mondo senza violenza, dove nessuno muore, c’è solo qualche battibecco verbale, non c’è neanche l’ombra di un’arma o un coltello. Questo è Yonkers Joe, non Ocean’s Eleven (e nemmeno I sopranos). Joe non è un miliardario, e il suo film non racconta la storia della truffa più grande della storia.

La sua vita è modesta, la sua casa non è una penthouse, ma una mono-famigliare assolutamente normale; ha una macchina come quelle che si vedono tutti i giorni nei parcheggi; non sta a Manhattan, ma in un quartiere periferico e poco trendy, Yonkers appunto (sperando che gli abitanti di Yonkers non si offendano).

Joe sta bene, ma non benissimo. Ha anche un figlio adulto, Joe Jr. (Tom Guiry) afflitto dalla sindrome Down, che da anni vive in una scuola speciale dove è stato mandato da suo padre (della madre nessuna traccia). Joe Jr. è a volte simpatico e spiritoso, ma più volte è volgare e pornografico, al punto che la scuola non lo vuole più, obbligando Joe Sr. a portarlo a casa a vivere con lui e la sua compagna Janice (la brava Christine Lahti).

Se il primo filone narrativo del film è la vita professionale di Joe, il secondo filone è la storia della riconciliazione fra i due Joe, assisititi da Janice. Secondo la critica, che in genere non è stata molto tenera con Yonkers Joe, il lato debole del film è la coesistenza di questi due filoni, come se il film fosse composto da due narrative diverse e separate.

Questo, a mio avviso, è un modo riduttivo di vedere il film che ignora quello che più conta. È solo quando Joe Sr. accoglie Joe Jr. nel suo mondo, un benvenuto che gli aveva negato per tutta la vita, che il legame fra i due Joe si salda. Nonostante i due portino lo stesso nome sono sempre come due stranieri fino al momento in cui Joe Jr. entra gradualmente nel mondo del padre in un rapporto che legherà padre e figlio, e che poi li trasformerà. Sarebbe troppo semplicistico assumere un atteggiamento moralistico e condannare Joe Sr.—e con lui tutto il film—per il fatto che lascia partecipare Joe Jr., anche se solo momentaneamente, al suo mondo della micro-criminalità. Il fatto è che Joe Sr., dando a Joe Jr. la possibilità di avvicinarglisi, raggiunge un’intimità con suo figlio che non aveva mai avuto e forse neanche sognato di poter mai possedere. Non rivelo i dettagli del riavvicinamento per non rovinare il film per quelli—spero tanti—che lo vogliono vedere. Ma quello che posso dire è che il film evita facili sentimentalismi. Se uno si limita a leggere una scarna sinopsi del film, si può temere il peggio—potrebbe sembrare un film zuccheroso, pieno di facili conversioni e riconciliazioni quasi fin troppo prevedibili.

Yonkers Joe, anche se non privo di emozioni forti e scene toccanti, non è uno di questi film. Il regista Celestino, laureato alla New School e il Center of Media Arts di Manhattan, è un ammiratore dei film di Vittorio De Sica, e nel rapporto in Yonkers Joe fra padre e figlio si sente senz’altro l’influenza di Ladri di biciclette. Ma uno dei pregi del film di Celestino è che però evita i momenti ultra-sentimentali e moralistici del neorealismo di De Sica. Infatti, la riconciliazione prende una forma diversa da quella che si potrebbe pensare.

Al pubblico di 300 spettatori con cui io ho visto il film in un cine club una domenica mattina di novembre il film è piaciuto, e parecchio. A volte, il parere del pubblico non è quello della critica. Meglio così.

Celestino è un regista che sa raccontare una storia con ritmo, ha un occhio sofisticato, e una sensibilità per i dettagli della vita e dei rapporti umani che promettono bene per il futuro e anche per i suoi film a venire. È sicuramente un regista da tenere d’occhio.