PRIMO PIANO/EVENTI/Giustizia nella memoria

Di Michelina Zambella

Come preannunciato, la settimana appena trascorsa è stata un ciclone ricco di eventi per le istituzioni italiane a New York che hanno onorato il Giorno della Memoria, una ricorrenza istituita nel 2000 dal Parlamento italiano, per commemorare le vittime del nazifascismo, dell’Olocausto e per tutti coloro che hanno rischiato la propria vita per proteggere i perseguitati. Tema delicato in tempi tutt’altro che facili. La recente ed ennesima guerra tra israeliani e palestinesi , a cui va ad aggiungersi la recente polemica tra Stato Pontificio e Rabbinato d’Israele, per la revoca della scomunica nei confronti del vescovo lefevbriano negazionista Richard Williamson, arrivata proprio alla vigilia della giornata mondiale della Memoria.

Con "Tracce di Memoria" è iniziato lunedi all’Istituto di Cultura Italiano di New York, dove è stato proiettato il documentario di Regina Resnik, The Historic Ghetto of Venice, seguito dalla lettura, martedi mattina fuori dal consolato italiano a Park Avenue, dei nomi degli ebrei italiani deportati dai nazisti. Giornata fredda e grigia, quasi ad esprimere il compianto per le vittime, i cui cognomi si ripetevano, innumerevoli volte, ricordando lo sterminio di intere famiglie.

Calda l’atmosfera al Centro Primo Levi di New York dove, martedi sera, Natalia Indrimi e Stella Levi hanno accolto tantissimi ospiti in vista della proiezione del documentario di Daniel Toaff, Quella Pagina Strappata (RAI 1988), seguita dalla discussione sulle leggi razziali e sull’esilio condotta dal giornalista Andrea Fiano con il rabbino Jack Bemporad.

Se il lavoro di Regina Resnik risultava abbastanza datato, quanto ai contenuti di un’Italia smemorata, altrettanto lo era il documentario del 1988 che proiettava un’immagine dell’Italia ignara dell’Olocausto e delle leggi razziali. Il nostro Paese dal 2000 ha istituzionalmente voluto ricordare, proprio per non ricadere negli errori/orrori del passato, sensibilizzando anche gli istituti scolastici ad affrontare il tema dell’Olocausto, con la dovuta attenzione e rispetto. A dimostrarlo il coinvolgimento e supporto da parte di tutte le istituzioni italiane qui a New York, nonchè l’onnipresenza dell’instancabile Console generale, Francesco Maria Talò, e anche di tanti giovani italiani residenti a New York educati alla tolleranza, al rispetto e alla conoscenza della storia e di tutte le verità, finora omesse o dimenticate.

Nonostante lo sconcerto per "l’andamento ambiguo della Chiesa Cattolica e del suo nuovo Papa", il rabbino Bemporad ha precisato: «Abbiamo bisogno di un massiccio programma di educazione e di comunicazione, evitando di disperdere le risorse solo tra la comunità ebraica. Bisogna invece rivolgersi innanzittutto ai non ebrei, affinchè il giorno della memoria diventi una questione generale, prima ancora che esclusivamente ebraica». Ammesso il disaccordo teologico, il rabbino però ammonisce: «Abbiamo bisogno di cambiare il nostro atteggiamento (riferendosi agli ebrei in sala); bisogna dar vita ad un dialogo umano, da persona a persona, fino ad arrivare alla comprensione reciproca». Paroli forti, onde evitare, come Andrea Fiano suggeriva, di essere additati come "poverini". Secondo Bemporad, la democrazia e lo stato di diritto sono entità fragilissime in cui gli ebrei hanno avuto la peggio, per il pregiudizio storico che si portavano dietro. Ma si tratta di una fragilità dell’intera società.

Onorare la memoria della Shoà, dentro e fuori la comunità ebraica, così da creare dei record mnemonici degli orrori che possono essere perpetuati quando il mondo civile tace e il sistema democratico cessa di funzionare. Compito della memoria, dunque, aiutare le generazioni future a ricordare per poter aprirsi al dialogo, all’ascolto, all’amore e al perdono affinchè tutti i popoli possano raggiungere dignitosamente fraternità e pace nella verità.

 

Memoria e Giustizia, Antisemitismo in patria e all’estero

«Auspico che la memoria della Shoà induca l’umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell’uomo. La sua memoria sia per tutti monito contro l’oblio, il negazionismo e riduzionismo perchè la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti». Queste le parole con cui il Santo Pontefice ha inaugurato la giornata del 28 gennaio.

Se la proiezione del documentario dell’88 testimoniava un’Italia smemorata e/o ignorante, il film di Germano Maccioni, Lo Stato di Eccezione (2007), proiettato alla Casa Italiana Zerrilli Marimò dela New York University mercoledi sera, lo si può considerare il capolavoro artistico di un giovane italiano che, in quanto espressione della "nuova generazione di italiani che ricordano", ha colmato quella pagina di storia strappata.

«Il film di Maccioni rappresenta la risposta straordinariamente onesta all’invito fatto dal rabbino la sera precedente» - ha affermato Natalia Indrimi. Fondamentale riportare il commento emozionato ed entusiasmato di Stella Levi: «Nel film, costruito attorno alla nozione di Stato di Eccezione non si parla di ebrei né di Shoah, né si entra in tortuosi e delicati paragoni.

Non si vede un cadavere eppure la minaccia della morte è sempre presente anche e sopratutto nell’aula della corte, un ex-cinema dove si raffrontavano la giustizia, nella persona del Giudice e dei legali, e l’accusa, nella testimonianza dei giovanissimi sopravissuti della strage di Monte Sole, un piccolo paese rurale in Emilia-Romagna. Maccione si è servito di alcune foto delle famiglie trucidate, dei soli muri, sostegni di casolari di 60 anni prima quando le famiglie contadine si sedevano a tavola per il pranzo mentre i bambini uscivano fuori a giocare con il pallone. E soprattutto si è servito delle testimonianze: visi toccati dal dolore, che finalmente hanno potuto dar voce a quella sofferenza e al vuoto lasciato dalle persone venute a mancare. Un film che, tracciando una connessione lineare con i temi dei giorni precedenti, lancia un messaggio positivo per il future: il vuoto di diritto può colpire chiunque, provocando una minaccia universale, dai risultati nefasti, addoloranti, agghiaccianti. L’Arte trionfa: l’arte di Germano Maccioni che ha voluto e saputo portare sullo schermo un film che con la sua narrativa di gente semplice e eloquente è una testimonianza indelebile della ferocia inumana del Nazi-Fascismo».

Un lavoro non facile per un giovane italiano che, attraverso il cinema, dimostra come l’Italia dei giovani di oggi sia pronta a riconoscere gli errori di un passato che hanno ereditato e di cui non hanno colpe. Maccioni è magicamente riuscito nella ricerca della verità, fonte di vita del giorno della memoria.

Ma come la questione ebraica è stata affrontata in America? A spiegarcelo Ira Katnelson, Professore di Scienze Politiche della Columbia University che, giovedi 29 gennaio, ha partecipato all’evento organizzato dall’Italian Academy della Columbia University, intitolato "Antisemitismo a casa e all’estero". "Alternativa liberale: gli ebrei negli Stati Uniti durante gli anni del fascismo italiano" è il titolo dell’interessante lettura che il professore ha ricavato da riviste e giornali americani pubblicati sin dal primo dopoguerra.

Gli Stati Uniti, dalle citazioni del professore, apparivano come la terra del pluralismo di fedi, scappatoia di tantissimi ebrei, soprattutto russi, che qui si rifugiarono a partire dalla fine degli anni ’30, formando grosse comunità in città chiavi per l’industria americana quali Chigago, New York, Detroit e Philadelphia. La vita degli ebrei d’America sembrava esser tutt’altro che facile: l’antisetimitismo era debole ma l’atteggiamento dell’americano verso l’ebreo era "indifferente, differente e ostile".

Nonostante numerosi dibattici e scontri politici, gli americani presero ad ignorare la tragedia dello sterminio ebreo che i nazi-fascisti stavano perpetuando in Europa, e solo con Truman, nonostante l’opposizione del Dipartimento di Stato, preoccupato principalmente delle relazioni con l’Unione Sovietica, la questione ebraica fu posta al centro dell’agenda di politica estera americana, nonostante il successivo allontanamento. «Sugli ebrei pesavano accuse di crimini impensabili, tra cui quello di aver approfittato delle opportunità economiche offerte dall’America». La loro cultura, il loro atteggiamento forte e fiero, li ha indotti a cercare posizioni nelle banche e nell’industria, ma solo a partire dagli anni ‘70 gli ebrei hanno cominciato ad occupare posizioni di rilievo nella società americana. La religione ebraica rappresentava inevitabilmente "la legge di vita", i cui precetti di tolleranza e rispetto reciproco richiedevano applicazione quotidiana. Ma in America gli ebrei hanno avuto una possibilità, dettata dall’alternativa liberale della democrazia americana: l’assimilazione e la questione dell’adattamento divennero le chiavi essenziali del nazionalismo ebraico moderno.

«Gli ideali americani del XX secolo erano stati, per più di 20 anni, gli ideali ebraici per cui gli ebrei emigrati si sentivano in America come se a casa», ha chiarito Katnelson.

Nell’America-protettrice armoniosa delle nazionalità, la sola minaccia all’ebraismo veniva dunque dall’interno, ovvero dalla cultura di assimilazione che quella democrazia liberale proponeva. «Dovremmo pensare al liberalismo e alla tolleranza, più che alle esperienze negative dell’Olocausto. La storia dell’ebraismo in America dovrebbe essere scritta non solo in maniera comparativa e retrospettiva, ma soprattutto in prospettiva», ha concluso il professore tra gli applausi di una sala piena di ospiti, tra cui Natalia Indrimi, Stella Levi e il Console Francesco Maria Talò, pronti a concludere la settimana di incontri con l’ultimo degli appuntamenti, svoltosi venerdi 30 gennaio al John D. Calandra Italian American Institute/CUNY, con un evento intitolato "Between Italy and America. Memories and Memoirs".