SPETTACOLO/Il lavoro? Me lo invento

Di Mary Palumbo

ll 2009 sarà un anno di crisi. Lo leggiamo dai giornali, lo ascoltiamo al telegiornale, lo vediamo nella vita di tutti i giorni. Il lavoro diminuisce e aumentano i precari, le tasche si svuotano e i sorrisi si fanno più sommessi. Ma se da questo scenario pessimistico la società trovasse la forza di riscattarsi coltivando i propri sogni? E’ questo l’interrogativo a cui ha cercato di rispondere il regista Luca Monti, autore della commedia "seria": "Io parto… e poi… un lavoro me lo invento!", che ha debuttato con successo al Teatro de’ Servi di Roma (nelle foto).

Quattro vite, uno spettacolo. Roma. Damiano (Josafat Vagni), deejay dalla vita frenetica, si trascina due matrimoni falliti e due figli a carico. Rebecca (Livia Taruffi), aspirante giornalista che, dopo una lunga trafila di esperienze tra radio e tv, ha visto sparire la sua testata e recimola qualche soldo lavorando come capo-hostess nell’attesa di trovare di meglio. Lorenzo (Christian Marazziti), grafico promettente, che passa da un lavoro precario all'altro per mantenere un alto tenore di vita e sfogare la sua smania mondana e sessuale. Mila (Alessandra Natilli), sempre al lavoro, con il pallino de "il cliente prima di tutto", ormai stufa di lanciarsi in nuove imprese, non riesce a trovare né una stabilità economica e né tantomeno quella affettiva.

Storie parallele che si incastrano sul palcoscenico romano. I quattro ragazzi smontano e rimontano le loro vite, così come succede alla scenografia. Essenziale e allo stesso tempo versatile: cubi bianchi e neri, che rappresentano via via ambientazioni ed oggetti diversi e che stimolano la fantasia e l'attenzione dello spettatore. Il testo è un abilissimo incastro di dialoghi vivaci, dai ritmi perfetti, nel quale spiccano i due personaggi jolly (Alessandro Prete e Cristina Vaccaro - alias Samuele e Chiara) che rivestono, ognuno a turno, ben diciotto ruoli differenti.

I quattro, arrivati al limite delle loro forze, decidono di lasciar perdere tutto e "prendo, parto e un lavoro me lo invento". Fanno le valige cercando una via di fuga nel tentativo di evadere dal disincanto esistenziale. Si incontreranno per caso in una masseria del Salento e grazie ad una giovane coppia del posto, Chiara e Samuele, si riaccostano alla vita semplice. Damiano si improvvisa pescatore, Rebecca collabora con un'azienda vinicola, Lorenzo soddisfa i vizi notturni della gente in vacanza e Mila fa la cameriera. A contatto con la natura, i quattro ragazzi, ritrovano la loro dimensione, riprendono a fare progetti, decidendo di unire le loro forze per realizzare un sogno comune: la "Terra Rossa". Il loro locale, dove ognuno avrà modo di esprime il proprio talento.

Happy End? Come spesso accade nella vita, però, quando tutto sembra andare per il verso giusto, inesorabili, le vecchie problematiche si ripropongono. Tutti insieme, allora, dovranno trovare una soluzione per ritrovarsi, restare se stessi e non farsi, ancora una volta, risucchiare dal diabolico meccanismo della fretta, dello stress, della routine che fa perdere di vista il gusto della vita e la vera essenza delle cose. Un finale aperto e una morale. Non esiste più un’àncora sicura a cui aggrapparsi, ma bisogna imparare a vivere la vita come l’eterno inizio di un nuovo viaggio.

Un posto nel mondo. Quattro storie fuori dal palco. Cosa ci spinge a cercare altrove la pace che abbiamo perso nella vita di tutti i giorni? La precarità del lavoro è anche la causa della precarità dei sentimenti? Rimango in Italia o me ne vado? Piccoli, grandi problemi della vita quotidiana con cui si trovano a dover fare i conti molti giovani d’oggi.

Quelli che ce l’hanno fatta, in Italia. Veronica, 33 anni, sposata, libera professionista: "Non esiste più il mito di due cuori e una capanna. Ormai quando non c’è un lavoro non è possibile nemmeno progettare una vita insieme". L’immagine della donna in questo spettacolo è vincente "ormai siamo completamente indipendenti e se le cose non ci stanno bene, siamo noi le prime a fare le valige e andar via. La nostra stabilità economica ormai non è dettata più dal marito che ‘porta il pane’ a casa". Alessandro, 34 anni, dirige un’agenzia di viaggi: "Il problema è che siamo figli di genitori con il posto fisso, ma siamo in una società che non vive più di quello". Veronica continua: "Bisogna semplicemente rischiare, ma non è da tutti e non è semplice" - Veronica parla per esperienza personale. "Sono romana ma ho deciso di andare a vivere da sola appena ho trovato il primo lavoro: pagavo il mio primo monolocale 550 euro e ne guadagnavo appena 800. E’ stata dura, ma questa esperienza mi ha fatto crescere. Dopo 5 anni di convivenza e un’attività mia, ho deciso di nuovo di rischiare e cambiare tutto. Lasciare la mia vecchia vita, cambiare lavoro e innamorarmi di nuovo. Non è solo realizzare un sogno, ma è seguire un disegno che tu vedi per te".

E Alessandro, single, vive da solo: "Bisogna guarire dalla malattia tipicamente italiana dei trentenni che vivono ancora sotto il tetto con i genitori. Alla fine è una questione di comodità". "E’ vero che a volte la voglia di andarsene c’è, ma senza un lavoro è più difficile. Credo che si debba rischiare e fare qualche rinuncia. Rinunciare ad andare a cena una volta in più, al viaggio con gli amici, alle spese superflue, ma provare a rimboccarsi le maniche e fare le cose da soli". "E bisogna smettere di evitare di fare alcuni lavori solo perché la paga è bassa o non è proprio quello che ci aspettavamo: cominciare ad accontentarsi".

L’approccio di un giovane neolaureato alle prese con il primo lavoro. Fabio, 25 anni, brillante studente in legge ora praticante presso uno studio legale: "L’approccio al lavoro dei giovani neolaureati in Italia è ritardato e ostacolato dalla situazione attuale. Dinamiche poco cristalline nel settore pubblico ti costringono a puntare il tutto per tutto su quello privato, ma prima di sfondare in un’azienda devi avere un curriculum che ti ‘costa’ cifre da capogiro". Perché?, gli chiedo. "E’ un circolo vizioso: dopo una laurea quinquennale in cui hai investito tempo e denaro, se non fai quel master per questa o quella università di prestigio, non sei che un numero. Uno come tanti altri".

Fabio è rientrato da un anno da un’esperienza di studio negli States, presso la SUNY e sottolinea la diversità che esiste tra le due culture: "Seppure l’America sia per certi versi una realtà contraddittoria, credo che il sistema meritocratico funzioni molto meglio lì. Noi, forti dal punto di vista teorico-nozionistico, ci perdiamo completamente nella pratica". E l’Italia? "E’ il paese dei titoli, a prescindere dalle capacità. Consegui titoli solo per rivenderteli in un mercato interno. Ti servono per farti notare, ci investi un patrimonio e non ne guadagni in capacità. Titoli per assicurarti conoscenze, quando servirebbe insegnamento diretto sul campo e non sul banco". E forse il vero problema è proprio il banco. "Siamo in un paese in cui non si insegna più, non c’è più passaggio di conoscenze: il giovane laureato rischia di perdere gli stimoli ed è per questo che decide di andarsene quando non vede premiato l’impegno profuso". "Basta guardare alla classe politica, ferma e ingessata che ricicla gli stessi soggetti di anno in anno, incatenati alla poltrona fino agli 80 anni, mentre l’America ha appena festeggiato un giovane presidente. Qui da noi si rischia di andare avanti senza più sogni. Solo per entrare in un circuito bisogna avere una gran dose di fortuna e conoscere le persone giuste". "Se tentassi nuovamente un bando per ritornare negli States e fossi escluso, lo capirei. Ma qui in Italia, se non passo questo o quel concorso, penso che dietro possa esserci qualcosa di losco".