A modo mio

Chi è causa del suo mal...

di Luigi Troiani

Sull’estradizione in Italia del pluriassassino Cesare Battisti, probabilmente non dirà la parola fine neppure la posizione del Tribunale federale supremo (Stf) del Brasile, chiamato ad esprimersi sulle ragioni che Roma gli ha presentato qualche giorno fa. Il caso è politico, e sarà la politica a pronunciarsi per ultima. E già così andrebbe bene, perché è serio il rischio che a far pendere la bilancia brasiliana, siano gli interessi economici evocati da Berlusconi, che ha chiesto, ed ottenuto, di non alzare troppo la voce.

Il caso Battisti è paradigmatico per molte ragioni. Per cominciare, illustra dove possa condurre la superficialità della nostra politica estera. Il presidente Lula è stato in visita ufficiale a Roma neppure tre mesi fa. A riceverlo, in aeroporto, non si sono scomodati né il capo del governo né il capo dello stato, ma una delle cortesi signore che Berlusconi ha elevato al rango di quasi ministro. Uno sgarbo di etichetta non certo sanato dall’esibizione all’ospite dei tre campioni brasiliani del Milan calcio da parte del presidente del Consiglio, notoriamente padrone del Milan (!).

Durante quella visita di stato, fu profuso pieno ottimismo, da parte del governo, sull’amicizia italo-brasiliana e sui progetti comuni economici e sociali. La moneta con cui Brasilia ci sta pagando sul caso Battisti, fa pensare che Lula sia ripartito tutt’altro che soddisfatto dagli incontri romani, e che nell’occasione neppure un cenno sia stato fatto tra le parti alle questioni di estradizione e/o accoglienza verso criminali.

Un’altra considerazione riguarda come il sistema politico romano interpreti i deliberati della giustizia, nostri e altrui. La Baraldini venne in Italia dagli Stati Uniti, sulla base di un patto che il paese ha presto violato, senza misconoscere che un ministro di stato accolse giubilante in aeroporto quella che per la giustizia statunitense restava una terrorista. Siamo stati sostanzialmente conniventi con i lunghi decenni di ospitalità francese ai nostri terroristi, sino al recente rifiuto di Sarkozy di consegnarci la Petrella. E non manca un caso che ha toccato proprio il Brasile, con il diniego italiano ad estradare il banchiere Salvatore Cacciola. Negli esempi citati, politica e giustizia italiani hanno attuato la politica dei fatti giudiziari compiuti. Proprio quello che il Brasile minaccia di fare nei nostri confronti, per l’estradizione di Battisti, là considerato rifugiato politico. Evidente anche che paesi rilevanti come la Francia (è da qui che Battisti è fuggito in Brasile) nostro partner nell’Ue e nella Nato, e il Brasile rampante nuova potenza del sud America, non credono alle rassicurazioni di magistrati e politici sull’amministrazione della giustizia in Italia. Processi lunghi, corruzione, politicizzazione e interferenze continue, fanno dubitare, a torto o a ragione, che i quattro omicidi attribuiti a Battisti possano essere frutto di pregiudizio o errore. Benché inaccettabile, è posizione che si fonda sui nostri ben conosciuti mali giudiziari.

In qualche modo, grazie anche alle pressioni della comunità italiana del Brasile, Lula dovrebbe riuscire a soddisfare le richieste di Roma che, dopo il voto unanime dell’assemblea di Strasburgo di giovedì, risultano appoggiate anche dal Parlamento europeo. E’ questo un voto che recupera, in qualche modo, lo schiaffo della Commissione europea che, sollecitata dal ministro Ronchi, si era dichiarata opportunamente incompetente sull’affaire. Se l’Italia lavorasse con più lealtà alla costruzione di un sistema giudiziario europeo, si eviterebbe nuovi casi Battisti. Dovrebbe, ovviamente, mettere mano a un faticoso lavoro di ramazza in casa propria, cosa cui non risulta ancora pronta.