PUNTO DI VISTA/L'aria del crack

Di Toni De Santoli

L'aria è quella del coprifuoco. Dello stato d’assedio. Dopo le otto o le nove di sera nel centro di Roma non circola un’anima. Il Pantheon, Piazza di Pietra, Piazza del Popolo, Piazza Barberini, Piazza di Spagna, Via Quattro Fontane riacquistano così un po’ della solitudine necessaria alla loro inconfondibile bellezza. Ma questa non è un’atmosfera dovuta a usi e costumi scelti dalla popolazione in tutta libertà, con spontaneità, consuetudini formatesi attraverso le varie generazioni. Se così fosse, lo si avvertirebbe. Il clima che si respira in una città, in una nazione, è sempre eloquente nel suo naturale, inevitabile silenzio. C’è un’aria che, a prescindere dalle persone che percorrono una via o attraversano una piazza, ha un "linguaggio" allegro che induce quindi alla letizia. Ce n’è un’altra, viceversa, il cui timbro invisibile è il timbro della rinuncia, dell’ansia, della paura nelle quali sono costretti tanti, troppi, esseri umani. Tanti, troppi, italiani. Questa è l’aria che oggigiorno si diffonde in quasi tutta Roma, anche in luoghi chic tipo Piazza Vescovio, Piazza Euclide, Piazza dei Giochi Delfici. Questo è il clima del crack che interessa mezzo mondo, che a Roma tuttavia si riscontrava nella seconda metà degli Anni Novanta, ma che adesso si stringe intorno a noi come una morsa sempre più violenta, implacabile.

Dice un giovane avvocato con tanto di studio in Piazza di Pietra, di fronte allo spettacoloso colonnato romano che quasi incute soggezione: "Il presente ci consiglia di agire con la massima prudenza, ma anch’essa potrebbe non bastare… Non so dove andremo a finire". Di pari passo, il proprietario di un vecchissimo ristorante nel cuore di Campo Marzio, a due passi dal Pantheon, scuote la testa in un gesto di scoraggiamento. "Domenica sera (domenica 25 gennaio, n.d.r.) non abbiamo fatto che sei coperti…", sussurra con sguardo malinconico. Negli Anni Ottanta la sera c’era la fila davanti al suo locale…

Il sabato pomeriggio c’è tuttavia folla nel centro di Roma. Ma è una folla senza meta… E’ gente che guarda i negozi (semivuoti) dentro i quali non può entrare poiché, oggi, il solo acquisto di una abat-jour o di una giacca di buon taglio rappresenta un’impresa proibitiva. Spendere anche soli venti o trenta euro? Uno ci pensa due volte. E’ obbligato a pensarci due volte. Chi ha due o tre figli al di sotto dei vent’anni di età e la moglie che non lavora o che, se lavora, non riceve aumenti salariali da dieci o dodici anni, si mette le mani fra i capelli. Magari anche lui non ottiene "scatti" dal 1995… E’ un disperato alla ricerca di un secondo lavoro che, forse, mai troverà. Gli resta una sola ricchezza: la dignità. Ma riuscirà a conservarla…?

Eccome se il clima è cupo, lugubre. I romani (e gli italiani) tutto questo non se lo aspettavano. Per anni e anni erano stati incoraggiati - aizzati, addirittura - a spendere e spandere, a procurarsi perfino il superfluo: a vivere come i ricchi, come "i signori". Anzi, giorni fa il presidente del Consiglio Berlusconi ha invitato gli italiani a consumare, consumare ancora, a sborsare insomma soldi che invece gli italiani più non hanno. Una cittadinanza, un popolo ai quali viene per troppo tempo procurata una colossale sbornia, nei momenti delle ristrettezze, se non dell’incombente indigenza, non possono non abbattersi, avvilirsi. Perdere il sorriso. Perdere la fiducia nel domani e perfino in se stessi. Accorgersi ora di non aver mai avuto maestri veri, ma solo imbonitori, propagandisti, reclamizzatori: di destra come di sinistra.

C’era tanta più allegria nelle mescite italiane del ’46, fra montagne di macerie, di quanta ve ne sia adesso nelle tavole calde dell’Esquilino o di Via Cavour a Roma. Parola di qualunquista.