ANALISI/UN GIGANTE DELL’AUTO ITALOAMERICANO/Fiat in Usa: “Fix it again, Tim”

di Marcello Cristo

Se tutto va bene, vedremo presto la Fiat 500 sfrecciare sui boulevard di Los Angeles. Se tutto va male, vedremo invece le enormi Jeep Cherokee Laredo intasare le stradine di Positano".

Questo è il primo commento a freddo che mi sono sentito di offrire ad un gruppo di amici sulla recente notizia di una possibile acquisizione della Chrysler da parte della Fiat.

Qualche giorno fa la casa torinese ha annunciato il rilevamento del 35% (che potrebbe in futuro diventare una maggioranza del 55%...) della quota azionaria della Chrysler, l’azienda, tra le tre "grandi" case automobilistiche americane, che si trova nella situazione finanziaria più critica.

Come è noto, nel loro recente pellegrinaggio a Washington, i "tre magi di Detroit", i consiglieri delegati delle tre aziende, non hanno portato doni ma ne hanno richiesti. Il capo della Chrysler, l’italo-americano Robert Nardelli, se ne è tornato a casa con 4 miliardi di dollari in fondi pubblici.

Non male. Ora però, Nardelli deve presentare al Congresso entro il 17 febbraio, un piano di ristrutturazione industriale che mostri come intende investire i soldi ricevuti anche perché l’azienda, a quanto pare, ha in programma di richiedere uno stanziamento aggiuntivo di 3 miliardi di dollari.

Per la Chrysler la prospettiva di un’intesa con la Fiat non poteva giungere ad un momento più appropriato poiché costituisce in primo in primo luogo, un gesto concreto per mostrare al Congresso la sua disponibilità a cambiare strategia produttiva. Tra le tre "grandi" infatti, la casa di Auburn Hill è quella più sbilanciata verso un’offerta basata per lo più su SUV, pick-up trucks e su tutti quei veicoli pesanti che hanno perso gran parte della loro attrattiva di mercato.

Nello stesso tempo, l’accordo con la Fiat, che non prevede infusioni di capitale italiano, ha suscitato anche una certa perplessità a Washington, dove in molti si chiedono se gli aiuti federali alla Chrysler si traducano in un sostegno ad un’azienda straniera.

Come se non ci fossero abbastanza problemi economici con cui fare i conti infatti, alcuni deputati hanno pensato bene di tirar fuori la carta del "patriottismo economico" e quelle prevedibili tendenze neo-protezioniste che riappaiono puntuali ad ogni recessione.

L’obiezione è comica quando si pensa che il 25% dei componenti auto assemblati in America viene prodotto all’estero; un altro 25% di quello prodotto negli Stati Uniti è di proprietà straniera e che per salvare i posti di lavoro alla Chrysler (e i voti che essi rappresentano…) un accordo di fusione rimane la prospettiva più realistica.

Nel frattempo, sull’altra sponda dell’Atlantico, l’audace sortita del consigliere delegato della Fiat, Sergio Marchionne, è stata vista con favore da molti analisti. Marchionne, che è riuscito a restituire alla Fiat una posizione di prestigio nel mercato europeo puntando su un "ritorno alle origini" e sulla rivalutazione qualitativa del prodotto, ha dichiarato in una serie di interviste rilasciate al "New York Times" e al "Wall Street Journal", che "questo accordo con la Chrysler è un biglietto della lotteria" che potrebbe rivelarsi vincente o valere assolutamente nulla, a seconda se l’azienda americana riuscirà a riprendersi dalla grave crisi in cui versa.

In realtà la fusione sembra costituire un caso esemplare di ciò che in economia si chiama "Legge del Vantaggio Comparativo" che consiste in un accordo di collaborazione che offre a due produttori un vantaggio strategico per entrambi.

Per la Fiat, questo vantaggio è costituito dalla possibilità di tornare sul mercato americano, l’unico nel quale la casa torinese è assente dal 1983 e che rappresenta anche la sua opportunità più concreta di espansione.

Per la Chrysler, la joint venture costituisce, nel medio termine, la possibilità di adattare ai suoi modelli la piattaforma tecnologica della Fiat, specializzata nella produzione di auto piccole mantenendo così le promesse fatte a Washington di diminuire i consumi e le emissioni dei i suoi veicoli. Ma già nell’immediato, la Chrysler potrebbe appoggiarsi alla solida presenza produttiva e distributiva che la Fiat mantiene in altri mercati, come quello sudamericano, per piazzare alcune delle sue vetture più pesanti, come i pick-up truck.

Nel frattempo, riuscirà la Chrysler a sopravvivere quando, realisticamente, occorreranno almeno due anni per adattare le tecnologie Fiat ai suoi modelli?

Gli scettici abbondano anche in Congresso, dove Bob Crocker, repubblicano del Tennessee, ha dichiarato apertamente di "avere seri dubbi sulla capacità della casa automobilistica americana di reggersi sulle proprie gambe".

Lo scetticismo è legittimo ma, paradossalmente, proprio questi dubbi potrebbero trasformarsi in un’opportunità per la Chrysler.

La traballante situazione finanziaria dell’azienda infatti, rende la fusione con la Fiat una necessità urgente ma, dal momento che i tempi tecnici sono quelli che sono, proprio questo ritardo potrebbe spingere il governo a sborsare quei 3 miliardi di dollari in aiuti aggiuntivi per favorire la riorganizzazione dell’azienda e tenerla a galla fino a quando l’adattamento dei suoi modelli alle tecnologie italiane sia compiuto.

Le possibilità di successo sembrano realistiche anche considerando che la dirigenza dell’azienda sta facendo notevoli progressi nelle sue trattative con il sindacato.

Il conflitto di classe va bene in periodi di relativa prosperità ma con lo spettro del fallimento dell’azienda, la United Auto Workers, si rende perfettamente conto del pericolo e dell’opportunità di trovare un compromesso con la dirigenza. E infatti il presidente dell’U.A.W. Ron Gettlefinger, ha dato la sua piena disponibilità a trattare con i vertici della Chrysler e della General Motors per rendere i costi di produzione dei due giganti piu concorrenziali rispetto a quelli delle rivali Toyota e Honda.

Se dunque dal punto di vista economico questa partnership italo-americana sembrerebbe vantaggiosa per entrambe le parti, resta, sul versante americano, una forte perplessità etica e filosofica che ormai è un tema dominante di questa congiuntura economica.

La Chrysler infatti ha già ottenuto 4 miliardi di dollari in fondi pubblici, potrebbe riceverne altri 3 e Robert Nardelli ha dichiarato che "…la joint-venture con la Fiat costituirebbe anche un ritorno d’investimento per il contribuente americano perché assicura la sopravvivenza a lungo termine della casa di Auburn Hill, un rinnovato sviluppo tecnologico e produttivo e la conseguente tutela dei livelli di occupazione".

La parola chiave in questa dichiarazione è "assicura". Ma chi è che ce lo assicura di preciso? Nessuno…

Se dovesse andare tutto bene, le ottimistiche previsioni di Nardelli potrebbero rivelarsi fondate e il nostro investimento pubblico di 7 miliardi giustificato.

E se le cose dovessero andar male? Ci ritroveremmo con un altro pezzo di quella incomparabile eredità bushiana: un capitalismo "sfrenato", basato sulla privatizzazione dei profitti e sulla nazionalizzazione delle perdite i cui effetti lasciano il nuovo segretario del Tesoro Tim Geithner sveglio la notte.

L’unico incitamento che ci sentiamo di dargli è: "Fix It Again, Tim!.."