CLASSICA/Muti e la NY Philharmonic, ovvero quando il concerto è incanto

Di Alessandro Cassin

Se non basta mettere musicisti eccezionali su un palco per creare un grande concerto, ogni tanto, come per incanto, la collaborazione tra personalità artistiche forti dà risultati ben al di là della somma dei talenti individuali. Questa è stata la situazione fortunata quando, la scorsa settimana, sul palco della "tutto esaurito" Avery Fisher Hall, si sono trovati insieme il basso-baritono Thomas Quasthoff, Riccardo Muti e la New York Philharmonic. Entità note, che combinate alla giusta temperatura emotiva sono state capaci di creare un "composto" da brividi. E tra il pubblico, in piedi per l’ovazione finale, diventava palpabile quell’elemento misterioso che rende un concerto un evento memorabile.

Sono noti i progressi espressivi e interpretativi della New York Philharmonic che dopo la storica tournée in Corea del Nord si appresta a fare ancora da ambasciatrice culturale per gli Usa con una serie di concerti in Vietnam. Negli anni Riccardo Muti ha diretto spesso (in qualità di "guest conductor") e con risultati sempre interessanti la NY Philharmonic. Conosce bene questa orchestra come l’orchestra conosce lui e chissà che non sia meglio per entrambi continuare un rapporto da "fidanzati". Quel che è certo è che quando nel 2000 fu offerto al maestro un incarico fisso con la Philharmonic, preferì declinare.

La parabola ascendente di Thomas Quasthoff sembra inarrestabile. Il cantante tedesco, classe 1959, il cui corpo porta la devastazione di farmaci pre-parto ingeriti dalla madre (Talidomide) dimostra di voler allargare ulteriormente la gamma espressiva della sua voce poderosa. Spesso indicato come l’erede di Dietrich Fischer Dieskau, Quasthoff è determinato ad andare oltre il repertorio di lieder e oratori che lo ha reso celebre, e affrontare arie d’opera. Nel suo nuovo Cd affronta le "arie italiane" dalle opere di Haydn e il programma del concerto di New York è stato centrato su questo nuovo interesse.

In apertura l’orchestra si è esibita nella relativamente poco nota 89ma sinfonia di Haydn. Sotto la guida scrupolosa di Muti, la Philharmonic ha deliziato con scelte di tempi, precisione nella dinamica e ricchezza timbrica, in una sorta di introduzione all’universo musicale del compositore austriaco, fatto di lievità, eleganza e pura gioia. Una menzione particolare al primo flauto, Robert Langevin e al primo oboe, Liang Wang, il cui talento individuale è messo alla prova dalla partitura. Quindi il piatto forte: Quasthoff alle prese con le arie "Se dal suo braccio oppresso" e "Teco lo guida" dall’«Armida», e "Il pensier sta negli oggetti" e "Chi spira non spera" dall’«Orfeo ed Euridice». Dalle prime note, la sua voce fluttuante e il magnifico istinto drammatico vincono la resistenza di chi sottovaluta la produzione operistica di Haydn. Pur senza scene e costumi, la musica racconta, seduce e commuove. E il cantante, la cui voce non ha la sonorità che solitamente associamo al basso d’opera, compensa con la bellezza del timbro, la naturalezza nel fraseggio e la capacità linguistico-interpretativa di dare l’esatto valore drammatico a ogni parola, anche in italiano.

Dopo l’intervallo ha chiuso il programma, la "Serenata No. 1 Opus 11" di Brahms in un’esecuzione capace di esaltare le rispettive doti di Muti e della NY Philharmonic. Il maestro, i cui gesti con la mano sinistra parevano letteralmente "scolpire il suono", ha saputo bilanciare potenza sonora e raffinatezza, opulenza e semplicità in una performance impreziosita dalle parti soliste del corno di Philip Mayers. Esecuzioni come questa ribadiscono il sospetto espresso da Muti che la natura profonda della musica non sia che il riflesso, in senso platonico, di un valore assoluto.