A modo mio

Europa c(i)eca

Di Luigi Troiani

Visto da Bruxelles, il momento dell’Europa comunitaria merita qualche rimbrotto. Ennio Flaiano avrebbe detto: "la situazione è grave ma non seria". Di grave c’è l’assenza di leadership, la crisi istituzionale che si trascina da anni, la recessione economica e l’indisciplina finanziaria dei governi, le sacche di arretratezza e criminalità economica di paesi come Bulgaria Romania Grecia Italia, il crollo delle economie in Irlanda Spagna e Gran Bretagna. Di poco serio ci sono le diatribe tra stati membri sulla divisione dei poteri nell’Unione, la scarsa trasparenza delle istituzioni, gli stipendi eccessivi di funzionari e dirigenti, la percepita invadenza della Commissione. Alle cose poco serie, nelle ultime settimane si è aggiunta l’interpretazione che la Repubblica Ceca ha offerto sinora della presidenza semestrale del Consiglio europeo, partita il 1 gennaio.

Al fondo dei comportamenti praghesi, un misto di presunzione incompetenza e arroganza, c’è l’incapacità dei paesi di recente adesione, per lo più provenienti dalle esperienze di dominanza sovietica ai tempi del sistema bipolare, di uniformarsi all’acquis comunitario, che è anche stile cortese di club, non solo freddo catalogo normativo di diritti e doveri. Un’incapacità che tenta inconsapevolmente detti paesi a non distinguere tra la passata camicia di forza del blocco socialista e la libera adesione ai vincoli delle democrazie europee, scatenando atteggiamenti inaccettabili.

Nei primi giorni di responsabilità istituzionale, il presidente della Repubblica ceca, l’antieuropeista Klaus, risponde piccato al presidente Sarkozy, lamentatosi per l’assenza della bandiera Ue sul Castello, che il trattato Ue non la impone. Israele invade la striscia di Gaza: la diplomazia di Praga emette un comunicato fervidamente appiattito su Tsahal, mentre le autorità competenti della Commissione puntano all’equidistanza. Clamore suscita la decisione del governo ceco di esporre sull’ingresso interno del palazzone del Consiglio, a Bruxelles, un’invadente istallazione, formata da grandi vignette plastiche per ciascuno dei 27 paesi membri. L’Italia è un verde campo di calcio percorso da pallonari e (forse) erotomani. La Romania è sovrastata dal suo nume tutelare, Dracula. La Francia è coperta dal drappo "Grève" (sciopero), la Grecia brucia in fiamme, la Germania è tutta autostrade e automobili. Due le provocazioni più evidenti: la Gran Bretagna che neppure compare, la Bulgaria che è tutta un cesso (!) o come voi chiamereste quegli affari di ceramica bianca con un buco al centro e due posascarpe, nei quali siamo talvolta incappati attribuendone la presenza all’influenza ottomana sulle nostre abitudini di igiene intima. Insomma, la sagra dei pregiudizi provinciali formato Europa. L’umorismo e la pazienza, si sa, sono merce controversa: così Sofia protesta ufficialmente e il presidente ceco del Consiglio europeo procede alla censura con drappo nero della pietra, pardon… ceramica, dello scandalo. Pare che Praga voglia procedere in giudizio contro l’artista cui aveva commissionato l’opera.

E’ auspicabile che la presidenza ceca corregga il tiro, guardando alle vicine scadenze istituzionali: elezioni del Parlamento europeo, rinnovo della Commissione, chiusura del processo di ratifica del trattato sulla costituzione. Peraltro, Praga, con inconsueto senso di tempestività politica e di responsabilità istituzionale, invece di procedere al voto sul trattato nel corso della sua Presidenza, provvederà eventualmente a fine anno, dopo il secondo referendum irlandese.